POETI E ALBERTI-SORDI

poesia

Prima una poesia, non mia neh, che io anzi torturerò con la mia traduzione pedestre…

… e dopo, siccome devo sempre rovinare tutto, due parole, stavolta mie, eh eh.

Senza titolo

“Il risveglio è difficile

Penso a quelli che volevano ascoltare un po’ di rock, un po’ di hard, un bel programmino al Bataclan,

tranquilli

Penso a quelli si sono dati un puntello à répu*, fra amici, come al solito,

tranquilli

Penso a lui, e a lei, che erano per strada, tanto per, così,

tranquilli

Penso a quello che voleva solo vedersi una bella partita con lei, e anche con gli amici,

tranquilli

Penso a quelli che si ritrovavano per bere un bicchiere, o anche no,

ma insieme, tranquilli

Penso a quelli che si facevano un bel ristorantino, al piccolo cambogiano,

insieme anche loro e tranquilli alla grande,

Penso a lui o a lei che si fumava la sua siga sul marciapiede,

tranquilli

Questa notte di novembre, un venerdì 13 di merda

in cui arriva l’inverno, ma anche lui tranquillo

Penso a tutti questi parigini teste di cazzo**, e io ne faccio parte,

forse, ma tranquilli,

Penso a quelli che se ne sono andati senza chiedere niente, senza capirci niente,

a quelli che ora lottano per vivere, adesso, per tenere duro, sopravvivere

Che non hanno chiesto nulla, solo di stare lì, insieme,

tranquilli

Penso alle innamorate e agli innamorati, a quelli che si amano, alle sorelle, ai fratelli,

agli amici più stretti, ai compagni, agli amici tutti, ai genitori, anche ai figli,

a tutti i figli

Penso a noi,

a tutti i vivi,

non più tranquilli,

ma combattivi.”

firmata: Clairedejour

(traduzione libera mia)

* répu: Place de la République, gergo parigino.

** parisiens-tête-de-chiens, letteralmente “parigini-teste-di-cane”, è una rima intraducibile che i francesi (non di Parigi) usano in senso dispregiativo nei confronti dei parigini, per sottolinearne la maleducazione, l’arroganza, l’antipatia.

Vabbè. Leggerla al numero 2 di rue de la Fontaine au Roi di Parigi, davanti alle vetrine del ristorante crivellate di colpi, fa un altro effetto.

E ora ci metto del mio. Scusate, lo sapete che devo sempre dire le mie due minchiate.

fiori

La rabbia e il dolore ci stanno. Anche lo choc, e lo sgomento. Ho passato la domenica dove non avrei dovuto, perché quei vetri infranti adesso francamente mi pesano nella pancia. E come dicevo oggi in ufficio coi miei colleghi… è assurdo, perché nei posti dove andiamo in missione abbiamo visto di peggio… oh, molto peggio, vi assicuro. Ma qui è diverso… psicologicamente è diverso… a casa tua è diverso… nella culla della Liberté (et Egalité, et Fraternité) è diverso… Insomma a noi parigini, genuini o immigrati, lasciateci il diritto di avere la nostra reazione un po’ inviperita.

Ma voi, amici, voi restate sobri, non versate lacrime per Parigi. Parigi ce la fa da sola, Parigi è una metropoli con le palle d’acciaio, è una grande città in un paese forte. Siamo già in piedi, la nostra vita continua, siamo sempre felici perché l’unica religione di questa città è la joie de vivre.

Le lacrime, le preghiere, tenetele da parte per le vittime del terrorismo e dell’estremismo culturale e religioso in Libano, in Iraq, in Afghanistan, in Siria.

Guardate, non parlo di politica, non faccio il solito discorso dell’occidentale col senso di colpa, non parlo neanche dei nostri “danni collaterali”. Restiamo sull’orrore del terrorismo jihadista. Che fa, per la cronaca, il 99% delle proprie vittime nei paesi musulmani.

Per quei disgraziati, la vita intera è come un lungo, allucinante 13 novembre.

Dal giorno in cui nascono a quello in cui muoiono, costoro vivono il nostro venerdì sera.

Immaginate.

No, davvero, immaginate essere nati figli di un calzolaio a Mosul. Ti facevi i fatti tuoi, e un giorno è arrivato Isis.

A casa tua.

Non un venerdì sera. Tutti i santi giorni.

E hanno perfino il coraggio di fare le marce di solidarietà per noi, poveracci!

Lo sanno, i nostri connazionali che in questi giorni citano quel pozzo di saggezza della Fallaci, che nel fine settimana a Beirut, al Cairo, a Istanbul, a Karachi (Pakistan), a Teheran migliaia di persone (musulmane fino a prova contraria) hanno sfilato nelle strade, in cortei di solidarietà con il popolo francese? Le abbiamo viste quelle immagini? Chi se ne frega delle odiose, ipocrite condoglianze dei dittatori, ma laggiù c’è della gente normale, donne con il velo islamico, che non toccano alcol, ma accendono una candela in solidarietà con il popolo il cui sangue appena versato profuma di champagne.

Lasciamo stare la politica. E anche il fatto che noi non abbiamo marciato per solidarietà con loro; né per gli attentati di Beirut e Ankara e quei dieci-venti alla settimana che si verificano in Iraq, né durante la rivoluzione verde in Iran, quando giovani assetati di libertà, che tenevano cari gli stessi valori libertari che piacciono a noi, cadevano come mosche per strada. Lasciamo stare quella gente che magari da noi si aspetta una mano tesa, un aiuto, una strada da indicare… e noi gli diamo Salvini e Le Pen.

OK, lasciamo stare la politica attuale, ma facciamo un gioco di fanta-storia. Facciamo il gioco dei paralleli che non hanno senso.

Pensate se Franklin Delano Roosevelt o Harry Truman, quando in Italia comandava Mussolini e scorrazzavano allegramente i fascisti, quando i nostri valorosi soldati si univano alla campagna di sterminio e dominazione nazista, avessero deciso di sterminarci tutti con le bombe atomiche, dando per scontato che tutti, in quanto italiani, fossimo d’accordo nel mandare gli ebrei nelle camere a gas del nostro prezioso alleato. Pensate se gli americani avessero chiesto ai nostri nonni di dissociarsi altrimenti “siete corresponsabili di Auschwitz”, come oggi si considera ogni musulmano del mondo filo-jihadista finché non si dissocia (e anche se se dissocia, in fondo…)

Vi immaginate i nostri nonni scendere in piazza con un cartello contro l’Olocausto che diceva “NOT IN MY NAME”?

Grazie a Dio a nessun presidente americano venne in mente di chiedere loro una cosa così palesemente ridicola.

Non è difficile immaginare come vive la gente qualunque nei paesi musulmani. Parlo dei musulmani invisibili, di quel 90% che non essendo né attentatori suicidi, né imam focosi della provincia italiana, né giovani progressisti da schiacciare come mosche, non vedremo mai (a meno di non viaggiare molto nei loro paesi).

Avete presente quel popolino, né fascista né partigiano, quegli albertisordi che sperano solo di avere il pane sul tavolo e non avere guai? Ecco, quelli eravamo noi. Oggi sono loro. Ogni tanto trucidati dai loro connazionali fanatici, a volte nostri danni collaterali.

Mica tutti simpatici, neh. Senza arrivare ai fanatici, ce n’è un fracco che ci guardano torvo: i loro Salvini e Le Pen sanno farsi ascoltare quanto i nostri.

Basta, torniamo a noi. Chiedo scusa.

Parigi, ve lo dico perché me l’ha confessato Lei, è grata e commossa per il vostro affetto. Mi ha detto di stare un po’ zitto e farmi gli affari miei. Mi ha ricordato che anche i più forti ogni tanto hanno bisogno di un abbraccio, di una carezza, quando sono più vulnerabili. Continuate a volerci bene. Dimenticate il resto.

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