DENTRO LA NOTIZIA

UNHAS

Borno (ma forse bisogna dire «il» Borno, come «il» Texas, «la» California) è lo Stato della Repubblica Federale della Nigeria in cui da sette anni Boko Haram massacra a destra e manca allegramente.

Maiduguri è la capitale dello Stato di Borno.

In questa città, i miei dottorini senza confini prestano volenterosi la propria opera in nove campi profughi (dove vive la gente scampata alle bombe di Boko Haram) e in tre ospedali dello Stato che mancano di personale e/o medicinali.

Io sono ad Abuja, in macchina. Sto andando con un paio di colleghi all’aeroporto dove un piccolo aereo a elica delle Nazioni Unite ci porterà (l’avete indovinato) proprio a Maiduguri; per ingannare il tempo si chiacchiera di una cosa brutta che è successa recentemente proprio in uno di questi tre ospedali.

No, non una bomba.

«In pratica», dice A., responsabile amministrativa del progetto, «dobbiamo decidere se sanzionare le levatrici per l’evasione della paziente dal reparto maternità».

«Ma come evasione? L’ospedale non è mica un carcere! Le levatrici non sono guardie», dico io.

«Lo so, evasione è il termine che usano loro. Lo dico apposta, ironicamente se vuoi», dice A. «Il problema è che la donna, evasa o meno, se ne è andata dall’ospedale abbandonando il bimbo che aveva partorito il giorno prima».

«Abbandonando il bimbo?», chiedo.

«Eh già», conferma A.

Segue breve dissertazione (in macchina) sul concetto di Madre Natura, sul fatto che l’abbandono di un figlio nato (sano e senza problemi) in un ospedale costituisca o meno un gesto contro (“Madre”) natura, eccetera. Naturalmente si finisce a parlare dei dieci, cento esempi simili o contrari che ognuno di noi ha vissuto in precedenza, cercando di fare di due aneddoti una scienza.

«La fuga della mamma è un classico in Africa», conclude A. «Ci capitava in Liberia, in Congo… in un posto avevamo perfino messo dei braccialetti speciali alle partorienti perché non se ne andassero alla chetichella, facendo finta di essere parenti in visita e mollando il bebè all’ospedale… una volta abbiamo trovato un neonato dentro una latrina, in mezzo alla merda. Per fortuna era ancora dentro la placenta e questo l’ha probabilmente salvato. Lo so, lo so…», dice, vedendo le nostre facce sgomente,«ma insomma, quando arriva in ospedale una ragazza di sedici anni con un bimbo (frutto di uno stupro) aggrappato alle spalle, e la pancia gonfia di un altro bimbo (frutto di un altro stupro, probabilmente entrambi da parte del padre), che cosa vuoi fare? Ma tornando a noi, alla fine resta un fatto».

«Che fatto?», facciamo tutti in coro.

«Che come dicevamo, l’ospedale non è una prigione. Se una madre, il giorno dopo aver partorito, dice ‘esco un attimo a comprare le sigarette’, non abbiamo motivi legali per trattenerla. E lei non torna più».

La discussione ci ha accompagnati fino alla saletta VIP da cui prenderemo il nostro trabiccolo a elica. Speriamo che l’aereo dell’ONU sia meglio del loro caffè.

Due ore dopo, l’atterraggio a Maiduguri è ruvido ma efficace. Dobbiamo convincere gli addetti ai controlli all’aeroporto a farci passare con le fotocopie del passaporto, visto che gli originali li abbiamo lasciati in cassaforte ad Abuja. Tutto fila liscio, sono abituati : «Medici Senza Passaporti? Vi conosciamo… passate».

E noi passiamo. Solo che P., un collega che deve fare il viaggio in senso inverso (da Maiduguri verso Abuja) non si vede. Avremmo dovuto incrociarlo all’aeroporto di Maiduguri, come due navi nella notte… ma la sua deve essere affondata. Dov’è P.? Lo so cosa state pensando, ma questo aeroporto è grande come una fermata d’autobus, non c’è nemmeno una sala arrivi e partenze ma solo una tettoia dove arrivanti e partenti sgomitano e cercano di non confondere le valigie.

A quel punto ci accorgiamo che oltre a P., non si vede la macchina che doveva recuperarci. A Maiduguri non è che puoi prendere i mezzi. Hanno una tendenza a saltare per aria.

Segue breve telefonata di A. al capo progetto, al termine della quale A. ci guarda scoraggiata : «Ops… pensavano che saremmo arrivati più tardi, partono ora dall’ufficio, ci vorrà mezz’ora. Vado a fare una corsa per vedere se l’aereo può aspettare P.».

Lo so, lo so che chiedere a un aereo di aspettare un collega può sembrare esagerato: ma questo è il piccolo bimotore a elica dell’Onu, quasi un taxi con le ali, possiamo tentare.

Passano dieci minuti, A. torna sempre più scoraggiata.

«Ho chiesto al controllore di volo di comunicare con l’aereo, mi ha detto di parlare io stessa al capitano… gli faccio ‘dov’è il capitano?’, mi risponde ‘a bordo’, indicando l’aereo, che ha già acceso le eliche e sta iniziando a muoversi… dico, ‘grazie per prendermi per i fondelli’, lui risponde ‘dico sul serio, se corri sulla pista di decollo riesci ancora a fermarlo’… il controllore di volo mi dice questo, capite? E intanto le eliche girano, dico “no grazie, farmi maciullare dalle eliche per amore del collega P. anche no”, e lascio perdere. In breve, P. ha perso l’aereo».

Aspettiamo che la nostra auto arrivi bevendo una bibita al chiosco di una donnona che ci attacca bottone, e si scopre essere sudanese immigrata in Nigeria da piccola, dice che lei va a trovare la famiglia materna a Khartoum, in Sudan, «almeno ogni cinque-sei anni», ma loro non sono mai venuti qui, perché secondo loro in Nigeria si vive male.

«Mentre a Khartoum, invece…», dico io sogghignando crudelmente… ma lei non coglie.

Noi ridacchiamo, finiamo le bibite (io una Schweppes Bitter Lemon, perché qui c’è la sharia, Dio mio che voglia di birra a proposito).

Finalmente arriva la macchina, con il capo progetto a bordo.

«Vi spiace se invece che in ufficio andiamo all’ospedale di XYZ? C’è stato un doppio attentato suicida nel campo profughi di Dikwa, che ospita più di cinquanta mila persone… stiamo aspettando un afflusso di feriti in massa da un momento all’altro».

Il famoso mass casualty plan! vi ricordate quando lo preparavo con la mia splendida equipe a Port Harcourt, un anno fa? E alla fine non ci capitò mai di doverlo mettere in pratica, per fortuna. Stavolta invece ci tocca.

Arriviamo tutti all’ospedale.

“La calma prima della tempesta” non arriva neanche lontanamente a descrivere la situazione: non c’è un’anima viva, nessuno, non si vede un paziente, un infermiere… chilometri di corridoi vuoti, stanze silenziose, non vola una mosca. Anzi di mosche ne volano a migliaia, purtroppo, perché siamo in Africa, siamo invasi dalle mosche. Ma non si ode voce umana.

Arriva l’auto della nostra equipe chirurgica.

«Piacere, sono il chirurgo», dice un paffuto signore con accento russo («Ti presento L., il nostro chirurgo», conferma A., sussurrando poi «non mi ricordo se è ucraino o polacco»).

Visto che per ora non arriva nessuno, L. ci porta a fare un giro della sala operatoria, la sala di risveglio, la sala dove lo staff si prepara, quella dove si sterilizzano gli strumenti. Ci dobbiamo cambiare per non contaminare la zona: camice verde, cuffia e zoccoli lavabili di gomma.

Nella sala risveglio ritrovo perfino F., un’infermiera nigeriana che fece parte del mio team a Port Harcourt un anno fa.

«WOWOWOWOW!», dice F. salutandomi tutta entusiasta, «spero che ti fermi sei mesi stavolta!!»

La Nigeria è un paese “attaccante” come dicono i francesi per dire che ti rimane attaccato.

«Solo sei giorni purtroppo, F.», le dico, «è solo una visita…»

In quel momento qualcuno chiama: «Arrivano!»

Ci siamo. Tutti fuori, all’entrata. Immagino che da un momento all’altro il capo progetto dica a me e A. che possiamo andare alla base, che loro saranno impegnati… ma no, comincia a spiegarci come sono organizzate le cose.

Ma dobbiamo proprio stare qui a vedere l’arrivo dei corpi straziati?

Evidentemente sì.

«Mi raccomando, calma totale», dice il capo progetto. «Questi feriti hanno fatto un paio d’ore in ambulanza, dieci secondi in più o in meno non fanno la differenza ormai, mentre invece lavorare bene sì».

Calma piatta ancora cinque minuti.

Poi…

Le sirene.

Movimento all’entrata, cancelli aperti in tutta fretta.

La prima ambulanza.

La seconda.

La terza.

La quarta.

Cominciano a portare fuori i feriti, sfilano una barella dopo l’altra.

Una.

Due.

Tre.

Quattro.

Cinque.

Sei.

Sette.

Quindici.

Sedici.

Diciassette.

A un certo punto arriva uno scuolabus di quelli gialli americani degli anni Cinquanta: l’hanno preso per trasportare più feriti possibile tutti insieme.

Cominciano a portarli fuori dallo scuolabus, uno dopo l’altro.

Venti…

Ventuno…

Ventidue…

Ventitré…

«Mi dicono una sessantina di morti e centoquaranta feriti», mi informa il capo progetto. «Per fortuna li stanno portando anche alla Croce Rossa Internazionale».

E’ strano essere dentro la notizia:

http://www.aljazeera.com/news/2016/02/suicide-bombers-hit-nigerian-displaced-persons-camp-160210184351280.html

La cosa di cui mi rendo conto a un certo punto è che c’è un silenzio pazzesco. I feriti sono immobili, non emettono un gemito mentre sfilano sulle barelle. I parenti che arrivano con loro non piangono, non urlano, non osano dire «bah»: sguardo basso, mite, rassegnato. Le uniche voci, a rompere il silenzio, sono gli ordini del nostro personale.

Intorno ci sono dei militari col kalashnikov e l’aria preoccupata.

«Che ci fanno?», chiedo.

«A volte c’è il rischio che nella massa dei parenti e degli accompagnatori si infili un altro attentatore per farsi esplodere nella folla all’ospedale», dice. «Anzi, state più lontani, già che ci siamo».

Io e A. facciamo tre passi indietro.

Continuo a vederli sfilare.

Tutti orizzontali e silenziosi.

Sono quasi tutte donne che facevano la spesa: la vittima prescelta delle bombe al mercato.

Sono tutti musulmani: come il 90% delle vittime del terrorismo islamico nel mondo.

Mi sfugge quale sia la strategia bellica che suggerisce a Boko Haram di assassinare donne al mercato mentre comprano un pollo.

Welcome to Maiduguri, Borno State, Nigeria.

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