ALLEGRI COME MUMMIE

guanajuato callejon2

«Facciamo la callejoneada !», dice la Babsie.

E facciamola.

Callejón vuol dire vicolo. La callejoneada è una specie di festa di strada itinerante, organizzata dalle confraternite di studenti universitari. Prevede musica, canti, a volte balli, il tutto senza mai smettere di andare a zonzo per i vicoli – la callejoneada quindi non si può fare ovunque: sono banditi viali e piazze. Gli studenti indossano i costumi della loro confraternita e imbracciano gli strumenti, mentre i passanti possono unirsi alla festa, di solito versando un obolo – questa festa è anche un modo per gli studenti di fare quattro soldi.

guanajuato catedrale

Guanajuato, dicono i bene informati, è il posto più rinomato del Messico per le callejoneadas. Basta bivaccare intorno alla piazzetta principale verso fine pomeriggio-inizio sera per capire che deve essere vero. Gruppi di ragazzi dai vestiti strambi appaiono dal nulla, spuntano dagli anfratti intorno alla piazza, si alzano dai tavolini a cui erano seduti a sbevazzare travestiti da persone normali; e cominciano a organizzare, a discutere, complottare; reclutano partecipanti, pianificano gli ultimi dettagli.

Intorno a loro, si accalcano a loro volta centinaia di messicani di ogni età, soprattutto di altre città e zone del Messico: si accalcano sulla piazza per unirsi alla callejoneada che fa al caso loro. I turisti stranieri, come in tutti i posti in cui siamo stati finora, si distinguono soprattutto per la loro assenza. Continuo a stropicciarmi gli occhi e non credere che questo angolo di mondo, talmente bello da non sembrare vero, sia così poco popolare all’estero.

Se Querétaro è la sorella un po’ solitaria, che se ne sta in disparte col suo fascino discreto, e San Miguel de Allende è quella dalla bellezza raffinata, eterea come una principessa, Guanajuato è la sorella dalla vitalità sensuale, al tempo stesso sexy e festaiola. Un fiume di famiglie e di gruppi di giovani scorre per le sue strade, le viuzze, le piazze e le scalinate; uno struscio che non conosce sosta, di giorno e di notte, gioiosamente disordinato.

Guanajuato mercato

Ci stiamo muovendo piano piano verso il nord, cioè verso il Messico che è nato con la corsa alle miniere d’argento, e si vede: i palazzi di Guanajuato sono più impressionanti, il centro storico è una bomboniera.

Per chi avesse la sindrome della saturazione da bellezza e sentisse la mancanza di un sano disgusto, basta prendere l’autobus per andare al Museo delle Mummie, su una collina fuori città. Questa regione del Messico ha un suolo talmente arido che due secoli fa, quando andarono a dissotterrare i morti più vecchi per fare spazio al cimitero, anziché trovare le ossa come si aspettavano, trovarono centinana di corpi mummificati. Un processo tra l’altro del tutto naturale, avvenuto senza l’intervento dell’uomo, senza bisogno delle bende e del trattamento usato dagli egiziani: insomma delle mummie completamente “bio”. Diversi di questi strani ceffi conservano anche una buona parte dei vestiti con cui sono stati sepolti.

guanajuato mummia

“Non vi spaventate se vedete le bocche aperte in queste smorfie grottesche” dice la guida, “a differenza di quel che sembra, non vuol dire che questi signori abbiano subito morti violente o che erano spaventati. È dovuto semplicemente al fatto che quando si muore – e spesso anche quando si dorme – il muscolo si rilassa; e il tendine, tirando, fa aprire la bocca.”

Bene. Ora posso pensare a me che, dormendo, assomiglio a questi mostri. Peggio: mi posso immaginare da morto con la bocca che si apre piano piano dentro la mia tomba. Grazie, guida.

“Questi tre qui, invece, sono proprio morti male” dice poi. “Questo è stato accoltellato… vedete la pelle squarciata e macchiata dal sangue? Questo è annegato… e questo è stato probabilmente sepolto vivo, a giudicare dalla posizione delle braccia.”

Ecco, ora è perfetto. Stanotte posso sognare me, sepolto vivo, che muoio e poi la bocca mi si apre piano piano. Grazie ancora, guida.

guanajuato mummia bimbo

Proseguiamo tra cadaveri di bambini, perfino di feti. La relazione dei messicani con la morte è fantastica: anziché bandirla da ogni discorso come abbiamo sostanzialmente fatto noi, incapaci di accettare che le nostre belle facce un giorno saranno cibo per vermi, i messicani la riveriscono e ci scherzano. Ne hanno creato perfino un culto: impersonata dalla Catrina, quello scheletro vestito da donna e addobbato da fiori, che si trova un po’ dappertutto e che è diventato anche un’icona da souvenir, la Morte per i messicani non è altro che la sorella della Vita.

Comunque sia, la callejoneada resta più divertente, decisamente. Facciamola, quindi.

Seguiamo i nostri studenti per un’ora abbondante, ci perdiamo con loro per le stradine, ridiamo alle loro barzellette, alle loro canzoni goliardiche.

E dopo la festa di strada torniamo alla nostra piazzetta, quella dei bar tutti uno in fila all’altro, a ritrovare, fra tutti i bar, quello che ha l’aria di essere il più fico; e lì ordiniamo una birra e aspettiamo i mariachi. Che puntuali arrivano, con i loro abiti da charro – un termine che vuol dire “cowboy messicano”, ma onomatopeicamente suona come “zarro”, “tamarro”, e anche questa interpretazione funziona benissimo. I mariachi aspettano solo un cenno da un tavolo che ha voglia di musica e subito partono con le loro canzoni messicane tradizionali: è tutto un tripudio di trombe, violini, chitarre e guitarrón (quest’ultimo è un piccolo contrabbasso che si può suonare imbracciandolo).

mariachi

“Ma è bellissimo!”, ci diciamo io e la Babs.

Poco dopo, arriva un secondo gruppo di mariachi e si mette a suonare per un tavolo poco più in là. Io e la Babs siamo in mezzo fra i due, le trombe squillano sempre di più, fanno a gara fra di loro. Non sappiamo chi seguire.

“Ma non si danno fastidio fra di loro? Senti che casino!”

In quel momento arriva un terzo gruppo, stavolta di musica norteña. Lo stile è diverso: niente trombe, ma fisarmoniche e tamburo; sono vestiti tutti di bianco. Incredibilmente, con gli altri due gruppi di mariachi che si sovrappongono e fanno già abbastanza casino, anche questi norteoñs trovano un tavolo che chiede una canzone. La cacofonia è totale.

“… i tuoi occhi mi hanno stregatooo…

… quanto è bello bere un mezcal sulla Sierra Madreee…

… e Pancho Villa disse ‘FORZA! Qui si fa la rivoluzioneeee’…

“…!!!” dice la Babs.

“COME???”

“Ho… …etto …!!!”

“EH???”

“BELLOOO!!!”

“AH!!! SIIII!!!”

“EH???”

“Niente…”

…luzione, fuori le pistoleeee…. …uore mio sanguina per il amooo… …ltra tequila, che stanotte voglio festeggiaaaa….”

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