SADOMASO

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“Andiamo all’Ice Bar!”

A nostra discolpa, lasciatemi dire: non è una nostra idea. E’ un’amica inglese della Babs, venuta a Parigi con marito e trinità di prole adolescente, a lanciarla. All’inizio abbiamo (ragionevolmente) creduto che fosse uno dei tre adolescenti a voler fare l’esperienza dei cocktail sotto zero, invece poi viene fuori che è proprio lei, questa paffuta signora di mezza età dell’English countryside, a volerci andare.

E vabbè, andiamoci.

Anche perché (come vedete, voglio essere onesto fino in fondo), l’idea di andare all’Ice Bar era già balenata fugacemente anche a noi due. Quindi in fondo, non ci è dispiaciuto che la simpatica Susan ce lo proponesse.

Prima di andare all’Ice Bar, però, si va a cena, come si conviene. Cena minuziosamente pianificata in fatto di ora e di luogo: non per il piacere di cenare, ma in funzione del “dopo”. Perché, dovete sapere, all’Ice Bar non si “va” semplicemente: bisogna prenotare l’ingresso per una certa ora e si ha diritto di restarci solo un tot di tempo. Funziona praticamente a slot, come i decolli. Non abbiamo idea del perché, ma lo accettiamo come un’ineluttabilità della vita.

Un’altra cosa che è meglio non chiedersi è perché questo Ice Bar si trovi in uno dei peggiori quartieri di Parigi, forse il peggiore – soprattutto di notte. Per chi conosce la città, si tratta della zona di La Chapelle. Ma ne riparliamo più avanti.

Il nostro rebus quindi è: cenare non troppo lontani dall’Ice Bar (per non arrivare tardi), ma neanche troppo vicini (perché non ci va un kebab di pesce-ratto).

Scegliamo un bel ristorante a una ventina di minuti coi mezzi dall’Ice Bar; e per avere tutto il tempo di mangiare con calma, prenotiamo alle 19:30. Per noi è un orario da galline anziane, ma per la famiglia inglese va benissimo, anzi: sono quasi le ore piccole.

Non sto a raccontavi della cena, se non per dire che il tempo segue strani percorsi bio-esistenziali, come sapete bene. Quando si hanno i minuti contati, è come se la Vita scorresse improvvisamente molto più lenta. Camerieri che spariscono per ventine di minuti, piatti che richiedono tempi e tecniche di preparazione estremamente lunghi (ma non era una bistecca con patate?), conti che non arrivano. Solo le lancette dell’orologio continuano a seguire il loro corso normale.

“Cooooosaaa voleeeete beeereeee…..”, chiede al ralenti una cameriera, mentre l’orologio fa: 7:45, 7:55, 8:05…

Finalmente, al termine delle cerimonie, la cameriera in questione si palesa con la macchinetta per la carta di credito. Paghiamo e siamo liberi: sono esattamente le 21:30. Abbiamo una decina di minuti di margine, prendendo la metro.

Ma questo non è un giorno normale: è la Festa della Vendemmia di Montmartre.

Dovete sapere che a Montmartre, in piena Parigi, esiste una vigna: a quanto pare, l’unica vigna urbana al mondo. Quanto meno, l’unica che ogni anno produce vino nel pieno di una zona metropolitana di dieci milioni di abitanti.

Non solo. Unicità della cosa, microscopica dimensione della vigna (capirete, nel quartiere gli appartamenti valgono 10-12 mila euro al metro quadro, ogni tralcio di vite ha un costo-opportunità spaventoso), numero insignificante di bottiglie sfornate ogni anno… tutto ciò fa sì che il vino di Montmartre sia tanto caro quanto disgustoso. Eh sì, perché non ci vuole un sommelier per immaginare che un fazzoletto di terra in mezzo ai palazzi, con la metro che passa sotto, non sia l’ideale per produrre un vino buono.

Quindi il vino di Montmartre fa schifo e costa un sacco. Per questo tutti ne vogliono.

Noi stessi, in mattinata, siamo stati a farne un assaggio (con ostriche) all’ombra del Sacro Cuore. Vino bianco e ostriche al mattino è un po’ il nostro rito della Festa della Vendemmia; di solito prendiamo un buon bianco, ma quest’anno ci siamo detti: “non possiamo non avere mai provato l’orribile, costosissimo vino del Clos Montmartre”. E quindi abbiamo bevuto quest’acqua sporca rossastra.

Ma torniamo a noi, diverse ore dopo, usciti dal ristorante per andare all’Ice Bar: cosa c’entra la Festa della Vendemmia? C’entra, perché la Festa della Vendemmia (un po’ come l’Expo e le Olimpiadi) è uno di quegli eventi che possono decretare la gloria di un paese o spezzargli le reni. Nel caso di Montmartre, gloria per il quartiere (con fuochi d’artificio serali), ma reni spezzate ai trasporti pubblici.

Arrivando alla stazione della metro infatti, troviamo uno sbarramento di polizia che impedisce l’accesso: troppa gente, la stazione è aperta solo in uscita.

Guardo l’orologio: 21:40. E niente metro.

Google Maps dice: a piedi, venticinque minuti.

Cominciamo a camminare col passo di quelli che fanno la marcia longa.

Lasciamo il 9° arrondissement di Parigi, coi suoi caffè alla moda, le sue stradine in saliscendi, i suoi negozietti bio e i tapas bar, per passare al lato oscuro del 18°. Barbès e poi La Chapelle.

Siamo chiari: ho sempre detto che non esistono quartieri pericolosi a Parigi, e continuo a pensarlo. Ma molto brutti, sì. Eccome.

“Marlboro? Capo, Marlboro?”

Shit? tu veux du shit?” (lo shit, per i francesi, è l’hashish).

Ci addentriamo fra accampamenti di poveracci che hanno sistemato materassi, coperte e ombrelli per ripararsi dalla pioggia agli angoli delle strade, veri professionisti del senzatettismo, spacciatori, gente che propone Rolex e Chanel di contrabbando con l’accento macedone / senegalese / albanese / ucraino ecc.

Parliamoci chiaro: niente di trascendentale, non fanno male a una mosca. Io e Babs abitiamo nel quartiere accanto e ci siamo abituati, ci capita di passare di qui. Ma la famiglia dell’English countryside è agghiacciata.

Due o tre ubriachi ci parlano dietro, ancora qualche profferta di sigarette, cannabis o altro, ancora cittadelle di homeless, e arriviamo all’ultimo guardo: l’attraversamento dei binari della ferrovia (quelli che partono dalla Gare du Nord e vanno verso il Belgio e il tunnel della Manica), a passo svelto su una sorta di rampa da superstrada, di notte, senza un’anima in vista.

“Eh eh, in effetti io volevo prendere la metro”, sdrammatizza la Babs mentre continuiamo la nostra corsa contro il tempo, sudando sotto i giacconi perché sono le 21:57.

Ancora cinque binari da superare e arriviamo, finalmente, all’Ice Bar.

Sono le 22:05.

“Mi spiace, la vostra sessione è già iniziata, non potete entrare”, dice un maître de salle simpatico come Goebbels.

“Però c’è posto nella prossima, potete entrare alle 22:30”.

Ah, ma allora è perfetto! Possiamo perfino riprendere fiato prima di entrare.

“Siete tutti maggiorenni?”

Fra i tre ragazzi inglesi ce n’è uno che ha quindici anni e ne dimostra più o meno sette.

“Certo!”, dice la Babs.

Momento di silenzio imbarazzato. Il maître ci pensa un attimo, ci lascia il tempo di riconsiderare la nostra dichiarazione spontaneamente. Poi, vedendo che non c’è alcuna reazione, chiede:

“Potete fornire un documento d’identità?”

“Mi spiace”, fa la Babs, “loro sono inglesi, non ne hanno!”

Infatti tutti sanno che nel Regno Unito non esiste il concetto di documento d’identità.

Il maître alza un sopracciglio di circa quaranta centimetri.

“Lui ha 17 anni”, fa la Susan, l’amica di Babs che è anche madre del ragazzo. “Ma domani è il suo compleanno, di fatto questa serata è il suo regalo di compleanno!”

La guardiamo tutti, con sentimenti diversi: ammirazione, incredulità, perplessità e “che faccia da culo!”

Il maître se ne esce con una cosa che gli fa riguadagnare immediatamente tutti i punti perduti: “In questo caso non solo lo faccio entrare, ma il suo biglietto lo offre la casa”.

Vive la France!

Finalmente l’Ice Bar! Si entra! La discussione infatti ci ha fatto passare la ventina di minuti che mancano al nostro (nuovo) turno.

“Prego signori, da questa parte”.

I “signori” siamo noi sette, più due gruppi di ragazzetti – di quelli che devono mostrare i documenti d’identità per avere il permesso di entrare.

Passiamo da un vestibolo in cui ci vengono dati dei piumini colorati. “Sono obbligata a farvi notare la marca dei piumini, perché è il nostro sponsor”, dice con un sorriso di pena la ragazza che ce li passa.

Presi piumini e guanti, passiamo tutti (saremo una ventina) in una stanzina buia e stretta per l’acclimatazione.

“Qui ci sono zero gradi; dentro il bar siamo a -18”.

MENO DICIOTTO?

Strani pensieri si affacciano in me, ma non riesco ancora a dare loro una forma. Sarà il fresco.

Dopo la stanzina di acclimatazione buia e stretta, ci aprono le porte del bar. Che è…

… freddo e pieno di ghiaccio, come si poteva immaginare con un po’ di sforzo.

E a parte questo?

A parte questo, è freddo e pieno di ghiaccio.

Il biglietto d’ingresso include tre cocktail a base di vodka e poi uno shot di vodka pura. Il tutto, da consumarsi nella mezz’ora di tempo che puoi passare dentro il bar. Il ritmo di ingestione dell’alcol quindi è abbastanza elevato e non potrebbe essere altrimenti: l’alcol serve per sopravvivere.

“CHE FREDDO BASTARDO!”, diciamo in coro, spontaneamente, io, la Babs e i cinque inglesi.

Che sono inglesi del nord: dettaglio importante e vi spiego perché.

Dovete sapere infatti che gli inglesi del nord considerano gli inglesi del sud dei frocetti mollaccioni. Quelli del sud considerano gli europei continentali dei frocetti mollaccioni. Gli europei continentali del centro-Europa considerano noi mediterranei dei frocetti mollaccioni.

Questo vuol dire che gli inglesi del nord sono a quattro gradi di durezza più in alto di noi italiani. La loro estate viene definita “torrida” quando per più di tre giorni alla settimana la temperatura supera i 20 gradi. A marzo, quando si torna sopra lo zero dopo l’inverno, dicono “Ah, è scoppiato il caldo!”, e corrono al parco a sdraiarsi a torso nudo sulla brina.

Quando quindi vedo questi cinque inglesi del nord battere i denti e sfregarsi le orecchie viola per scaldarle, mi dico: “Già. Fa proprio un freddo bastardo”.

E uno dei pensieri di prima, di quelli che si affacciavano senza riuscire a prendere forma, comincia finalmente a chiarirsi nella mia testa. Questo pensiero dice:

PERCHE’?

Perché questa ventina di persone ha pagato caro per trangugiare tre cocktail che non gusterà e uno shot di vodka in condizioni che non sono favorevoli alla vita umana?

Perché la gente si fa frustare da un partner sessuale vestito di cuoio nero? Perché alcuni portano il cilicio? Perché la gente vuol bere vodka scadente in un inferno di ghiaccio?

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Piano piano, come se arrivasse da lontano, un secondo pensiero acquista forma nel mio cervello. Dice:

QUELLO CHE STIAMO FACENDO NON E’ PIACEVOLE.

In effetti i piumini dello sponsor non servono a una mazza. E sulle gambe abbiamo solo i jeans leggeri della mezza stagione. E soprattutto, le nostre teste fumano: stiamo disperdendo rapidamente tutto il calore accumulato attraverso il cranio. Nessuno di noi ha pensato di portare una cuffia. Le orecchie ormai sono nerastre.

E un terzo pensiero si affaccia piccolo piccolo all’orizzonte, avvicinandosi lento lento, di soppiatto, ma facendosi sempre più chiaro, sempre più palese, fino a guadagnare il primo piano, grande e grosso di fronte a me, stagliandosi enorme, pesante come un monolite di Stonehenge:

OGNI PERSONA CHE IN QUESTO MOMENTO SI TROVA QUI DENTRO, E’ UN COGLIONE.

A cominciare dal sottoscritto, naturalmente.

Ma in fondo lo sapevamo. Non siamo andati stamattina all’ombra del Sacro Cuore a bere un vinaccio disgustoso che costa come il miglior Barbaresco?

Per fortuna è già il momento di uscire. Ho bevuto il mio shot di vodka e anche quello della Babsie, quando il nostro maître annuncia: “Bene signori, il tempo è passato, potete…”

Prima che finisca, c’è già la ressa alla porta. Torniamo nella stanza di acclimatazione, che stavolta ci sembra un mite rifugio, ben contenti di essere tutti premuti gli uni contro gli altri, a scaldarci.

E poi usciamo in questa notte parigina di ottobre, con i suoi (più o meno) dieci gradi. Ovvero, rispetto all’Ice Bar, uno sbalzo termico di 28 gradi verso l’alto.

Contenti di essere di nuovo per strada, ce ne torniamo a casa a spasso euforici, slalomando fra le case di cartone dei senzatetto, gli spacciatori e i venditori di Marlboro. Contenti di esserci fatti due risate, e soprattutto di non doverle fare più.

Proprio come il vino di Montmartre, anche questa è fatta.

E non ci sarà più bisogno di rifarla.

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