IL BACIO

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« A kiss is just a kiss », diceva.

Già: che cos’è un kiss? In realtà un kiss è molto più che just a kiss.

In Mali, per esempio, in quella fascia ai confini fra savana e deserto che si chiama sahel, un kiss è un apostrofo di olio motore tra le parole “non ne posso più”. È una lunga giornata a sudare in macchina, nel caldo torrido africano, mangiando la polvere della savana.

Per essere più precisi: un kiss, nella missione dei miei Dottorini Senza Confini in Mali, accade quando Tizio, che si trova nella sede di Bamako, deve andare nel villaggio di Koutiala; e Caio, che si trova a Koutiala, deve andare a Bamako. Come si fa in questo caso ad accontentare Tizio e Caio? Si fa il seguente kiss:

  • la jeep numero Uno parte da Bamako, con Tizio e un autista a bordo;
  • la jeep numero Due parte da Koutiala, con Caio e un (altro) autista a bordo;
  • le due jeep s’incontrano più o meno a metà strada, si danno un “bacio” e ognuna torna da dove è venuta…
  • … ma con i passeggeri scambiati: Tizio è nella jeep Due che torna a Koutiala, Caio nella Uno che torna a Bamako;
  • alla fine, se siete stati attenti, Tizio arriva a Koutiala e Caio a Bamako;
  • e ogni autista, con la sua jeep, è tornato al luogo di partenza.

In che cosa questo bacio è più efficiente del fatto che, semplicemente, le due auto tirino dritte fino alle rispettive destinazioni, incrociandosi mentre gli autisti e i passeggeri si fanno “ciao-ciao” dal finestrino? Il numero di chilometri totale percorso è uguale, il consumo di diesel è lo stesso, i passeggeri arrivano dove dovevano andare, gli autisti saranno stanchi e si lamenteranno allo stesso modo della diaria per il pranzo. Quindi?

La differenza è che alla fine del kiss, l’autista partito da Bamako, che è assegnato alla base di Bamako, prima della sera è di ritorno a Bamako. E che l’autista partito da Koutiala, assegnato a Koutiala, prima della sera è di ritorno a Koutiala. Infatti ogni base ha i suoi autisti e le sue auto, stolto lettore! Mica si possono scambiare auto e autisti fra le basi così! Vi devo spiegare tutto?

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(uhm, siete sicuri?)

E così io sono nei panni di Caio (essendo stato pochi giorni prima in quelli di Tizio), e sto facendo il kiss da Koutiala a Bamako, nell’auto guidata da Seba.

A metà strada incontriamo l’auto in arrivo da Bamako; scendo, vado verso di loro; una stretta di mano e una pacca sulla spalla a un pediatra tedesco e un’anziana francese responsabile della logistica. I due autisti si sgranchiscono le gambe, scambiano due parole in bambarà. Probabilmente si dicono cose tipo “il mio passeggero è un vero coglione!”, “il mio è peggio!”, ma noi non capiamo e sorridiamo.

Ci scambiamo le auto; il pediatra e la francese risalgono sulla jeep guidata da Seba, diretti a Koutiala; io salgo in quella di Cissé, per andare a Bamako.

Poco dopo, sto ascoltando l’ultimo di Marilyn Manson con le mie cuffie quando Cissé mi scuote il braccio e mi fa:

“Guarda! Scimmie!”

“Calma, Cissé”, penso. E che sarà mai? Chi non si è mai visto attraversare la strada da una numerosa famiglia di macachi durante una trasferta di lavoro?

Però le scimmie sono proprio belle. Ce n’è di grosse e di piccole, c’è una corpulenta mamma con il piccolo aggrappato al torso, ci sono i fratellini che corrono alla disperata.

“Macachi”, dice l’autista; “selvatici”.

“Selvatici”: perché anche qui non siamo né in una riserva, né in un parco nazionale; queste scimmie sono roba naturale, bio al 100%.

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(ma allora è un vizio!)

“Mangiamo?”, propone Cissé (chissà se le scimmie gli hanno fatto venire fame). “Conosco un ristorantino nel prossimo villaggio, niente male”.

“D’accordo”, dico. Anche se so benissimo cosa mi aspetta. Ne ho fatti, ormai, di kiss. I “ristorantini” dei nostri autisti non hanno più segreti per me.

Infatti, poco oltre, non mi stupisco per niente quando Cissé indica una catapecchia di legno marcio in mezzo alla sabbia, dicendo:

“Eccolo!”

Piuttosto che descriverlo, vi metto una foto, ecco.

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(da Gigi il Troione, African style)

Ci sediamo al tavolo dove altri avventori stanno finendo il pasto.

“Cosa si mangia di buono?”, chiedo a Cissé.

“Ci sono due piatti”, dice lui dopo aver confabulato in bambarà con la cuoca (che fa 140 chili, a occhio e croce). “Riso al grasso, e riso alla salsa di arachidi”.

Un breve scambio mi fa capire che il ‘riso al grasso’ è esattamente quel che sembra.

E il riso alla salsa di arachidi?

Altro breve scambio: è come il riso al grasso, ma il grasso è rosolato nella salsa di arachidi.

“Ehm, Cissé, c’è qualcosa senza carne?”

Parlottano ancora.

“Tranquillo”, conclude Cissé, “ti fa un riso alla salsa di arachidi senza carne”.

Inutile insistere. La logica della savana è implacabile. Accetto la proposta della cuoca, sarei maleducato a fare altrimenti.

Poco dopo, arrivano i piatti: una scodella di metallo piena di riso bianco bollito, con sopra una scodellina di metallo più piccola; in quella di Cissé ci sono due pezzi di grasso, lucidi come maniglie d’ottone appena pulite. Nella mia, una salsa marroncina in cui si distinguono chiazze d’olio. E alcune “collinette” che ho già capito cosa sono. Giro un poco il cucchiaio, e ne ho conferma.

“Cissé…”, dico.

“Sì?”

“Li vuoi i miei pezzi di grasso?”

“Non li mangi?”

“Ehm, no, ti ricordi, la carne…”

“Ah… OK, grazie!”

“Figurati”.

Mangiamo.

“Cissé…”

“Eh?”

“Questo ristorantino…”

“Sì?”

“Dicevi che è meglio degli altri?”

“Sì, è meglio!”

“E negli altri cosa si mangia?”

“Riso al grasso, riso alla salsa di arachidi, dipende…”

“Ah”.

“Eh sì”.

“Più o meno… come qui?”

“Sì!”

“Allora…”

“Cosa?”

“In cosa, questo è migliore?”

“La cucina è più buona!”

“Ah! Cioè, tipo, il grasso…”

“… è più buono!”

“Ah, ecco, allora avevo capito”.

“Ma in Francia, il riso al grasso e alla salsa d’arachidi ce li avete?”

“Oddio… non mi è mai capitato di vederli”.

Cissé resta ammutolito. Ci pensa un po’ su.

“E cosa mangiano gli immigrati del Mali in Francia?”

“Mangeranno formaggi e baguette?”

“Ah”.

Non è convinto.

Alla fine posso un po’ capirlo. La salsa di arachidi è davvero saporita, aiuta a mandare giù i sassolini e la sabbia mischiata col riso bollito. E il conto è abbastanza economico: l’equivalente di 40 centesimi a testa, acqua compresa.

Pochi giorni dopo, tornato a Parigi, incontro un collega in ufficio: è del Mali, fa il tecnico dell’Helpdesk informatico. Sono quasi tentato di chiedergli se trova riso al grasso a Parigi, ma lui mi prende in contropiede e mi fa: “Sabato sera faccio una festa da me! Vieni? Siamo tutti amici del Mali e dintorni! Porta chi vuoi!”

Certo che ci vado! Vuoi mettere una festa di gente del Mali, appena tornato dal Mali? È un segno! Questa volta però, vado preparato: prima di andare alla festa, dico alla Babsie, andiamo al ristorante giapponese.

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