COSA GLI FACCIO IO ALLE DONNE

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Interrompiamo il “travel blog” messicano per un’edizione straordinaria!

Allora, allora. Vi prego, ridete se volete ma poi ditemi che è un caso, che non sono io… vi ricordate Tatiana, quella del corso di cinese che sosteneva di avere un microscopico ricetrasmettitore impiantato nell’orecchio?

Ho conosciuto le sue sorelle.

Iniziamo da ieri mattina: finisce la mia visita della missione di Haiti. Bello felice dopo la colazione a base di panzerotto fritto ripieno di acciughe, cipolla e peperoncino, vado in aeroporto, contento di tornare a casa.

Primo volo: da Port-au-Prince, Haiti, a Point-à-Pitre, isola della Guadalupa, uno dei possedimenti francesi che non si possono più chiamare colonie. Di fianco a me c’è una donna di colore, grande e grossa, di quelle che sono al tempo stesso grasse e atletiche, avete presente? Tipo lanciatrice del martello. Solo che questa potrebbe competere al lancio della lavatrice.

Ce l’ho alla mia sinistra, posizione corridoio. Porta occhiali da sole tutti pieni di dorature e cromature, extension dei capelli multicolore, smalto con arcobaleni e lustrini, una specie di guaina in cui sembra esplodere.

Io sono nel sedile di mezzo ma non mi lamento perché tanto siamo all’uscita d’emergenza, ho un sacco di spazio per le gambe (dopo vi racconto la mia tecnica infallibile per essere sempre in un posto comodo).

Poco dopo il decollo, questa Mosterlippa (per chi guardava il catch negli anni ’80) comincia a tenersi il ventre, si contorce, fa le facce.

“Ahiahiahia…”

Oddio, penso, speriamo non vomiti otto metri cubi di materia solida sul mio misero grembo.

Arriva il carrello delle bevande e si ferma proprio accanto alla nostra fila. La Mosterlippa lascia praticamente cadere il testone contro il carrello stesso. La hostess è smarrita, la guarda un momento, poi fa: “Sta bene?”

E la Venus Williams (dopo che ha mangiato una Cinquecento) risponde:

“No… ho dolori alla pancia… forti… voglio un whisky per favore”.

Eh? Vorrei sconsigliarle fortemente il whisky se ha il mal di pancia, ma non oso farlo perché con un ceffone mi fa uscire dall’aereo direttamente dall’oblò. E siamo troppo alti per rischiare una cosa del genere.

La hostess non fa una piega e versa una generosa dose di Johnny Walker con ghiaccio alla Megattera, che tracanna.

“Un altro”.

Giuro. Ti prego hostess, non lo fare. Invece lo fa. Glielo versa. Stavolta però l’Orca Assassina non lo butta giù, lo tiene lì e lo sorseggia.

A un certo punto si alza per andare in bagno. Passano cinque, dieci minuti. Non torna… decido di andarci anch’io, approfittando della sua assenza per uscire dal mio posto.

Vado in fondo all’aereo, apro la porta del bagno. Dentro è tutto nero… come se fosse buio… ma non è buio. Questo nero, che occupa tutto lo spazio visibile, è lei. Lei: il Black Zeppelin. E’ in piedi sopra al gabinetto, con le mutande abbassate, le gambe divaricate, la maglietta arrotolata in alto alle ascelle e la carta igienica in mano. Si sta pulendo.

“AHHHHH!”, grida.

“Ma, chiudi la porta no?”, dico io, in italiano.

Uso il bagno di fronte e torno al mio posto, lei ancora non c’è. Poco dopo arriva, si siede, facciamo gli indifferenti, facciamo finta che io non l’abbia vista, pulirsi, in piedi sul cesso, cinque minuti prima.

Secondo volo: da Point-à-Pitre a Parigi Orly.

Ora è il momento di svelare il mio segreto per i voli di lunga durata. Non ditelo troppo in giro, che se lo facciamo tutti non funziona.

Allora, io salgo a bordo sempre per ultimo. Ma non per modo di dire. Non, tipo, terzultimo. No: ultimissimo. Per esserne sicuro, anche dopo che ho passato l’ultimo controllo all’imbarco, mi fermo a una decina di metri dalla porta della cabina e faccio finta di allacciarmi una scarpa o di controllare una cosa, aspettando per vedere se nel frattempo è arrivato un ritardatario dietro di me, in modo da lasciarmi superare. Salgo a bordo praticamente solo quando la hostess sulla soglia della cabina mi guarda spazientita. Di solito, appena metto piede sull’aereo sento l’annuncio “Imbarco terminato”. Così sono sicuro che non ci sia nessuno dietro di me. E a quel punto, ho la certezza che ogni posto ancora vuoto è libero.

Posso scegliere dove sedermi fra tutti quelli ancora disponibili. Ed è un metodo molto più sicuro che sedere al mio posto, aspettare che finisca l’imbarco, e poi saltare su per andare disperato alla ricerca di un posto migliore.

Direte voi: ma col check-in online, hai già preso il posto migliore disponibile… quelli più comodi sono già occupati. Eh no, ci sono sempre dei bug nel sistema. Credetemi. L’esperienza insegna che si trovano sempre posti liberi che al momento del check-in sembravano occupati.

Questa volta purtroppo non trovo niente in business (ebbene sì, ha funzionato una volta) ma c’è un bel posto libero nella primissima fila dell’Economy, quella che non hai nessuno davanti e puoi stendere le gambe. Ecco, lo vedete? quando ho fatto il check-in online, quel posto non era disponibile.

Mi siedo, anche se nella fila, composta di ben 10 sedili (gruppi di tre-quattro-tre) ci sono ben tre bambini. Eh, purtroppo è lo svantaggio delle file senza nessuno davanti: c’è la parete coi ganci a cui appendere le culle da cabina. Quindi, per allungare le gambe, tocca sorbirsi pianti disperati o urla inconsulte per tutto il volo. E’ per questo che ho investito nelle cuffie Bose con la noise reduction: quelle che sposti una levetta, e ti isolano completamente dal mondo esterno.

A proposito, lasciatemi fare una digressione malvagia: perché si permette ai bambini così piccoli di viaggiare in cabina? E’ crudele! Crudele nei confronti degli altri passeggeri, ovviamente. Non voglio sembrare Erode, ma… un posticino apposta per i pargoli giù nella stiva, non si potrebbe fare? Riscaldato e pressurizzato, eh! Cosa credete, non sono mica un mostro. O in alternativa, il sedativo obbligatorio: poche gocce di Valium, niente più.

Vabbè, torniamo a noi. Grazie alla mia tecnica, e con le mie Bose pronte all’uso, sono bello comodo nella prima fila Economy. Di fianco a me, una donna di mezza età dall’aria elegante sta bevendo un bicchiere d’acqua con mano tremante, per prendere una pillola. Nel momento in cui chiudono le porte, lei fa:

“Devo scendere”.

What? In realtà ho capito benissimo, perché il suo sguardo parla chiaro: assomiglia a quello di uno che per sbaglio ha appena preso la fiancata della Porsche Cayenne nuova del Padrino. Terrore puro.

“Io non respiro. Qui è tutto chiuso. Io non respiro. DEVO SCENDEREEEEEE!!!”

La donna si gira verso di me, senza dire una parola mi pianta in mano il suo bicchiere mezzo pieno d’acqua e salta su dal suo posto. L’aereo si sta preparando al rullaggio. Le hostess intervengono prontamente.

“No, signora, troppo tardi, non si scende più. Avanti, si sieda e faccia la brava”.

“IO SCENDOOOO!”

“No, signora, la porta è chiusa!”

Devono prenderla in due, tenerle ferme le braccia. La scena continua per un po’, ora tutti gli assistenti di volo sono intorno a lei, sono almeno cinque o sei.

Dalla prima classe arriva un signore coi capelli bianchi e l’aria paciosa, un vero saggio, che si presenta come un medico o uno psico-qualcosa, non sento bene perché la donna grida e le hostess gridano di più. Quest’uomo inizia a parlare con dolcezza, tutto pacato, e riesce miracolosamente a farsi ascoltare dalla donna scatenata.

Passa ancora qualche minuto, l’aereo sta già andando verso la pista di decollo. Una delle hostess si avvicina e mi fa: “Sembra che il signore che è intervenuto dalla prima classe abbia un effetto calmante sulla donna in preda al panico, le dispiacerebbe scambiare il posto con lui perché stiano vicini? Almeno per il decollo, che è il momento più critico?”

Pensiamoci: mi dispiace lasciare il mio posto in Economy vicino alla seconda pazza della giornata, per andare nella quiete radiosa della prima classe? Beh sì, mi dispiace moltissimo, ma sono un altruista pazzesco e quindi, a malincuore, accetto.

Sono ora in prima classe; la mia tecnica mi ha fatto passare da una fila 47 in cui non ho mai preso posto, a una fila 15 con ampio spazio per le gambe, alla prima classe grazie a questo imprevisto della crisi di nervi. L’aereo decolla intanto, e io spero che il signore dai capelli bianchi si dimentichi di tornare qui.

Invece la hostess viene a dirmi che la signora va meglio e il buon Samaritano dai capelli bianchi è pronto per tornare al suo champagne.

Lui torna allo champagne e io torno in Economy. La donna è seduta, in effetti sembra più tranquilla. Ha l’occhio a mezz’asta: la pillola che ha preso comincia a fare effetto. Mi siedo, prendo le mie Bose e mi metto ad ascoltare gli Skip the Use, una band funk/rock francese fichissima. Ascoltate l’album Can Be Late, vi giuro è meraviglioso.

Nonostante l’aria assonnata, però, la donna non cede. La vedo tentare di attaccare bottone con tutti… tranne me, nonostante sia quello che le sta seduto accanto (dall’altro lato ha il corridoio). E proprio dall’altra parte del corridoio, la sua vittima del momento, un signore di colore con gli occhiali e l’aria da professore, mi fa grossi cenni con la mano.

“…arlare… aiut… calmar…”

“Eh?”, faccio io. Gli Skip the Use sono troppo forti.

“…usi, potreb… …gnora…”

Mi tolgo le cuffie. Cosa?

“Mi scusi, perché non parla un po’ anche lei con la signora? Parlare la aiuta tantissimo a calmarsi”.

“Ah… “, faccio, passando rapidissimamente per il cervello una serie di possibili risposte tipo:

  • Sono sordomuto
  • Ho fatto voto di silenzio
  • Parlo solo vichingo
  • Sono misogino
  • Ho tentato ieri il suicidio, avrei un effetto negativo sulla signora

Ma alla fine non ho il coraggio di azzardarne nessuna, e dico semplicemente “OK”.

La donna, abbozzando un sorriso tremebondo, mi dice: “Ma no, stia tranquillo, non ci penso nemmeno a disturbarla, mi sento già più rilassata…”

E subito comincia a parlarmi a ruota libera. Per prima cosa, devo dirle di dove sono.

“Italiano”, dico.

E lei snocciola parole in italiano, quasi tutte di ambito culinario/alimentare.

“… comunque”, prosegue, facendo un discorso che salta di palo in frasca, “io non sopporto quelli che ti spiattellano tutta la loro vita, come se fossero il centro del mondo”.

E subito comincia a raccontarmi tutta la sua vita.

La voce le si fa sempre più impastata, l’occhio tende a chiudersi: la pastiglia fa sempre più effetto. Ma lei non molla. Muove la mandibola con fatica, strizza gli occhi per allenarli a restare aperti.

“Ma no, dormi pure…”, penso. Non dorme.

In breve apprendo che Chada è siriana, ha più di cinquant’anni ma meno di sessanta, è originaria di una città nel nord-est della Siria, al confine iracheno. Mi dice che una parte della sua famiglia sta in Libano, dal che deduco che devono essere quelli della diaspora armena, scampati al genocidio per mano dei turchi. Ma non vive un Siria da trent’anni, non è una profuga, ha sposato un corso (nel senso di Corsica), hanno vissuto un sacco di tempo a Marsiglia e poi si sono stabiliti per lavoro nella Guadalupa, dove vive anche il loro figlio ventenne.

Oggi è separata dal marito, gli amici del figlio se la vorrebbero fare, ma lei non ci sta, non perché hanno trent’anni meno di lei, ma perché sono amici del figlio.

“L’amore non ha età…”, azzardo. Uorgh… posso fare di peggio?

“Scì, ma te lo immajini sce eshco con uno di queshti e poi inconshriamo mio fijjio al bar?”, mi dice biascicando sempre di più (siamo passati al tu).

E quindi andiamo avanti, la pillola lavora duro ma lei non molla, mi sembra di parlare con un ubriaco interpretato da un attore mediocre in una recita scolastica.

Discorriamo del senso estetico degli italiani (la Ferrari!), della cucina italiana (il pesto! la carbonara!) e di quella libanese, del fatto che va a trovare la sorella che invece vive in Svezia, dove però il clima è brutto ecc.

A un certo punto mi accorgo che si preparano a servire la cena. Siccome non sono seduto al mio posto, chiamo uno steward per dirgli che avevo prenotato un pasto vegetariano, e che se cercano il passeggero della fila 47 che aveva il pasto vegetariano, lo trovano qui, sono io.

Ovviamente, come sempre, qualcosa non ha funzionato e il pasto vegetariano non è stato preso in conto. Pazienza, mi dico, tanto il cibo da aereo, meglio evitarlo…

Ma la mia compagna di viaggio si inalbera.

“Eh no, è uno shcandalo! Sce hai chiesto il pashto vejjetariano, queshti shtronsci te lo devono dare, cassho!”

“Ma no, lascia stare, sarò io che ho sbagliato a prenotarlo…”

“Shroppo fascile!! no, ti devono dare il pashto vejjetariano!”

E comincia a spiegarmi che non devo essere gentile con francesi, che i francesi devi trattarli di merda perché altrimenti loro trattano di merda te, che le buone maniere non le capiscono, che sono caproni… a voce altissima. Sbiascica, ma si capisce. Intorno a noi sono tutti francesi.

Finalmente arrivano i vassoi con la cena. A lei ne danno uno completo, a me lo danno senza il piatto principale perché era pollo e ho detto che non lo volevo.

“Va benissimo”, rassicuro la hostess, “mangio l’antipasto, il formaggio, il dolce… perfetto così. Piuttosto, mi dia un’altro vino rosso per favore”.

Nel mio vassoio ci sono già un vino rosso e una bottiglietta di planteur (un cocktail dei caraibi francesi a base di rum). Ma con questa simpatica signora a fianco, meglio stordirmi completamente.

“Tieni, prenji…”, mi dice, e fa per darmi il suo pane e il suo formaggio. “A me non mi piassciono…”

“No, no, ci mancherebbe”, dico, “va bene così, non ho tanta fame…”

E lei: “No, ma shmetti di fare complimenti, è che a me non mi piassciono, li butterei via… non lo fasscio per pietà, figurati…”

In quel momento arriva una hostess, mi distraggo un secondo e la donna comincia a buttare il suo pane, il suo formaggio e il suo dolce nel mio vassoio. La hostess ci guarda interrogativa.

“Poverasscio, mi fasheva pena vederlo coscì sensha niente da manjjare…”, dice la donna.

WHAT?

Vabbè, accetto il suo camembert. Scolo le due bottigliette di vino e il planteur, e per fortuna, mentre comincio a sentirmi chiudere gli occhi, anche la donna si è arresa. Dorme profondamente, con una di quelle facce che se la pubblicassero su Facebook chiuderesti l’account.

Dorme, dorme… durante tutta la notte. Beata lei. Io ero stanco ma ovviamente in aereo non dormo mai, mannaggia. Guardo un film con Kevin Costner sul football americano, ascolto tutto il disco dei Sigur Ros, che (con rispetto parlando) sono una garanzia per farmi addormentare… niente. Mi rimetto a sentire gli Skip the Use, Chelsea Wolfe e non so più chi. E lei dorme.

Dorme fino al mattino, dorme durante l’atterraggio, le hostess devono scuoterla per svegliarla mentre si scende dall’aereo. Temo quel momento di lieve imbarazzo tipo quando rivedi un estraneo che la sera prima, ubriaco, ti ha raccontato la sua vita. O quando rivedi uno, vestito e a posto, dieci minuti dopo averlo visto mentre si puliva al gabinetto. Ma anche in questo caso, perché far finta di niente? in fondo ci siamo divertiti. Voglio dire NON quando ho visto quella al bagno!! intendo la chiacchierata di ieri sera…

Au revoir, Chada“.

Au revoir, Francesco“.

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