MEPU NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE

Glasto Pyramid

«Glasto is real. The world outside is fake».

Non dovrei spiare gli sms degli altri, lo so. Ma bisogna ammettere che qui ne valeva la pena. Questa signorina che mi sta accanto nella massa sotto il palco, aspettando il concerto dei Super Furry Animals, sta scrivendo una vera pepita.

“Glastonbury è vero. Il mondo là fuori è falso”.

Glastonbury, per chi non lo sapesse, è un festival di musica pop-rock (e di ogni altro genere); forse il più conosciuto, senz’altro il più “classico” che ci sia. E dal 1970 anima la campagna del Somerset durante la sdentata estate inglese; attirando, oggi, quasi duecentomila persone, per cinque giorni di baccanali intorno a decine di palchi su cui suonano centinaia di band, dai Rolling Stones alla giovanissima e sconosciuta band ultra-alternativa che si esibisce in piena notte in un antro scavato nel fianco della collina; Glasto che di notte, finiti i concerti, diventa una specie di smisurato parco giochi per giovani adulti, con chilometri quadrati dedicati al ballo e allo sballo, con temi horror, burlesque, sadomaso, cyberpunk, circense e così via.

Quanto al mondo là fuori… oddio, quello spero che sappiate cos’è.

Ora, che l’allucinante ambiente di Glasto, sia davvero il più reale fra i due? Devo ammettere: aggirandomi alle quattro del mattino fra una ricostruzione a grandezza naturale di un condominio popolare di Londra e quella di una vecchia palazzina diroccata da bassifondi della New York anni ’80, facendomi strada attraverso un rave dove tutti sono coperti di lustrini, passando davanti a una vetrina in cui un uomo in perizoma limona duro con un altro vestito da nobildonna mentre fuori una piccola folla osserva curiosa, approdando infine sotto un ragno d’acciaio alto una dozzina di metri che sputa fiamme verso il cielo… devo ammettere che le idee si confondono.

glasto-arcadia2

Non c’è dubbio che ci sia più interesse in questa realtà che nel tornare al debito greco, agli attentati dei jihadisti, agli scioperi dei mezzi.

Ma quando la mattina grigia mi sveglio nella mia tenda, tutto rattrappito perché è troppo corta e non ci sto disteso lungo, indolenzito perché non ho preso il materassino e quindi dormo direttamente sulla terra dura, infreddolito perché siamo nella fottuta British countryside, e mi avvio sotto la pioggerellina alla via crucis della coda per il bagno… e quando vedo i giovani semidei della notte prima, trasformati in zombie con le occhiaie e il grugno malmostoso… torno a interrogarmi. Chi è vero e chi è falso?

È il secondo anno che vengo a Glasto. Mi piace da morire. L’anno scorso forse è stato più interessante dal punto di vista musicale; non è tanto una questione di nomi (il famoso «lineup»), quanto di performance. Non puoi mai sapere se uno da cui non ti aspetti tanto ti sorprenderà, o uno su cui punti tutto alla fine ti lascia insoddisfatto. Lo scorso anno per esempio vidi gli Arcade Fire, una band fighetto-intellettualoide canadese che ha tutto per starmi antipatica: e invece mi sciolsi dalla goduria. Quest’anno ho visto gli Who, eroi immortali della Londra mod che hanno portato in Inghilterra e quindi in Europa il rock and roll (o l’r&b, se volete, ma tanto è la stessa cosa, sono tutte definizioni del piffero), altro che i Rolling Stones, gli Who di Pete Townshend che spaccava le chitarre, di Roger Daltrey con la voce di un marziano… e invece mi han lasciato freddino, anche se non posso dirgli niente, son stati bravi… ma lasciamo stare i nomi delle band, in fondo che ce ne frega!

Dirò solo che Patti Smith, questa vecchia befana brutta come il peccato col cuore di un angelo, mi ha commosso: è una che ci crede ancora fino in fondo, che si sgola per gridare a centomila persone sono il palco della Piramide che «siete liberi, cazzo, siete liberi, usate la vostra libertà, usate la vostra voce!», e poi invita sul palco il Dalai Lama (il Dalai Lama!), il quale compie ottant’anni tra pochi giorni, e fa cantare a tutti noi del pubblico happy birthday to you al Dalai Lama, e a lui fa tagliare una torta di panna (il Dalai Lama che taglia una torta di panna a un festival rock!!!), quindi lo abbraccia e lo bacia in fronte (ma si può abbracciare e baciare una santità buddista?), allora lui dice «vedo tanti musicisti coi capelli bianchi qui sul palco, che corrono e saltano e ballano… forse dovrei fare una vita più attiva anche io» (il Dalai Lama che dice «dovrei fare una vita più attiva»!!! ma non è come una bestemmia per i buddisti? Non bisognava meditare?), poi il Lama se ne va, probabilmente si sta chiedendo ancora oggi dove l’hanno portato e cosa l’hanno costretto a fare, mentre la Patti inciampa, vola distesa sul palco, si rialza e dice «Sono caduta col culo per terra, lo so, ma è perché sono un fucking animal!!! ».

E mi viene in mente quel 5 novembre 2005, quando a Malpensa mi preparavo a prendere l’aereo che mi portava a vivere a Parigi la prima volta (sarebbe durata poco), e nel pullmino che dal gate porta alla pista vedo una targhetta di valigia a fianco a me, con scritto “Patricia Smith, New Jersey, ecc… ecc…” Penso «uhm, mi dice qualcosa…», e guardo la valigia attaccata a quella targhetta, poi le mani attaccate alla valigia, risalgo al viso… ed è il viso di una leggenda vivente del rock and roll, venuta a Milano come ospite in un programma tv, diretta a Parigi per suonare all’Olympia, ma in quel momento aggrappata come tutti noi alla sua valigia nel pullmino di Malpensa… e io come un perfetto coglione le chiedo «come è stato scrivere Because the Night con Bruce Springsteen?» AAARGH!! Taci, imbecille! Una domanda più da coglione non si poteva fare. E lei, pazientissima, che mi dice «I’m just a Jersey farm girl…»

E dieci anni dopo, a Glastonbury, rieccola sul palco della Piramide, col Dalai Lama; e se c’è qualcuno fra i centomila del pubblico che non sta versando lacrimoni, probabilmente è qualcuno che addestra bambini-soldato.

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Luca, se stai leggendo questo post… ti ricordi quando venisti a trovarci a Parigi e ti portai al concerto dei Deus, ma prima vedemmo come gruppo di spalla una giovane band belga, i Balthazar, che ti piacque più dei Deus? Li ho rivisti, i Balthazar! Suonavano alle tre di notte sotto un tendone in un angolo tutto fangoso del festival.

Ribox e Phil, se state leggendo questo post, vi ricordate quando vedemmo i giovanissimi Charlatans nel ’94 al Canguro di San Colombano al Lambro, una discoteca claustrofobica, eravamo in prima fila e per salvarci dalla pressione della folla dietro di noi finimmo accovacciati sul palco, praticamente in mezzo alle gambe della band, e io presi il cantante Tim Burgess per un gambale dei jeans e gli dissi «suonate You’re Not Very Well!» e lui mi disse di sì, come si dice ai pazzi e ai maniaci, e ovviamente non la suonarono, e lui si guardò bene dal riavvicinarsi a me per tutto il resto del concerto? Ebbene, li ho rivisti, ingrassati e ingrigiti, ma sempre sbarazzini, così candidamente entusiasti di suonare a Glasto che si sono fatti una serie di selfie di fronte al pubblico come degli sfigati qualunque!

E i Motörhead, Kanye West… che dire di Kanye? Io lo adoro, non sono obiettivo… quindi non dico niente. Secondo me è tanto geniale quando odiosamente megalomane. I tabloid inglesi però sono troppo duri quando dicono che ha “ucciso” Bohemian Rhapsody dei Queen. Non l’ha uccisa. L’ha solo presa a pugni… a sangue, ecco.

E i Fat White Family, il cui cantante come sempre a un certo punto si abbassa le mutande e va a sbandierare il pisello in faccia ai fortunati (?) della prima fila. I quali, non si sa bene perché, rispondono con grida estasiate.

E le notti, come dicevo, a zonzo fra i ravers… in una specie di mondo di Alice nel Paese delle Meravigliose Anfetamine. Ma senza esagerare… perché c’è un limite di tempo a quanto puoi aggirarti solo, sobrio e quarantenne in mezzo a una banda di sciamannati che si sballano, prima di essere denunciato come borseggiatore, maniaco o generalmente sfigato. E la mia arte consiste nell’andare pericolosamente vicino a quel limite, flirtare col disastro ma non caderci (troppo) dentro.

Così a una cert’ora me ne vado, finisco nella zona hippie dello Stone Circle, una specie di mini-Stonehenge dove a tarda notte convergono tutti i fricchettoni a suonare il bongo aspettando l’alba, convinti che un Dio Maya li riscatterà dall’emicrania. Anche qui però dopo un po’, per me che non ho l’emicrania, non c’è molto da fare. Mi allontano verso un angolo buio, cercando una scorciatoia verso un’altra zona del festival, chiamata Strummerville, in onore del grande e defunto Joe Strummer dei Clash. Nello Strummerville si strimpellano chitarre e si fanno cantate senza pretese a qualunque ora, dovrebbe essere un’opzione migliore dell’aspettare l’alba sull’erba bagnata dello Stone Circle coi bonghi che non la smettono… così mi allontano, piano piano.. ma di notte il cammino è più incerto… uhm, dove sono? Da dove si passa per andare… asp… ma… cosa sentono le mie orecchie? possibile che sia una donna… che mugola di piacere… mentre si accoppia con qualcuno sotto un albero?? Oddio, non vedo niente con questo buio ma… ATTENZIONE! ATTENZIONE! Un uomo solo (io!) si aggira furtivo, di notte, vicino a una coppietta infrattata!! Maniaco alert! Maniaco alert! Allarme rosso! Fuggire, fuggire! E senza fare rumore!

glasto stone

… e così faccio, finendo nella zona ancora più hippie e meno pretenziosa dei Green Fields, dove alle quattro, del pomeriggio o del mattino poco importa, puoi sempre trovare una tenda indiana in cui stravaccarti a sorseggiare un chai (tè indiano con le spezie) e mangiare una fetta di torta eco-responsabile fatta senza uccidere una sola spiga di grano, rompendo le uova con metodi umani, da parte di dipendenti del Bangladesh con contratto a tempo indeterminato, assicurazione medica, auto aziendale e stock option. E lì mi rilasso, prima di andare a letto, che tanto andarci più presto non ha senso perché le voci, le urla, il unz-unz della techno non staccano prima delle sei…

… e ti lasciano tranquillo un due-tre ore, poi ricomincia la Glasto di giorno, quella delle band di rock and roll che suonano sul palco, quella in cui fai amicizia con la famigliola inglese “de’ sinistra”, col padre che ti racconta che viene qui dal 1985, che ci porta i figli da quando hanno due anni, che ora anche loro, adolescenti, adorano andare a sentire i comizi del musicista-attivista politico tutto impegnato Billy Bragg (mentre lo dice, osservo i figli, che distolgono lo sguardo verso un punto lontano all’orizzonte…).

Glasto can be real… too.

Saturday night in the Unfairground at Glastonbury Festival 2014. 29 June. glastoweb

Saturday night in the Unfairground at Glastonbury Festival 2014. 29 June. glastoweb

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