LA VERITA’ SU PANCHO VILLA

Zaca El Indio Triste

(Chi non vorrebbe farsi lavare i panni da un indio triste?)

Ci siamo! nuova fase del viaggio! Rotta verso nord! Si sale in macchina e…

… mi hai già dimenticatooo… e anche se il mio cuore non potrà mai dimenticartiii… io devo guardare avantiiiii!!!

“BASTAAA!” implora la Babsie.

Ma in queste lande sperdute del nord, con cento chilometri tra un villaggio e il prossimo, col deserto che morde la strada per conquistare quel poco terreno che ancora non si è preso, se riesci a pigliare una stazione radio è già tanto. E la vita on the road senza autoradio non ha senso, quindi…

… mi hai guardato, è stato un attimo, ed ero tuaaaa…

Come sempre, aspettiamo le pubblicità: il momento del sollievo, il più bello della trasmissione. Finché scopriamo, a un certo punto, che c’è qualcosa di ancora meglio della pubblicità: i piccoli annunci.

Si cerca un sacchetto nero, dimenticato alla fermata dell’autobus di Calle de los Angeles angolo Avenida Dorados martedì scorso intorno alle cinque di pomeriggio; contiene occhiali da vista e alcuni effetti personali; chi la trovasse, è pregato di portarla agli studi della nostra radio, o di chiamarci al seguente numero per mettersi in contatto con il proprietario...”

Zaca Evolucion de rock bacr

(Voi avete i rock bar? Poveri sfigati. Noi abbiamo l’EVOLUZIONE del rock bar)

“Centoquaranta chilometri a Zacatecas” legge la Babs su un cartello.

Passano cinque minuti e…

“Ora sono centodieci” dico io. Uhm. Solo cinque minuti da quando ne mancavano centoquaranta? Faccio due conti. Se i cartelli hanno ragione… uhm vediamo… stiamo viaggiando alla velocità di un meteorite.

“Te l’ho detto che vai troppo forte!” dice la Babs.

“No, dai, va bene forte, ma trenta chilometri in cinque minuti… non è poss…”

ZACATECAS 130 KM

“…”

“Ma non erano…”

“Già. Sono aumentati.”

NON GETTARE ANIMALI MORTI SULLA STRADA

“Vabbè ho capito…”

“… cartelli messicani…”

“Lascia perdere.”

Zaca Mismo pero mas barato

(“Farmacia Simili: lo stesso, ma più a buon mercato”)

Continuiamo verso nord. Oddio il nord: non è dove ammazzano tutti? È vero! Stragi e narcos, fosse comuni e decapitati!

D’accordo. Parliamone. Mi viene da sorridere se penso a quanti mi hanno chiesto, prima che partissimo: “Il Messico? Ma non è pericoloso?”

(Lettore, non arrabbiarti se sei uno di quelli che me l’hanno chiesto: non c’è nessun intento cattivo in me e non c’è nulla di personale. Non mi ricordo nemmeno chi me l’ha chiesto.)

Pericoloso il Messico? Beh, vivere è pericoloso. Si può finire sotto una macchina. Si può prendere la scossa. Si può affogare in mare.

Ma pericoloso, in modo speciale, il Messico? Uhm. Vediamo.

Sono sicuro che esistono dei luoghi, in Messico, molto pericolosi. Sono (quasi) certo che esista davvero la mitica “Città della Spazzatura”, quella gigantesca collina d’immondizia vicino alla capitale dove vivono diseredati di ogni genere, ridotti quasi come animali, e chissà che polpette farebbero di me se potessero. Sono sicuro che esistano quelle periferie degradate, ai margini delle grandi metropoli messicane, dove i bambini di strada sniffano la colla e girano con la pistola, come quando rapinano Diego Abatantuono in Puerto Escondido.

Ma io sono altrettanto lontano da quei luoghi fatali mentre sorbisco la mia birra fresca in centro a Guanajuato o San Miguel de Allende di quanto lo sono mentre bevo un caffè sulla Senna o nelle piazzette di Montmartre. Se non altrettanto lontano in senso letterale, quanto meno dal punto di vista pratico.

Città del Messico, è vero, va gestita leggendo le istruzioni prima dell’uso, ma non ha la pericolosità di una Rio de Janeiro, tanto per restare ai posti turistici frequentabili con un minimo di buon senso e cautela (faccio finta di non essere stato in posti fuori concorso come Port-au-Prince ad Haiti, o Port Harcourt in Nigeria, altrimenti dovrei dire che Rio è come Portofino.)

“Ma in Messico c’è la narco-guerra! Scontri fra cartelli della droga, fosse comune, corpi decapitati, bruciati, gente che sparisce e non se ne sa più niente, piogge di proiettili!”

È vero: non sono leggende. A Ciudad Juárez, tra il 2007 e il 2010, c’erano più morti ammazzati ogni anno che a Baghdad e Kabul messe insieme. Controllate.

Ma pensare che io possa finire preso in mezzo a un attacco del Cartello di Sinaloa o che incappi per strada nel temibilissimo Chapo Guzmán… come dire… è un po’ come gli americani che non vengono in Italia perché hanno sentito parlare della mafia e temono di rimanere uccisi da un’autobomba che scoppia a Capaci mentre bevono un cappuccino a sessanta euro in piazza San Marco a Venezia.

Sì, Cosa Nostra esiste. La Camorra poi… dico, avete visto Gomorra? L’Italia è molto pericolosa. Meglio restare nel North Dakota. Anzi no! In America ogni due minuti qualcuno fa una strage col fucile in un centro commerciale, un cinema o una scuola, non avete sentito? Anche l’America è pericolosa. Bisogna andare tutti in Svizzera.

Zaca Tacos envenenados

(Tacos avvelenati: lo dicevo che il Messico è pericoloso)

CIUDAD JUAREZ 1650 KM, dice a un certo punto un cartello. Oddio, vista l’affidabilità dei cartelli messicani, potrebbero essere anche 1610. In ogni caso dovremmo essere al riparo dai proiettili vaganti. Dovremmo avere, vediamo… 1609 chilometri di margine, almeno.

Insomma, se vogliamo dircela tutta, se riusciamo a resistere alla voglia matta di andare in giro da soli di notte in un vicolo buio e solitario di periferia con il nostro Rolex d’oro e una mazzetta di banconote che esce dal taschino della camicia, la pericolosità del Messico per un turista è in gran parte teorica e nasce qui da noi, nelle redazioni dei giornali. Perché, ve lo dico per esperienza personale e diretta, un caporedattore che si rispetti non chiede tanto per prendere il tuo articolo: giusto un po’ di sangue o un po’ di sesso, a seconda dei casi. Altrimenti, per usare una celebre espressione da premio Pulitzer, “ il Messico, ma chi se lo incula?

Per il Messico vanno bene sia sesso che sangue, ma di solito è sangue.

E quindi terrorizziamoli col Messico ‘sti poveracci, e lasciamo che vadano allegramente a morire in quel cimitero di lamiere che sono le autostrade italiane d’estate.

Eh eh, tranquilli, dico per ridere, non succede mai niente di brutto sulla A1.

Torniamo a Zacatecas, dove di pericoli ne corriamo ben due: prendere la funivia per salire sul picco che domina la città, e scendere nel ventre delle vecchie miniere d’argento che ne hanno fatto la fortuna.

Sul picco visitiamo il “Museo della Presa di Zacatecas”, tutto dedicato all’eroica impresa di Pancho Villa che conquistando questa roccaforte del governo ha segnato una vittoria fondamentale per la Rivoluzione negli anni Dieci del secolo scorso. Dovete sapere che io ho una sorta di venerazione per Pancho Villa, lo adoro, soprattutto da quando ho scoperto che Pancho è diminutivo di Francisco. Ma come si fa a non amare un pistolero con il sombrero, il cinturone, la panza rotonda e i baffoni così? Ecco, di conoscere David Bowie non me ne frega niente, ma per passare una serata in una cantina con Pancho Villa non so cosa darei. Dove per cantina non si intende un locale buio e muffoso sotto il palazzo in cui tenere gli scarponi da sci, ma uno di quei vecchi bar tradizionali (una volta frequentati quasi solo da uomini, ma anche il Messico si è modernizzato), dove si bevono solo tequila, mezcal o birra. Perché Pancho Villa andava solo nelle cantinas, ce lo vedete mettere piede in un wine bar o disco pub? Ma scherziamo?

Zacatecas esercito

(Contro Pancho? non avete chances)

Ah, Pancho, alla cui vera storia ho perfino dedicato un capitolo del mio primo (e tuttora inedito) romanzo. Pancho, eroe perdente, come tutti i veri eroi! Pietro Micca dei messicani! La gloria di Pancho infatti si è scontrata con il calcolo lucido del leader politico (non militare) della Rivoluzione, quel Venustiano Carranza che era un moderato, e di un vero uomo del popolo come Villa era geloso e timoroso, tanto da ordinargli di fermarsi. Ora che ci penso, Pancho Villa è Garibaldi! Infatti quando Carranza lo fermò, disse, pure lui: “Obbedisco.” Grande Pancho! Voltò il cavallo dall’altra parte e tornò a casa sua, dopo aver vinto tutte le sue battaglie e cambiato la storia di un paese.

Nell’ex miniera invece ci addentriamo insieme a un gruppo di turisti messicani, che come tutti i turisti messicani fanno un adorabile casino. Tutti parlano a voce altissima contemporaneamente senza prendere fiato, rimbombando nei tunnel sotterranei come se fossero amplificati. Chi urla più di tutti ovviamente sono i ragazzini, anzi, le ragazzine, che sembrano scoprire l’eco per la prima volta in vita loro e lo testano ripetutamente con strilli come se avessero visto la Strega di Blair. Per ore.

La cosa forse più interessante della miniera, senz’altro la più originale, è che al suo interno, nel profondo delle viscere, si trova una discoteca; voglio dire, ci si accede scendendo sottoterra col trenino dei minatori, e poi camminando per dieci minuti attraverso i cunicoli! Ma v’immaginate le vibrazioni dei bassi della techno, quanto rischiano di far franare la roccia? Ma sono pazzi? Comunque la discoteca apre solo nel weekend e noi non possiamo restare due giorni in più a Zacatecas solo per ballare nel grisù.

Invece incappiamo per puro caso nella sfilata che conclude la settimana del folklore internazionale. Sfilano i vari Stati messicani, sfidano paesi americani ed europei, mentre intorno si vendono gelati, patatine di plastica, frutta salata e cosparsa di succo di limone e peperoncino (deliziosa, se non l’avete mai provata), biscotti, zucchero filato e qualunque altra porcheria abbia un contenuto in calorie e grassi e zuccheri che eclissa ogni parvenza di valore nutrizionale sano.

Zacatecas catedral

(Barocco, senza Rocco)

Zacatecas è altrettanto bella delle città che abbiamo visto, ma in modo diverso. Intanto, anziché avere il blu, il violetto, l’arancione, il verde smeraldo delle strade di San Miguel e Guanajuato, è più chiara, tutta sui toni del rosa pastello, dell’ocra, del giallino. E poi ci si sente decisamente più “ai margini”, più lontani, anche se non sai dire lontani da cosa. L’aria è più sottile, la luce più bianca; forse è la vicinanza del deserto. O forse è soltanto la mia suggestione, forse sono tutti i cactus che abbiamo visto per strada, forse è la leggenda di Pancho Villa, che ha scritto qui pagine gloriose della Rivoluzione.

Zacatecas è cosi “messicana dentro” che ci troviamo anche la cantina più bella, dove sorseggiare una “1800” (la mia tequila preferita, nella versione añejo, ovvero invecchiata) fingendo di scambiare due chiacchiere con Pancho.

“Allora, vecchio mio, com’è andata la Presa di Zacatecas?”

Puta madre, cabrón, gli abbiamo spaccato il culo!”

Prossima destinazione: Real de Catorce, villaggio fantasma nel mezzo del deserto dove gli indiani Huichol si fanno di peyote!

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