SANGUE E PIZZA

OT at work3

Succede sempre così. Sembra un film di Mister Bean in cui tutte le sfighe possibili capitano nel momento peggiore. Ovviamente, con me nel ruolo di Mister Bean.

Oggi ero a pranzo con colleghi di un’altra Ong di cui non faccio il nome ma dico solo che ha per simbolo una croce rossa, per spettegolare un po’ sulle faccende nigeriane, quando mi squilla il telefono: sta arrivando un paziente, accoltellamento alla schiena. Ecco, lo sapevo. Proprio mentre mi portano l’hummous e l’insalata libanese (fattoush).

Come James Bond, mi scuso con modi cortesi ma decisi, lascio il contante sul tavolo per la mia parte (abbondo, faccio il signore), chiamo l’auto ed esco veleggiando fra i tavoli come Diabolik.

Dieci minuti dopo, i colleghi della Croce Rossa (ah, mannaggia, mi è scappato il nome!), che hanno finito il loro pranzo in tutta calma e pagato il conto in modo più urbano del sottoscritto, escono anche loro dal ristorante. E mi trovano ancora lì sul marciapiede, visto che la mia auto non è ancora arrivata. Per un attimo penso di nascondermi dietro le fratte, perché è troppo ridicolo che dopo tutta la mia scena da agente internazionale, quelli escano e trovino 007/Diabolik appiedato come un fesso quando c’è lo sciopero degli autobus a Milano.

Nascondersi, del resto, è proprio ciò che farebbe Mr. Bean; e quindi ci penso bene per qualche istante. Ma resisto, sforzo un sorriso a due denti e un quarto… “Eh già, eh eh!”, ridacchio, tra il verde e il violaceo. Finalmente la macchina arriva: “Di corsa all’ospedale!”, grido.

“Ma che ci vai a fare all’ospedale tu, quando arrivano feriti?”, direte voi. Ebbene, non vi è sfuggito in effetti che il vostro umile narratore non è un medico, né paramedico. In tutta franchezza, non è nemmeno tanto bravo a tagliarsi le unghie.

La storia è lunga e delicata, non adatta a un blog per signorine come questo. Lasciatemi dire che insieme alle vittime di crimini violenti sbarcano quasi sempre al nostro allegro ospedale degli “annessi e connessi” criminal-polizieschi di quei crimini violenti che non è carino lasciar ricadere sui miei dottorini, che son tutti impegnati a salvare vite. E’ uno sporco lavoro, ma qualcuno… eccetera eccetera.

Spero di non aver raccontato cose che portino al mio licenziamento. Né alla mia eliminazione.

Insomma oggi ho mollato a metà il pranzo libanese per correre all’ospedale.

Stasera torno a casa, finisco di lavorare, ciondolo in salotto, dove incontro la simpatica caposala giapponese N.

“N.!”, dico, “come va? A posto l’accoltellato di oggi?”

“A posto, a posto”, mi dice N.. “Ma adesso ploblema essele qui. Non avele più benzina!”

Dovete sapere che N. è alta un metro e un rotolino di sushi, è tutta composta ed educata come sono i giapponesi, parla sempre con molta calma, ma trinca come un vecchio marinaio bestemmiatore al porto di Rotterdam. Quando mi dice che è finita la benzina, quindi, non ho dubbi: vado al frigo delle birre, lo apro. Vuoto.

“Vedele? Non avele più benzina!”, dice. “Andale supelmelcato?”

Non sia mai che per una sera N. non trinca una quantità di bottiglie che, se messe una sull’altra, la superano facilmente in altezza. E vabbè, t’accompagno al supermarket.

Chiuso. N. fa una faccia come se il Giappone si fosse appena beccato la terza atomica.

“Andale bele billa fuoli?”

Non demorde; questo mi piace dei samurai.

“Massì, perché no? Andiamo a bere questa billa fuori”.

Ovviamente finisce che, seduti con le nostre birre finalmente davanti, mi vedo passare sotto il muso le pizze buonissime che servono ai tavoli accanto.

Okay, le pizze immonde del solito ristorante fetido, che dopo due mesi e mezzo di Nigeria mi sembrano un giulebbo divino.

“Una quattro formaggi!”, ordino con l’acquolina in bocca.

“Pesce flitto piccante!”, dice la candida N., ruttando forte dopo la prima birra.

(E va bene, non ha ruttato davvero. Ma aveva già finito la prima bottiglia da 66 cl, che le dà all’anca).

Sulla jeep, al ritorno, non si capisce se sono più pesanti gli aliti o gli stomachi. Cosa può succedere a questo punto secondo voi?

Driiiiin!

Non voglio guardare il numero. Non voglio sapere chi chiama. Non ci penso nemmeno.

Okay guardo.

E’ il responsabile del servizio di ambulanze del Ministero della Sanità. Burp.

“Ve ne stiamo portando un altro… ”

Ti prego dimmi di no, dimmi di no…

“… accoltellamento.”

“Andàle ospedale!”

Lo so, lo so. E dove vuoi che andiamo. Andiamo a vedere la nostra divina Henrike all’opera. Meglio, N. va ad aiutarla. Io… beh, Henrike me l’aveva promesso, che al prossimo mi avrebbe fatto assistere.

Ora fatemi dire una cosa di Henrike. Non so che età abbia, è una signora tedesca con dei lunghi capelli argentei, una pelle che è una carta idrografica, un temperamento impassibile. E quando dico impassibile, dico che durante una missione in Tanzania ha trovato un serpente in casa, e (giuro, me l’ha raccontato di fronte a testimoni e non è una che conta balle) l’ha preso con le due mani, una dietro la testa e una sulla coda, per gettarlo fuori dalla finestra.

“Però non mi andava di toccarlo quindi mi sono messa i guanti di lattice da chirurgo. Non mi ero accorta che era un cobra di quelli che sputano veleno” dice serafica, “altrimenti non l’avrei preso in mano.”

Minchia!!

“Ma non era tanto grande!”, ci rassicura mentre sveniamo al pensiero.

E quindi insomma, alla possibilità di vedere la divina Henrike all’opera non si dice di no. Quindi mi cambio veloce nel camice verde, salto la linea rossa e sono in sala. N. è lì, perfettamente in forma e precisa, come se avesse bevuto acqua di rose invece che un litro e mezzo di Heineken. Tutto fila liscio.

Anche se a un certo punto, non ricordo se è quando Henrike ha infilato la mano dentro la ferita o quando un fiotto di sangue si è alzato un metro sopra il paziente, il gorgonzola mi ha fatto ciao come le caprette di Heidi. Per fortuna la mascherina nasconde tutto.

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