MORBOSAMENTE ROCK

Kurt Cobain, Brian Wilson, Amy Winehouse: cos’hanno in comune queste rockstar? Niente! Ehm, non funziona. Rifo.

Montage of Heck, Love & Mercy, Amy: cos’hanno in comune queste tre recenti uscite cinematografiche? Indovinato! Me! Li ho visti tutti e tre. Uhm. OK.

Un’altra cosa in comune? Sì! Quello! Sono “storie vere”: resoconti – più o meno accurati – della vita di tre fichissime rockstar: Kurt Cobain, Brian Wilson (mente visionaria dei Beach Boys) e Amy Winehouse. Phew!

Sono insomma tre opere che si reggono sull’idea (o l’illusione, dipende dai punti di vista) di raccontare i personaggi nella loro verità. Certo, bisognerebbe stabilire con certezza che una persona esista nella propria oggettività: un vero Kurt Cobain, una vera Amy Casadelvino. Chi lo può dire? Esiste un vero me stesso? Un Mepu oggettivo? Pirandello ci ha costruito una carriera, su queste domande.

L’altra cosa che hanno in comune i tre lavori è che al centro, prima ancora della musica, sta la fragilità del protagonista: autodistruttiva quella di Cobain e Winehouse, che infatti non sono più fra noi. Estraniante, vagamente schizofrenica quella di Wilson, che però ne è uscito piuttosto bene, con una moglie da urlo, cinque figli e una vecchiaia che il pensionato medio, possiamo dirlo, si sogna.

C’è anche una differenza importante: quello su Brian Wilson è un biopic, cioè un film biografico; pur promettendo di raccontare una storia vera, si prende la licenza di romanzare, impiega attori ed effetti speciali, riempie i vuoti con l’immaginazione (nessuno sa cosa disse veramente Wilson, in piscina, in quell’afoso pomeriggio del ‘67).

Quelli su Cobain e Winehouse invece sono documentari: niente attori, ma personaggi reali. Niente ricostruzioni cinematografiche, ma video e immagini d’epoca, frammenti provenienti da fonti disparate, a volte girati dagli stessi protagonisti nei momenti di cazzeggio. Niente battute scritte, ma voci e frasi autentiche. Niente “trama”, ma un filo narrativo volutamente lasco, indiretto, affidato al solo montaggio. E la promessa, sottintesa, di raccontare la verità: proprio come quando guardiamo i leoni accoppiarsi sul National Geographic o i Faraoni mummificarsi lentamente sull’History Channel.

Sì, vabbè: lo sappiamo che il regista del National Geographic ha sparato supposte di Viagra nell’angolo meno regale dei leoni con un fucile ad alta precisione perché non aveva tempo di pedinarli per giorni nella savana; ma insomma: l’accoppiamento dei leoni nel video è un autentica copula avvenuta nella savana. Mica li hanno pagati per simulare l’orgasmo. Giusto?

Dice: vabbè, finiscila con le str***ate. Come sono questi film/documentari, in buona sostanza?

Love-Mercy-

Love & Mercy si fa in fretta a descriverlo: è un film che ha la fortuna di elevarsi sulle spalle di un personaggio incredibile, un lavoro girato con il gusto hollywoodiano per lo storytelling che ti avvince e ti acchiappa, graziato interpretazioni di ottimo livello, infiocchettato da una colonna sonora divina (che non hanno dovuto nemmeno sforzarsi di scrivere! È come dire: “Hai visto che bella la fotografia di quel film?”, e l’altro: “E ti credo, è su David LaChapelle!”… eh eh, battuta). In altre parole, è semplicemente un gran bel film. E non solo per chi, come me, si scioglie in un brodo di giuggiole ascoltando Pet Sounds, alla cui creazione una grossa parte del film è dedicata… anche se amare quel disco aiuta: bellissima la storia, neh, ma la parte dedicata alla creazione di quel capolavoro è quella che ho preferito.

Paul Giamatti fa il cattivo/volgare/venale e dopo Le Idi di Marzo, secondo me comincia a prenderci troppo gusto; ormai deve essergli difficile smettere di esserlo nella vita. Già le me lo vedo che torna a casa la sera e infinocchia i figli vendendo loro auto usate da rottamare, solo per tenersi in allenamento. Comunque è sempre un grande.

E John Cusack è un attore stra-sottovalutato. Come i ceci, grande legume dalla reputazione ingiustamente low profile (pensate all’hoummous, alle panelle, alla farinata). Probabilmente è colpa di quella faccia da vicino di casa (di Cusack, non dei ceci): né bello, né malvagio… semplicemente normale. Una specie di Tom Hanks che non ha avuto il culo di girare Forrest Gump e Philadelphia.

Montage of Heck e Amy sono una cosa ben diversa. Non c’è bisogno di amare i Nirvana o la Winehouse, ma certo aiuta molto il fatto di conoscerli e volerne sapere qualcosa in più; altrimenti, due ore abbondanti di video girati con la telecamera della prima comunione possono abbrutirvi. Detto questo, se invece il soggetto v’interessa, sono molto più che intriganti: esercitano un’attrazione irresistibile, ti fanno passare lentamente intorno al corpo un filo elettrico. Chiamatelo fascino grottesco. Sono semplicemente brutali.

COBAIN

Solo perché uno è paranoico, non significa che non vogliano davvero farlo fuori” (Cobain).

Montage of Heck si apre sulle chitarre atomiche di Territorial Pissings: e come per magia, verso la fine della canzone, gli strumenti vengono eliminati dal mix e restiamo ad ascoltare la sola voce di Cobain, più distorta delle chitarre stesse mentre urla come se volesse spaccare una per una le corde vocali, suonando francamente… disturbing (come si traduce disturbing? Diciamo inquietante). Un po’ di questa teatralità morbosa, a dire il vero, fa parte della valigia dei trucchi del regista Brett Morgen, uno di quelli che vogliono a tutti i costi lasciare “la firma” (nomination all’Oscar nel curriculum, eccetera). Pazienza, ignoriamo il suo ego obeso. Quando ho sentito la voce nuda di Cobain in Territorial Pissings senza gli strumenti, ho avuto l’impressione di sentire quella canzone per la prima volta.

L’angoscia adolescenziale ha pagato bene, ora sono vecchio e annoiato” (Cobain).

È stata Courtney Love a chiamare Morgen, lasciandogli per anni libero accesso allo scrigno dei tesori di Kurt: quaderni, appunti, diari, video, musiche, roba che il defunto marito accumulò nei 27 anni della sua esistenza, fin dalla trista infanzia nell’agghiacciante provincia del nord-ovest americano. E a pensarci è incredibile che Courtney sia all’origine del documentario, perché come donna, moglie e soprattutto madre, ne esce appena meno disprezzabile di Ratko Mladic (quello del massacro di Srebrenica). A quanto pare invece il lavoro ha avuto perfino la benedizione della figlia della coppia, Frances Bean Cobain, e qui ci sono solo due possibilità: o la ragazza ha approvato il documentario per amore del padre (un amore del genere: ti amo così tanto, padre, che voglio far vedere tutti che razza di psicotico mentecatto che eri); oppure lo fa per giustificare preventivamente tutte le cazzate che farà nella vita, con una famiglia del genere alle spalle. In effetti, dopo aver visto Montage of Heck, penso che Frances Bean meriti un applauso per ogni giorno in cui non si getta dalla finestra o inietta un chilo e mezzo di eroina.

Oh, idea! Ho trovato una lamentela nuova!” (Cobain).

Se vogliamo, il documentario non ci dice cose specialmente nuove; racconta quel che i fan più devoti dei Nirvana, quelli che conoscono la data del compleanno del bassista Krist Novoselic, probabilmente sapevano già. Ma gli appassionati “normali”, anche quelli che ne custodiscono gelosamente tutti gli album e le raccolte come me, e che come me considerano Cobain uno dei tre personaggi più importanti della cultura pop universale, pur immaginando o avendo sentito parlare di certi suoi dettagli biografici, non potranno non essere sconcertati dal vederli, questi dettagli. Vedere è mille volte più forte che leggere o ascoltare. Immaginate di vedere i coniugi Cobain (quelli veri, non due attori!), fatti di eroina e crack mentre cullano la piccola Frances nata poco tempo prima.

Sono felice, perché oggi ho trovato i miei amici: sono nella mia testa” (Cobain).

In fondo, qualche licenza poetica se l’è presa anche Morgen, ma funziona: le immagini del documentario sono (parsimoniosamente) intervallate da fumetti animati che ricostruiscono passaggi non immortalati nel video, o semplicemente sottolineano teatralmente un’idea. Sfigheggiamento artistoide? Sì, certo, ma funziona; anche perché, nei bauli segreti, Morgen ha trovato una montagna di disegni fatti dal Kurt bambino e adolescente, roba onestamente da IL MATTINO HA L’ORO IN BOCCA, che aggiunge qualcosa di importante alla storia del personaggio. Forse troppo. Alla fine ci sentiamo tutti un po’ morbosi, come guardoni arrapati dallo spettacolo del lento suicidio di un uomo debole e geniale. Ci auto-assolviamo perché lo amiamo e gli abbiamo comprato tutti i dischi, gli abbiamo riconosciuto gloria immortale, amen. Siamo pari. Quasi.

Una cosa mi è mancata in Montage of Heck: un po’ di spazio in più per quelle poesie nichil-baudelairiane che erano i testi di Kurt. Cosa sono gli uragani di distorsione del grunge nirvanesco senza i testi di Kurt? Parole mortali e senza speranza, sì, ma anche battute folgoranti piene d’ironia.

AMY

E Amy? Amy inizia con delle immagini che sono sconcertanti, sì, ma per altre ragioni: roba girata in pessima qualità, tipo “festino adolescenziale” dalla Winehouse e le sue amiche quando erano ragazzine; frammenti che ti fanno pensare: hanno raschiato il fondo del barile. E in fondo, è proprio quel che è successo con lei quando era viva, no? Quindi, tutto logico. Ah ah ah.

Ma proseguendo, poco a poco, la storia si crea e s’intesse da sola, trova un filo talmente naturale, nel suo scorrere, che infine tutto, anche quelle immagini raffazzonate, prende senso. Ancora una volta, per il fan un po’ malato che si è conservato i ritagli di giornale e si è segnato sul diario la data del matrimonio di Amy, forse questo film non dice cose nuove. Ma ancora più che in Montage of Heck, che in fondo era sul personaggio Kurt nella sua dimensione più intima, Amy racconta cose interessanti sulla musica, sulla Winehouse in quanto persona, sì, ma persona-musicista.

E per questo, tutto sommato, è il migliore dei due documentari.

Così conosciuta come interprete, apprezzata per la voce eccezionale, pochi secondo me l’apprezzano come musicista; pochi si rendono conto di quanto fosse innamorata della musica, capace di capirla, sentirla; di come sapesse imbracciare una chitarra e creare; di come molte delle sue canzoni più celebri siano state co-firmate o addirittura scritte interamente da lei.

Se i disturbi di Cobain nascevano soprattutto dentro la sua testa, così come quelli di Brian Wilson (altra cosa poi è il fatto che qualcuno ne approfittasse), la tesi più forte di Amy è che la sua fragilità non sarebbe stata in fondo fatale, se una piccola congrega di aguzzini sfruttatori non si fosse accanita per approfittare di lei, vivere alle sue spalle o semplicemente usarla. L’ex marito e il padre ne escono più o meno come un cocktail di Jack Lo Squartatore, Stalin e Pinochet (notate la correttezza politica nel citare un dittatore di destra e uno di sinitra: se sapessimo per chi votava Jack, romperemmo la par condicio). Alla fine, se sei un ingenuo romantico come me, sei tra rabbia e commozione a pensare a come si fa a spremere una persona letteralmente fino all’ultima goccia di vita.

E ancora una volta, Amy e Montage of Heck sono documentari, non articoli di cronaca: raccontano e intrigano, non devono necessariamente fare uno scoop. Anche quando i registi e i produttori e le brillanti menti del marketing cinematografico si fanno in quattro per convincerci che ci stanno offrendo roba “inedita” e rivelazioni-bomba, noi possiamo fare spallucce. Lo sappiamo già tutti come si accoppiano i leoni, non è che guardando il National Geographic Channel gridiamo: “Oddio, ma trombano!”

Ciononostante, un bel documentario sui leoni si vede sempre volentieri. È che sono i leoni a essere belli.

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