IL NOSTRO PERSONALE CAMPO DI STERMINIO

La_Part_de_l_autre

C’è un libro meraviglioso di Eric-Emmanuel Schmitt che si chiama La parte dell’altro (La part de l’autre). È qualcosa di speciale. La trama è presto detta: parla della vita di Hitler, anzi dei due Hitler: quello reale, che diventa il Führer, personaggio storico intelligentemente romanzato; e quello immaginario, che da adolescente non viene bocciato al test d’ammissione all’Accademia delle Belle Arti, ma supera l’esame e inizia il proprio apprendistato d’artista. Cosa sarebbe successo “se…”? Ci sarebbero stati ugualmente il Nazismo, la Seconda Guerra Mondiale e l’Olocausto? Cosa sarebbe diventato Adolf H. in tal caso? E il mondo?

Ma non è questo, in fondo, il punto. Certo, il gioco delle sliding doors o realtà parallele è quasi sempre irresistibile, e già di per sé sarebbe sufficiente a far venire voglia di leggere. E a rendere il libro interessante. Ma quel che lo rende addirittura eccezionale è la capacità, attraverso il racconto stesso della storia (e quindi, in modo accattivante, scorrevole, mai didascalico o palloso), che Schmitt ha di andare molto più a fondo; di analizzare, come artista, la natura del Male Assoluto, del fanatismo, della crudeltà inumana che possono – credeteci o meno – svilupparsi in ognuno di noi. Non è un semplice “dipende tutto dalle circostanze” (anche se, un po’, è anche quello). È l’indagare, in potenza, il meccanismo che può attivare quella specie di “gene del Male”; il piccolo Hitler embrionale che c’è in noi. Certo, c’è l’escamotage dell’incidente esterno: “promosso o bocciato = artista o Nazista”.

Ma c’è, molto più affascinante, molto più profonda, l’avventura in quel Cuore di Tenebra che sono le zone d’ombra della mente umana. Non è soltanto incontrando una persona o l’altra che diventiamo quel che diventiamo. Ci sono mille piccoli ingranaggi nel nostro cervello e un’attività inarrestabile di creazione di mondi. L’osservazione diventa deduzione; varie deduzioni si legano attraverso le connessioni; le connessioni creano le teorie. L’immersione nelle teorie porta alla convinzione. La convinzione annienta ogni altra possibilità. L’Assoluto è nato.

Ma perché il libro si chiama La parte dell’altro? Perché entrambi gli Hitler hanno come caratteristica comune quella di avere perso di vista, rimosso dalla propria mente, la parte dell’altro, appunto. Sì ma cosa vuol dire?

Nel caso dell’Hitler-artista, di Adolf, vuol dire aver perso la capacità di accettare il giudizio altrui; di vedersi con occhi esterni; di convivere serenamente con il dualismo. Potrei tentare di essere più chiaro raccontando dettagli della trama, ma eviterò di farlo nel caso in cui qualcuno, hai visto mai, voglia leggere il libro (fatelo! è fichissimo!).

Nel caso dell’Hitler-Führer, vuol dire aver soppresso, annientato in sé ogni traccia di Compassione Umana. Vuol dire ritrovarsi nell’incapacità (acquisita! non si nasce così) di “sentire” il sentimento altrui. Di identificarsi con l’altro. Come altro spiegare la decisione di sterminare milioni di persone a mente fredda, se non col fatto che a un certo punto si diventa capaci di disumanizzare il prossimo? È un po’ come equiparare gli umani ai pesci (molti semi-vegetariani mangiano il pesce perché dicono che i pesci non provano niente).È un po’, permettetemi la banalizzazione, come quando leggo i post su Facebook che invocano “le ruspe” contro gli immigrati.

La reazione istintiva a quei post naturalmente è di vergognarmi di appartenere alla stessa specie delle persone che li scrivono; nemmeno se l’immigrato ti mettesse la tenda in salotto puoi pensare “la ruspa”, perché “la ruspa”, diciamolo chiaro, è il campo di concentramento. Non per niente l’ultima persona che ha detto “la ruspa”, almeno in Europa Occidentale, è Hitler (quello bocciato all’Accademia). Come puoi pensare che l’invasione del tuo benessere sia equivalente alla condanna a morte di milioni di esseri umani? Poi mi dico che sono cose che si scrivono senza pensarci; che sono modi di dire, frasi che vanno di moda… che c’è anche una buona dose di ignoranza, senza offesa: tutti quelli che scrivono “la ruspa” infatti conoscono certamente le difficoltà e i rischi – innegabili – di accogliere gli immigrati in Europa; ma conoscono anche la situazione in Eritrea, Somalia, Sud Sudan (lo sapranno che il Sudan si è diviso e che da qualche anno esiste il Sud Sudan?), Nigeria, Repubblica Centrafricana (lo saprà Salvini che esiste uno Stato che si chiama così? Voglio dire, non è un modo per dire l’Africa Centrale, è proprio uno Stato?). Mi dico che è anche colpa dei nostri media, dei nostri politici (sì! forza! diamo sempre la colpa a loro!), perché ci spingono a sciogliere il pensiero critico nella rabbia. Eliminano ogni spazio per il dualismo e la contraddizione; costringono chi non desidera l’immigrazione a provare sentimenti bestiali nei confronti di altri esseri umani.

Ma Schmitt l’ha capito meglio, e ha detto una cosa più interessante della mia facile indignazione. Ha detto: quelli che dicono “la ruspa” siamo tutti noi, anche noi che ci incazziamo e ci indigniamo. Hitler non è un mostro, né un’aberrazione; è una possibilità. Aperta a ciascuno di noi. Basta eliminare la parte dell’altro. Una possibilità estrema, forse; ma come dimostra la storia della “ruspa”, si possono avere alternative intermedie. Anche senza eliminare irrimediabilmente la parte dell’altro: basta dimenticarla, per il tempo di un post.

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