VENERDI’ SERA

Bar dans le quartier de Pigalle, a Paris. Pub in the parisian district of Pigalle.

Bar dans le quartier de Pigalle, a Paris.
Pub in the parisian district of Pigalle.

Numero 8, rue Saint-Sabin. 11esimo arrondissement di Parigi.

Venerdì sera di solito la gente non ha troppa voglia di restare in ufficio, ma stavolta alcuni di noi non hanno scelta. Stiamo preparando il budget delle nostre missioni per il 2016.

Io e N*, la mia collega che gestisce le Risorse Umane dei progetti in Mali e Nigeria, abbiamo passato tutto il pomeriggio gomito a gomito davanti al mio computer, per far quadrare le richieste dei nostri colleghi in Mali con i nostri limiti di budget.

“Cosa? Ancora aggiungere infermieri all’ospedale di Timbuctù? Non se ne parla nemmeno, ne hanno già abbastanza!”

“Tre autisti in più per il coordinamento a Bamako? Ma fatemi il piacere! Non esiste.”

“E questo corso di formazione per gli anestesisti cos’è? Prima voglio vedere un piano complessivo per la formazione per il 2016, poi, forse, ne parliamo!”

N* è una colombiana focosa e si incazza facilmente. Al punto che io e S*, la collega che si occupa delle Risorse Umane per Haiti e la Costa d’Avorio, le abbiamo imposto una regola: quando sta per mandare un’email incazzata, prima di inviarla deve farla leggere a noi due, per avere il nulla osta. Se io e S* pensiamo che il tono dell’email sia troppo duro, N* è obbligata ad addolcirlo. Lo facciamo per il suo bene. Tra colleghi ci si aiuta.

Insomma io e N* siamo lì a tagliare i costi: un barelliere qui, un guardiano là; e poco a poco, intorno a noi, i colleghi salutano e se ne vanno.

“Buon weekend!”, dice uno.

“A lunedì”, dice un’altra.

Alle otto guardo N* e dico: “La Nigeria la facciamo la settimana prossima, va bene?”

Chiudiamo le finestre (che erano aperte, perché anche se novembre è diventato improvvisamente frizzantino, le lunghe giornate in ufficio chiedono un filo d’aria fresca), ma non spegniamo le luci: il computer di C*, un medico nigeriano che fa parte anche lui del nostro team e sovraintende a tutta l’area medico-clinica, è ancora acceso. Lui non c’è: sicuramente è al secondo piano, dai suoi amici nel team delle Emergenze, quelli col pelo sullo stomaco che gestiscono lo Yemen, la Libia e così via. Per esserne sicuri, scendendo al piano terra buttiamo la testa nel loro ufficio: ed eccolo lì, C*, a chiacchierare.

“C*,” dico, “guarda che io e N* ce ne andiamo, spegni tu le luci al terzo piano?”

C* dice “Sì, spengo tutto, buonanotte!”

Marciapiede del Boulevard Richard Lenoir, 11esimo arrondissement di Parigi.

Poco dopo le otto.

“Mi accompagni a prendere le sigarette, prima di andare?”, fa N*.

Okay.

“Ah aspetta, prima passiamo là avanti che devo prelevare dei contanti.”

La Babs deve essere arrivata a casa, mi aspetta. Vabbè, ormai l’ho detto. Accompagno N* al bancomat, poi in tabaccheria, dove c’è una discreta fila. Il venerdì sera si fuma molto, la gente vuole assicurarsi di avere la scorta per la serata e forse il weekend.

Usciamo, N* si accende una sigaretta. Gliene scrocco una: “Ti ho accompagnato, ho fatto la fila, me la sono guadagnata”, le dico.

Mi piace scroccare le sigarette di N* perché fuma mentolato e leggero.

Arriviamo alla mia fermata della metro, finiamo gli ultimi tiri. Tre minuti.

Bon, ciao, buon weekend”.

Metropolitana di Parigi, linea 5. Saranno le otto e mezzo.

Ho un flashback improvviso. Mi ricordo che all’inizio del pomeriggio, N#, la specialista di batteriologia, mi aveva proposto di farci una pausa-caffè per parlare della consumazione anomala di reagenti chimici al laboratorio di Koutiala, Mali, che ci ha fatto sforare il budget mostruosamente nel 2015. Le avevo risposto: “Dammi dieci-quindici minuti, ti avviso quando posso”. E non l’ho più avvisata. Completamente dimenticato. Le mando un sms dalla metro: “Scusa, ho passato tutto il giorno in apnea a lavorare sulle Risorse Umane, sto uscendo solo ora…”

Risponde: “Beato te, io sono ancora in ufficio. Buon weekend.”

Arrivo finalmente a casa.

Numero 32 di rue d’Orsel, 18esimo arrondissement di Parigi.

Come previsto, la Babs mi sta già aspettando.

“Vuoi uscire a cena?”, chiedo.

È rarissimo che il venerdì sera si resti in casa. La mia teoria infatti (e vi conviene conoscerla perché è garantita e infallibile) è che quando si fa una bella serata fuori il venerdì sera, poi il weekend sembra più bello e lungo. Arrivati al momento della malinconia leopardiana, circa le sei di domenica pomeriggio, se sei uscito il venerdì sera ti dici: “beh, comunque è stato un bel weekend.”

Se invece non sei uscito il venerdì sera, ti dici: “uff, è volato.”

Provatelo: garantito al limone.

Ma stasera sono quasi le nove, siamo appena arrivati a casa entrambi, non abbiamo pensato a niente. Decidiamo di rimanere in casa e cucinare i ravioli cinesi che abbiamo comprato a Belleville.

Apro una parentesi: Belleville, 20esimo arrondissement di Parigi, è una delle tante Chinatown di questa città. È un quartiere originariamente povero e pieno d’immigrati, e a Parigi (ma non solo: vedere Shoreditch a Londra, Kreutzberg a Berlino), i quartieri poveri e pieni d’immigrati cominciano con l’attirare giovani e artisti, il che li rende vivaci e modaioli. Una volta arrivati giovani e artisti, questi quartieri sono considerati “fighi” e modaioli, e allora arrivano in massa i giovani “alternativi”, i creativi e gli hipster. Nonché i bobo, i borghesi-bohémien”, quelli come noi insomma, che hanno istruzione e reddito da borghesi urbanizzati, ma si sentono un po’ bohémien e anticonformisti nel cuore.

A Belleville, quindi, andiamo abbastanza spesso. E abbiamo scoperto, grazie ad amici, una signora cinese che fa i ravioli a mano. Ha un micro-ristorantino, una specie di tavola calda più che altro, con una dozzina di coperti al massimo. Fa solo ravioli, ma ne ha di tantissimi tipi, con un sacco di ripieni diversi; li fa a mano (o più probabilmente, li fanno le sue otto figlie dodicenni, mentre il padre le frusta, ma dalla cucina non arriva un gemito) e li vende a niente. Sono disponibili anche da asporto: li compri a lotti di cinquanta, li porti a casa, li congeli e li mangi quando vuoi. Noi ne abbiamo un bel po’ in freezer, proprio per una sera come questa, in cui arrivi alle nove impreparato e non riesci più a metterti in moto per uscire.

Ravioli cinesi, dunque.

Ceniamo, un po’ stanchi e stressati entrambi per il lavoro. Decidiamo di guardare qualche episodio di una serie tv che ho nell’hard disk del computer. Attacco il computer alla tv perché se c’è una cosa che non sopporto è guardare un film, una serie o una partita di football americano nello schermo angusto del computer.

Il mio telefono è rimasto in modalità silenziosa, quella in cui lo tengo tutto il giorno in ufficio.

Quindi non mi accorgo quando i messaggi cominciano ad arrivare.

A decine.

A un certo punto però, alzandomi per andare in bagno, noto che lo schermo del telefono è illuminato. È N*, quella delle sigarette, la colombiana delle email incazzose.

“Francesco, stai bene? Dove siete? Hai sentito?”

No, cosa? Perché quel tono?

“Hai notizie di S* e di I*?”

Boh, no, ma di cosa stai parlando?

“Guarda le notizie, guarda su internet, accendi la tv!”

Mettiamo giù. Vado su internet. Poi controllo il telefono. Ci sono una quarantina di messaggi whatsapp sul gruppo “Tutti con Segoni”.

Devo aprire ancora una parentesi sul gruppo “Tutti con Segoni.”

All’inizio di quest’anno, come alcuno di voi probabilmente sanno, ho passato tre mesi in missione con MSF in Nigeria. Non ho lasciato il mio lavoro e il mio gruppo di Parigi, almeno non definitivamente; ho preso un “distacco”, come si dice, per riportare le chiappe fuori dalle comode sedie girevoli degli uffici parigini e più vicine a dove ti senti utile. Lo so, è vanagloria. L’animo umano è debole, che ci volete fare.

Fatto sta che una domenica pomeriggio a Port Harcourt, Nigeria, la mia collega S* (quella con cui devo dare il nulla osta alle email incazzose di N*) mi chiama, per sapere come vanno le cose, come sto, come passo il tempo, come va il lavoro, le solite cose.

Si vede che quel giorno sono un po’ stanco, un po’ teso, forse sbraito un po’, lei evidentemente lo percepisce al telefono. Mi dice “dai, rilassati, stai facendo il possibile.”

Finiamo la chiacchierata.

Dieci minuti dopo mi arriva una notifica di Whatsapp: sono stato inserito in un gruppo: il nome del gruppo è “Tutti con Segoni”. Ne fanno parte S* e i miei colleghi più stretti, quelli del mio team. Da quel momento, ogni giorno, sull’asse Parigi-Nigeria, attraverso il gruppo “Tutti con Segoni” i miei colleghi si fanno sentire, mi raccontano le loro cazzate parigine e io racconto le mie dal Delta del Niger, si parla di qualunque cosa, lavoro o altro, senza fare grandi discorsi, come fossimo alla macchina del caffè.

In altre parole: mi stanno vicini.

Io non lo so se voi ce li avete, dei colleghi così. Ve lo auguro. Vai in ufficio al mattino con tutto un altro spirito.

Due francesi bianche, una francese delle Antille, una franco-cinese, una colombiana, una giordana, un nigeriano. Tutti con l’italiano. “Tutti con Segoni”.

Da quel momento il gruppo Whatsapp è rimasto attivo e continua a chiamarsi così. Lo usiamo ancora: nonostante le nove-dieci ore al giorno insieme in ufficio, infatti, a volte ci viene ancora voglia di sentirci e sparare minchiate la sera, il weekend.

Questa sera il gruppo “Tutti con Segoni” è impazzito. È F* che comincia a scrivere, da Bordeaux, dove si trova per lavoro.

Che sta succedendo a Parigi ragazzi?

Non lo so, sto guardando la tv… non capisco…

Dove siete? Avete sentito Francesco, S*, I*, C*?

No, non li ho sentiti…

Guardo la tv.

Rue Charonne, Rue Bichat. 11esimo arrondissement di Parigi.

Sono le strade intorno al lavoro. In Charonne ero a pranzo proprio in settimana, al Pause Café. Il lavoro. I colleghi. Nel quartiere dove stanno sparando.

(“Beato te, io sono ancora in ufficio. Buon weekend.”)

(“Sì, spengo tutto, buonanotte!”)

N# e C*. Dove sono? Sono uscito dal lavoro a che ora io, alle otto? Otto e dieci? E loro? A che ora saranno usciti C* e N#? Dove sono adesso?

Continuo a scorrere i messaggi Whatsapp. Arrivo ai più recenti, quelli mandati pochi secondi fa, dopo che N* mi ha telefonato:

Francesco sta bene, l’ho appena sentito, è a casa. Notizie di C*, S*, di I*?

Rispondo io: I* l’ho sentita l’ultima volta alle otto e mezzo, per la storia del portafoglio.

Qualcuno chiede: Che portafoglio?

L’aveva dimenticato in ufficio, gliel’ho preso io. Ci siamo sentiti alle otto e mezza per confermare che ce l’avevo io. Ora le ho scritto di nuovo, le ho chiesto se sta bene ma non risponde.

Sono le dieci e mezzo.

E C*? chi l’ha sentito? Abita proprio da quelle parti, no? C*, ci sei?

Sì, ci sono. Sono arrivato a casa appena in tempo. Sono entrato in casa e ho sentito cominciare a sparare.

C* abita in rue Parmantier. La strada che va dal ristorante “Petit Cambodge” al Bataclan. Questi nomi, che non avevate mai sentito nominare, ormai dovreste conoscerli.

Ch., stai lontano dalle finestre.

Lo so, lo so.

Chi manca ancora all’appello?

S* e I*, cazzo!

Scrive finalmente anche S*:

Sono con J* in un ristorante a République. Ci dicono di non uscire. Ho sentito che ci sono stati degli spari, è vero?

J* è un’altra collega, si occupa di altri paesi. Per qualche settimana l’anno scorso sostituì N* e quindi la conosciamo abbastanza bene.

Sono a République. 11esimo arrondissement di Parigi.

Cristo, sono tutti in zona stasera?

Sì, è vero, sparano. Non ti muovere S*, e stai lontana dall’entrata del ristorante!

Bah, dai, non esagerate… comunque non posso farci niente, il nostro tavolo è proprio sulla strada, c’è la vetrata che ci separa… ma siamo tranquille.

Ennesima parentesi.

Quando si sta in missione, con MSF o con altre organizzazioni del genere, in un certo senso sentire degli spari diventa qualcosa di quasi normale. Non voglio dire che li prendi alla leggera, per carità. Però sono quasi un fatto abituale. Esempio: quando stavo ad Haiti, dalla terrazza della nostra casa, gli spari li sentivamo una sera sì e una sera no. Era diventata una cosa talmente “normale”, che se qualcuno stava fumando sulla terrazza e sentiva degli spari, finiva la sigaretta prima di rientrare.

Una volta sentimmo degli spari durante una festa; eravamo tutti in terrazza a ballare. Il capo-missione, che era andato già a dormire perché non era tanto festaiolo, e probabilmente lo stavamo disturbando, scese in mutande e ci ribaltò: “Ma siete rincoglioniti? Volete vedere le foto di quelli che sono rimasti invalidi per una ferita da arma da fuoco per convincervi a tornare in casa? Ma se foste a Parigi e sentiste sparare per strada, continuereste a fare finta di niente? Pensate che essere ad Haiti vi renda immuni ai proiettili? Eh, COGLIONI?”

Aveva ragione. Ma il fatto è che ti abitui. Come uno che vive in un paesino di campagna è terrorizzato dal traffico di Milano, mentre uno che vive a lungo a Milano, dopo un po’ non si scompone più di tanto quando le auto gli sfrecciano accanto. Come uno che vive a Milano ha paura di un ragno nel bagno, mentre uno che vive in campagna è abituato a vedere i topi scorrazzare.

Uno che passa tanto tempo a Port-au-Prince è abituato agli spari. E S* ha passato tanto tempo a Port-au-Prince.

S*, dai retta. Stai lontana dall’entrata; sono in giro, armati, non sappiamo dove vanno, non si sa niente.

Oddio, è vero. Adesso ci hanno fatto alzare, ci fanno spostare verso un seminterrato, stanno chiudendo la porta del ristorante, spengono le luci. Non ho quasi più batteria del telefono… non posso più seguire le notizie, fatemi sapere.

Non ti preoccupare, ti diciamo noi! Stai attenta, state attente, dillo anche a J*!

Ma qualcuno ha sentito I*? Francesco, ti ha risposto?

No, non risponde…

C*, dov’è?

Ha già scritto, è a casa…

Sì, sono a casa, ma continuano a sparare, cazzo, li sento dalla finestra!

STAI VIA DALLA FINESTRA!

Sono lontano, sono lontano, lo sento comunque…

C*, non ti manca la Nigeria, eh? Come essere a casa, eh?

(C* è nato a Maiduguri, la capitale dello stato di Borno: il feudo di Boko Haram.)

Dicono che siano entrati anche al Bataclan! Forse hanno preso degli ostaggi…

Chi lo dice?

Il Bataclan. È un po’ che non ci vado; l’ultimo concerto deve essere stato quello dei Deus, quasi un anno fa. L’anno scorso ci ho visto anche i Kasabian e i Manic Street Preachers, con la Babs, Giò e C.. Anni fa ci vidi gli Eels; il sistema d’aria condizionata era in panne, faceva un caldo boia. Il cantante, sudatissimo, a un certo punto disse: “Vi giuro che quando torniamo a Parigi non suoneremo mai più in questo buco di merda… se possiamo.”

Mi viene ancora in mente N#, la batteriologa. Le mando un sms: “Sei a casa, tutto bene?”

Risponde quasi subito: “No. Sono con un’amica, andavamo a bere un bicchiere in zona. Abbiamo sentito casino, ci siamo rifugiate da lei.”

Una collega barricata nel seminterrato di un locale, una che si è rifugiata a casa di un’altra, una che non risponde.

Siamo al buio, nel seminterrato del ristorante, non ho quasi più batteria.

Mandami il numero di J*.

06…….

OK, l’ho segnato. Mando messaggi a lei. Restate dove siete.

Insomma avete capito come passa la serata. Noi alla tv, qualcuno nascosto in un ristorante, qualcuno si sta facendo ammazzare, qualcuno sta ammazzando.

Non smettiamo un secondo di scriverci, nel gruppo “Tutti con Segoni”. Parigi sanguina.

Le immagini scorrono, dallo Stade de France, dove ho visto Prince e Roger Waters e il Sei Nazioni di Rugby. Del quartiere del Bataclan. La bruschetta con Giò e C. dopo il concerto. Del Petit Cambodge. C* che sente gli spari da casa sua. N# barricata a casa di un’amica. S* al buio nello scantinato di un ristorante.

Messaggi e immagini.

Siamo rimasti tutti alla televisione per sapere cosa succede al Bataclan. Per dare indicazioni a S* e J* finché non potranno tornare a casa sane e salve.

Cosa che faranno alle due e mezzo del mattino. A piedi. Per le strade del caos.

No, no, chiamate un taxi?

Taxi? Ma quale taxi? Non esiste un mezzo di trasporto, stanotte.

E come fate?

Andiamo a piedi, stiamo attente. La polizia dice che si può.

Non si sa se c’è ancora qualcuno di loro in giro!

Facciamo attenzione.

Abbiamo continuato a scriverci sul gruppo “Tutti con Segoni” per sentirci più vicini.

A quell’ora di notte S* e J* hanno camminato circa un’ora per raggiungere le rispettive abitazioni.

Non si spara più, ma Parigi continua a sanguinare.

32, rue d’Orsel. 18esimo arrondissement di Parigi. Sabato mattina.

Mi sono svegliato di fretta, un po’ strano.

I* ha letto i nostri messaggi alle quattro del mattino. Era tornata a casa presto, si era immersa nei cartoni animati coi suoi bambini e poi era andata a letto. Madre tranquilla, non vive con il bisogno del telefonino accanto. Non aveva sentito niente, visto niente. I bimbi l’hanno svegliata all’alba, però, e a quel punto ha notato il telefono sul tavolino, l’ha messo in carica, il display si è illuminato, ha trovato i messaggi, ha acceso la tv, ci ha scritto anche lei.

Ho la nausea.

Nausea.

Già.

Basta, chiudo qui. Solo fatti, senza commenti.

Avanti Francesco: clicca su “Pubblicare.”

Forza. Non pensarci.

“Pubblicare.”

Non rileggere nemmeno. Tanto di refusi ne lasci sempre. Se ce ne sono, un amico mi avviserà.

Ora clicca solo su “Pubblica.”
Non ce la faccio.

Sì, ce la fai. Avanti.

No…

Sì!

Va bene. Va bene! Non dico niente. Solo una cosa. UNA! Una sola, posso?

Dipende. Cosa vuoi dire? Grandi cazzate sui massimi sistemi, sull’Islam, sulla guerra, sul terrorismo, sulle culture, sulla sicurezza?

No, per carità. Su Parigi.

Spiegati.

Mi piace perché è libera.

Anche l’Italia è libera, anche l’Olanda, anche il Canada, anche la Svezia.

Sì ma Parigi è la città che ha ghigliottinato il re. È la città dove hanno trovato rifugio perseguitati politici, artisti scomodi, ebrei in fuga dai pogrom, cani e porci, perfino i terroristi italiani degli anni di piombo. Qui si vive e si lascia vivere. Qui ognuno dice quello che vuole. Parigi è lo spirito critico, è la Francia di Voltaire, è la casa dei liberi, delle teste che non hanno confini, dei grandi scrittori russi e americani nei secoli passati, di Picasso e Modigliani. Di Gertrude Stein. Qui non si rompe i coglioni alla gente. Anzi c’è quasi troppo scazzo a volte, infatti penso sia la città più indietro in Europa nel convincere la gente a raccogliere la merda del proprio cane, nonché la città con il più alto tasso di piscio in strada – e non giovani ubriachi che escono dal pub come a Londra, ma uomini ben vestiti che se ne fregano, donne che si acquattano fra due auto parcheggiate e zac! Pisciano. Ne vedo a bizzeffe. Insomma se ferisci Parigi, è come ferire la Libertà.

E l’Undici Settembre allora? E un’autobomba a Beirut, non è un attacco alla libertà?

Già.

E allora?

Allora non lo so. Fammi dire ancora una cosa.

No, dai, clicca su “Pubblica.”

Una sola! L’ultima, giuro.

Ancora su Parigi?

No, sul rock.

Cosa c’entra il rock?

C’entra.

Cosa c’è da dire sul rock?

Un messaggio.

Oddio, i messaggi adesso. Ma chi cazzo credi di essere, Mandela?

No, magari. La mia statura non arriva al suo numero di scarpe. Un messaggio di tenore molto diverso, più adatto al mio basso livello.

Avanti allora, manda il messaggio.

Vado?

Vai.

Per quei, mentecatti, rincoglioniti e cerebrolesi, talmente ignoranti di religione che gridano “Allah è al bar” prima di fare le loro minchiate, per quelle carogne, feccia dell’umanità, anzi sub-umani, mostri, quelli che non so come definire, forse così… ecco, per voi, che odiate gli uomini liberi, e gli amanti del rock, e i parigini, sappiate che io mi sento tutte e tre le cose.

E mi trovate domani sera, lunedì 16 novembre, allo Zénith di Parigi, al concerto di Marilyn Manson.

Saremo in tanti, ancora più che al Bataclan, ma mi riconoscerete facilmente: sarò quello col dito medio levato più in alto di tutti.

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2 risposte a VENERDI’ SERA

  1. Lady Pillo ha detto:

    Francesco, sono Alessandro Paolucci, scrivo con l’account di mia moglie (che tiene un blog su WP pure lei).

    Beh, questo pezzo è FANTASTICO! Scrivi benissimo e la parte finale è da brividi anche letta a 2 mesi di distanza …

    Complimenti, davvero!

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