IN MOVIMENTO

Queretaro bimbe

“NON GETTARE ANIMALI MORTI PER STRADA”.

“NON ABBANDONARE PIETRE IN MEZZO ALLA CARREGGIATA”.

Ah, se ci fosse un concorso mondiale per i cartelli stradali più belli, il Messico vincerebbe sicuramente. Adoro essere di nuovo on the road, sotto il sole messicano!

Ma facciamo un passo indietro: eravamo a Città del Messico, dopo il video girato a casa dei nostri nuovi amici e la giornata a spasso in cerca dell’Amarcord. È arrivato il momento di salutare El Monstruo e prendere la strada. L’ultima sera festeggiamo con i nostri padroni di casa e Oscar (quello da cui dovevamo stare in origine) col suo cane grosso come un ratto. Andiamo a mangiare tacos in un posticino tipico.

(Ma come??? Tacos?? Ebbene sì! Ho peccato! Oddio, scusa fratello bue! Perdonami fratello maiale! Mi spiace, cugino pollo! D’altronde, come dire? Gli inglesi dicono “Quando sei a Roma, fai come i romani”. E io ho fatto come i messicani! Quelli magnano un sacco di carne! E i tacos sono buonissimi, e io sono debol… no! Aspetta! Com’era? Ah sì! “NON SONO TALEBANO! NON SONO TALEBANO!”

Grazie, Mullah Omar, grazie Talebani! Avrete fatto qualche danno nel mondo, ma avete anche lasciato una cosa buona, anzi di inestimabile valore: senza saperlo, con il vostro irrompere sullo scenario mediatico-culturale mondiale, avete inflitto una ferita mortale alle ragioni dei coerenti. Ne avete distrutto ogni credibilità. Avete aperto le porte alla rivincita di noi incoerenti! Di noi confusi, di noi ondivaghi, di noi frasche, di noi che non sappiamo né vogliamo giustificare le nostre scelte ballerine, di noi che una volta eravamo guardati con disprezzo o accondiscendenza dai razionali e dai coerenti, mentre oggi, grazie a te Mullah, li possiamo sbeffeggiare dicendo: “Talebani!” E possiamo auto-assolverci da qualunque accusa di incoerenza dicendo la formula magica: “Non sono mica un Talebano!” Di colpo, incoerente è bello! Incoerente è sexy!)

QUeretaro indios

Insomma partiamo e la Fortuna ci sorride: la consegna dell’auto va liscia (cosa tutt’altro che scontata) e poi infiliamo una serie di botte di culo pazzesche che ci permette di uscire abbastanza agilmente da una realtà urbana estesa quanto una provincia italiana, non sbagliando nemmeno una svolta. Presto siamo in modalità Thelma e Louise, senza le tentazioni depressivo-suicide: radio in sottofondo, cartina dispiegata sulle gambe della Babs e discussioni a ripetizione su “stai andando troppo forte” / “no non è vero” / “sì è vero” / “OK è vero ma qui nessuno ci fa caso” ecc.

L’autostrada messicana è un fenomeno sui generis; infatti si possono fare (legalmente) inversioni a U, bisogna fare attenzione alle biciclette e ai pedoni, ogni tanto dalla carreggiata principale vedi partire un sentierino che si perde fra i campi (???). Ma è un piacere, perché ci sono pochissime macchine; beh, un po’ di più che sedici anni fa nello Yucatán, ma sempre poche.

Passiamo una notte e un giorno nella bella Querétaro, che poverina, soffre un po’ del confronto con le due “sorelle” che visiteremo poco dopo (San Miguel de Allende e Guanajuato), ma è bella e molto autentica: nemmeno un turista in giro. Piazzette coloniali e ristoranti carini però abbondano, come anche i personaggi interessanti.

Tipo l’omino del parcheggio che mi fa tenere la macchina 24 ore per cento pesos (cinque euro). Solo che io in quel momento i pesos non li ho. Manco uno. Dovete sapere che la gestione dei contati era affidata alla Babsie, ritenuta molto più responsabile del sottoscritto e quindi meno rischiosa come “banchiere”. E la Babsie l’ho cavallerescamente lasciata a rinfrescarsi in hotel mentre io andavo intrepidamente alla ricerca di un parcheggio fuori dal centro storico, dove è vietato sostare.

“Te li porto domattina” dico.

“Beh….”

“Tanto tu hai la nostra macchina; vale più di cento pesos.”

“Ok, lasciami anche il passaporto in pegno.”

“Ma il passaporto vale molto più di cento pesos! È la mia identità, se lo perdo non posso manco tornare a casa!”

“Non puoi chiamare tua moglie perché venga coi soldi?”

“Non è molto cavalleresco, non trovi?”

“Potresti lasciarmi qualcos’altro?”

“E cosa, un pollice? Me lo tieni sotto ghiaccio e poi me lo riattacchi? Andiamo, hai la macchina.”

Negoziamo così per un pezzo, finché lo convinco che una Volkswagen Gol (non Golf, Gol: è più piccola ma è pur sempre un’automobile) con 30mila chilometri vale più di cento pesos e quindi è una garanzia sufficiente. Me ne vado con la vaga sensazione che potrebbe essere lui a giocare sporco domani (“Vuoi la macchina? Sono mille pesos. Come cento? Chi ha mai detto cento? Se vuoi uscire con la macchina, sono mille pesos.”)

Per fortuna invece gioca pulito, e possiamo proseguire verso la prossima tappa: San Miguel de Allende.

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