IL FANTASMA

Real Catorce fantasma

Real de Catorce è uno di quei posti con un che di mitologico. Ci sono due ragioni per questa reputazione.

La prima è che Real de Catorce è nata dal nulla all’epoca della corsa alle miniere d’argento. Tirata su in quattro e quattr’otto nel deserto montagnoso della Sierra Madre Orientale secondo lo stile dei paesini del vecchio west, quelli col saloon e lo sceriffo, la città ha vissuto i suoi effimeri giorni di gloria ed è stata abbandonata ancora più rapidamente quando le vene si sono esaurite. Da quel momento, non si è limitata a ingrigire nel suo declino post-industriale come una Sesto San Giovanni o una Bresso qualunque. No, essendo destinata alla leggenda, Real de Catorce è diventata un paese fantasma. Non ci viveva più nessuno, le case erano state lasciate così come si trovavano, ogni tanto un cespuglio veniva sospinto dal vento, rotolando per le sue strade silenziose.

Fico eh?

E non è neanche la ragione principale del mito di Real de Catorce. La ragione principale è che il paesino si trova in pieno territorio Huichol, quello degli indios che si fanno di peyote come delle scimmie: gli unici esseri umani che hanno il permesso dal governo di calarsi peyote come se non ci fosse un domani, perché fa parte della loro cultura. Vi immaginate? Che mito gli Huichol.

Ebbene, chi poteva resistere al fascino di un villaggio fantasma nel deserto messicano dove gli indios si fanno di peyote? Di certo non io e la Babsie.

La strada per arrivarci, del resto, non fa che aggiungere al mito. Avete presente quelle strade lunghe centinaia di chilometri, tutte dritte? Che già nei civilissimi Stati Uniti fanno impressione… immaginate in Messico (le stragi! i narcos! i decapitati! le fosse comuni!).

Real Catorce aveva detto la prima a sx

Corriamo per ore in mezzo a cactus dalle forme inusitate, i cartelli non aiutano molto perché nonostante la popolarità, Real de Catorce oggi ha un pugno di abitanti e insomma, non è che i cartelli per San Gimignano cominci a trovarli uscendo da Milano.

Ma dai e dai, con pazienza e un po’ del solito culo, dopo esserci infilati in un tunnel largo appena per non grattare gli specchietti e non illuminato, sbuchiamo dall’altra parte della montagna.

Real Catorce long winding road

Lei è lì.

È come se ci stesse aspettando.

E i segni vagamente inquietanti cominciano subito a manifestarsi.

Per esempio, “Real de Catorce” in spagnolo vuol dire “reale dei quattordici”. Non si sa bene da dove venga questo nome. Ma quando vediamo una locanda dall’aria carina, decidiamo di fermarci e solo mentre contrattiamo il prezzo ci rendiamo conto che si chiama “Locanda Real”. Fin qui niente di strano, è come se a Roma trovassi l’Hotel Colosseo: ci sarà di sicuro. Ma poi la vecchia della locanda Real ci dà la chiave della stanza… 14. Locanda Real, stanza 14, a Real de Catorce! E il prezzo… 770 pesos. 7+7+0=14! Ancora! Ma tutto questo non è niente.

Usciamo a fare una passeggiata per le strade (polverose come si conviene a un paese fantasma). E dopo aver camminato qualche minuto, decisamente sicuri di esserci allontanati dalla nostra locanda, cosa vedono i nostri occhi? “Locanda Real”. Eh? Un’altra? No, meglio: un doppione. Infatti lo stile della casetta, della scritta, di tutto, è lo stesso. Solo, le cose sono disposte in un ordine leggermente diverso: abbastanza da rassicurarci sul fatto che non siamo ricapitati nel punto di partenza. Incuriositi, entriamo. Nessuno. Una locanda fantasma!

Real Catorce cactus

No, appare una donna.

“Scusi, quante Locande Real ci sono in paese?”

“Due!”

“Ah, ecco, allora non sono le traveggole. Come mai?”

“Sono gli stessi proprietari, ne hanno aperta un’altra…”

“… con lo stesso…”

“… nome.”

Logico.

Continuiamo il nostro passeggio, finiamo in una cantina ai limiti dell’abitato, sull’orlo del deserto di cactus. Ovviamente non si può non entrare in un posto così. Ordino subito una michelada, la birra con succo di limone, sale e salsa Worcester.

“Ci vuoi il Clamato?” chiede il proprietario, di cui Barbara non manca di osservare l’evidente carenza di igiene personale.

Ora, io non ho idea di cosa sia il Clamato. Ma prima che la parte razionale in me possa avere il tempo di formulare la domanda “Scusi, cos’è il Clamato?”, la parte più istintiva prende il sopravvento, e fa l’unica cosa che la mia parte istintiva è capace di fare quando si vede prospettare l’incognito: ci si butta a capofitto.

“Sì, ce lo voglio, grazie!” mi sento dire, senza esattamente volerlo.

Il tizio tira fuori una enorme boccia di passato di pomodoro e comincia a versarne il contenuto, quanto mai inappropriato, nella mia birra. Mi sento morire dentro, ma è troppo tardi. Dovrò anche fare finta che mi piace.

“Ben ti sta! Così impari” mi dice la Babsie, spietata.

Arriva la michelada. Ha un aspetto nauseabondo.

E quando l’assaggio, è anche peggio.

A cena, la sera, siamo in un “ristorantino tipico” (esiste niente di più tipico e al tempo stesso meno tipico di un “ristorantino tipico”?); si mangia che è una favola. L’arrachera, che è una squisita, saporitissima, tenerissima bistecca fatta col diaframma del bue (scusa, fratello bue! Oddio, sono un assassino! Mmhh… però che buona… munch munch… povero bue! Mmhh… anvedi quanto è buona!!!), è una favola. Buona “da volar via”, come dicono dalle parti di mia moglie. Ma al tavolo di fianco al nostro, una famiglia francese (genitori, tre figli grandi) ha l’aria afflitta, distrutta. In realtà so che va tutto bene: è che i francesi all’estero sono così, fare le facce fra funerale e disgusto è una questione di natura, o forse di cultura.

Perché, fratelli francesi, siete così?

Perché fate le facce da funerale, o da disgusto? I tre figli un po’ li capisco: avranno una media di diciassette anni, e invece di essere alla spiaggia a dire “du’ gust’ is megl’ che uan”, tocca loro sorbirsi un VIAGGIO. Cheppalle, un VIAGGIO, vi rendete conto? Mentre tutti i nostri amici…

Cari giovani francesi, un giorno ringrazierete i vostri genitori. Se non li avete ammazzati prima come Pietro Maso.

(continua)

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