FLASHBACK CON DISTORSIONE

DF Bellas artes

“Proviamo i tacos de canasta!”

tacos de canasta sono una delle forme di alimentazione più popolane e democratiche che esistano; non una delle più gustose. Si tratta di tortillas di farina di mais bollite, riempite con macinati di origine incerta (per lo più animale), buttate in un secchio alla rinfusa e vendute per strada. L’economicità è dovuta al fatto che sono già fatti, non puoi scegliere la farcitura e gli ingredienti, diciamo, sono un gradino sotto il cibo per animali; quindi costano 5-6 pesos l’uno (circa 30 centesimi di euro – e per quel che mangi, mi pare un po’ caro). Il lato oscuro del tacos de canasta è che il colore/odore di questi macinati di cui sono ripieni non stimolano per niente l’appetito e che essendo tutte ammassate nel secchio, le tortillas si smollano, “sudano”, e poi ti si spappolano in mano mentre cerchi di mangiare. Nel complesso, è un’esperienza divertente e agghiacciante al tempo stesso.

DF mercado

I primi due giorni a Città del Messico sono come un flashback potentissimo e un po’ distorto.

Il Bosco di Chapultepec, l’immensa arteria urbana del Paseo de la Reforma e la piazza della cattedrale sono i primi angoli di mondo extra-europeo che abbia visto in vita mia, il mio primo “viaggio”: fu diciassette anni fa, quando lasciai Londra con due grosse valigie per andare a lavorare oltreoceano, come gli emigranti di una volta (ma con comodo biglietto aereo aziendale). Oggi trascino la Babs in questo pellegrinaggio della memoria che invece per lei è tutta una scoperta; e un po’ la invidio per questo. Perché siamo schiavi della Memoria? Perché non riusciamo a guardare cose e persone senza attivare il groviglio di aspettative che ci portiamo dietro come un sacco pieno di mattoni?

Ma ce n’è abbastanza per sorprendere anche me.

DF corn

Quando passai diverse settimane (non consecutive) a Città del Messico fra il ’99 e il 2000, la città mi trattò benissimo: a parte qualche lustrascarpe furbo che mi fregò come si fa con un gringo qualunque (me lo meritai), non ebbi il minimo problema. Ma di straforo, allora vidi abbastanza del suo lato oscuro da capire dove questo immenso agglomerato di umanità avesse guadagnato la sua fama diabolica e il suo nomignolo di ‘El Monstruo’. Passai di striscio e senza fermarmi accanto a quartieri nati sulla spazzatura e le carcasse di auto bruciate; vidi bambini di strada che non potevano avere più di sei anni che facevano la ruota sulle mani, di notte, in piena carreggiata sui boulevard dove le auto sfrecciano a cento all’ora, come prova di coraggio. O forse per far prendere un colpo a noi che ci stavamo seduti dentro.

Nonostante ciò, ripeto, la Città mi accolse benissimo e mi sembrò un luogo incantato e perversamente affascinante, come in effetti è.

Fast forward al 2015, ed è parecchio cambiata. E non sono solo i nuovi grattacieli apparsi su Reforma. È che scorrazziamo di giorno e di notte, a piedi e in metropolitana, in centro e in periferia, e tutto mi sembra nuovo, migliorato, come se la Città avesse fatto un intervento di chirurgia estetica. I bambini di strada sono spariti. O forse sono semplicemente stati rispazzati via nelle periferie da cui venivano: questo posto è abbastanza grande da far sì che realtà urbane completamente opposte convivano fianco a fianco, senza che dall’una si abbia il minimo sentore dell’altra. Quando atterriamo in aereo, per esempio, abbiamo l’impressione di sorvolare la Città per un quarto d’ora prima di iniziare la manovra di approccio della pista. Quando impostiamo il navigatore dell’auto per andare in un altro quartiere (senza lasciare la città) la voce gentile della Signorina Elettronica dice: “Arrivo previsto fra un’ora e quindici minuti, distanza: 20,5 km”. Avenida Insurgentes, almeno all’epoca, era la strada urbana più lunga del mondo: 42 chilometri, tutti in città e in linea d’aria perché è dritta, senza curve.

DF cars

Ma non è solo questo, non è il fatto che stavolta non capitiamo nelle zone malfamate e all’epoca invece sì. È proprio diversa. Un tassista conferma che il famigerato quartiere di Tepito, da cui una volta i forestieri non sarebbero usciti vivi, oggi è alla moda: i suoi bar e ristoranti sono recensiti nelle riviste come templi dell’urban chic, i turisti (soprattutto messicani, per il momento) cominciano ad andarci. Al museo di Frida Khalo, basta collegarci al wifi gratuito del museo (che arriva fin sulla strada) e comprare i biglietti sulla sua pagina Facebook, mentre centinaia di persone arrivate molto prima di noi continuano a fare un’inutile, chilometrica coda (perché non si colleghino come noi, resterà per sempre uno dei grandi misteri della Vita).

Allora gli unici quartieri dove si poteva stare un po’ sereni anche dopo il calar del buio, almeno a quanto si diceva, erano Polanco e la Zona Rosa. Oggi si sono moltiplicati. Nelle zone di Roma e Condesa i giovani fanno finta di essere a Parigi e sopportano pazientemente la coda per entrare nell’ultimo cocktail bar alla moda, a Coyoacán le famiglie bivaccano nelle piazzette coloniali come i loro nonni facevano nel villaggio in cui erano nati, a San Angel le ville coperte di edera nelle stradine verdeggianti fanno vagamente Beverly Hills: sono quartieri dove potresti girare a zonzo di notte, senza sapere manco dove sei finito (e in effetti è quel che abbiamo fatto) senza l’ombra di un fastidio.

Buon per te, Monstruo. Felice di rivederti, e di trovarti in forma.

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