DALLI A RATATOUILLE

zuppa pesce pasta(un po’ zuppa di pesce, un po’ minestrone di verdure, un po’ pastasciutta stracotta, un po’ aborto immondo: questo piatto innovativo rappresenta l’idea della cucina “internazionale” nel Disco-labirinto che è la mente di un cuoco nigeriano)

“Oh no… oh nooo… oh nooooooo…”

“Che succede, D.?”, chiediamo tutti in coro.

Port Harcourt, Nigeria. Un pranzo di un sabato qualunque. Ok, quello del 14 marzo 2015. Io, J. e Y. siamo ai lati lunghi del tavolo. D. è a capotavola e quindi è l’unico girato verso il soggiorno. Non so dove sia Sansone.

“Allora, D., che succede? Che hai visto?”

D. sta guardando verso il soggiorno con una faccia proprio abbacchiata. Io e Y. abbiamo capito benissimo cosa ha visto, ma non vogliamo dirlo per non mandare la povera J. nel panico. Donne, si sa. Ma non possiamo fare finta di niente.

“E’ lui, vero?”

“Sì.”

“Okay”, dice Y. “Dobbiamo prenderlo.”

E così facendo, Y. balza letteralmente in piedi, scatta dalla sedia come una molla, imitato da D.; vanno entrambi in cucina, da cui escono con un bastone in mano ciascuno.

Wait, wait, di cosa si tratta? Non sarà mica… AAAHHHHH!”, grida J., alzando i piedi da terra. “Io non scendo più da questa sediaaaa!!!”

Ebbene sì, la pantegana è apparsa di nuovo. Ragazzi, abbiamo la cucina infestata, che posso dire. Sono anche furbi, ‘sti ratti. Abbiamo provato con i pezzettini di formaggio e la colla: hanno magnato il formaggio senza passare sulla colla. Abbiamo provato le trappole con pezzetti di carne: hanno sbafato la carne senza far scattare le trappole.

L’altro giorno Sansone ha trovato un pezzo di pollo rosicchiato dentro un cassetto di un mobile in soggiorno. Non sto scherzando. All’inizio non avevo neanche capito come ci fosse finito, poi Sansone mi fa: “Sono furbi questi ratti eh? Rubano il pezzo di carne dalla spazzatura e se lo portano qui nel cassetto, così vengono a rosicchiarlo con calma quando vogliono, indisturbati.”

Per inciso, da quel giorno sono traumatizzato. Non riesco più ad aprire un cassetto. Devo tenere tutte le mie cose di lavoro sul piano principale della scrivania. Tutti i miei vestiti ammassati sulla mensola. Tutte le cose del bagno in equilibrio precario sul coperchio del gabinetto. Non voglio pensare alla prossima volta che prenderò l’aereo, come farò ad aprire la cappelliera per metterci il bagaglio a mano?

Ma torniamo a noi. Stavolta bisogna beccarlo, il bastardo.

Y., che è sopravvissuto alle torture dei Servizi Segreti iraniani, corre in cucina e prende un manico di scopa. D., che da piccolo andava a caccia di leoni coi Masai, corre in cucina e brandisce il manico di uno spazzolone. Nel frattempo, J., che la sera sorseggia vino rosso nel suo portico in Connecticut, è saltata sul tavolo.

In mezzo ci sono io. Al mio attivo: qualche baruffa alle scuole medie e alcune valorose battaglie con gli scarafaggi durante le mie vacanze esotiche.

In cucina ci sarebbe ancora qualche manico di scopa, volendo.

Mi chiedo per una frazione di secondo cosa fare: aiutare i ragazzi nella caccia al mostro? Non sarebbe forse più saggio restare sul tavolo e assistere J., in caso si senta abbandonata? Inoltre loro sono già in due, lei è sola: non è forse meglio che le truppe siano distribuite equamente su tutto il terreno? E poi, non rischiamo di restare scoperti sulle retrovie?

Tutta la vita mi passa davanti. Alla fine, impavido, vado in cucina e brandisco anche io un bastone, o meglio un manico di scopa, da cui svito il fondo. Mica lo devo spolverare, il topo.

E così partiamo in salotto alla caccia: D. avanti sulla destra, Y. avanti sulla sinistra, e io coraggiosamente un po’ indietro, per evitare che ci prenda alle spalle.

Eccolo! No! Era lì! Sei sicuro? Sposta quella poltrona! Dietro il divano! No, era un calzino… la tv, la tv! Attento Francesco, alle spalle!

AHHH!!!! Come attento alle spalle??? AHHHH, mi sta attaccando alle spalle????

No, attento alle spalle che butti per terra la lampada!

Ah! Wow! Porca miseria, non fatemi prendere un infarto! Phew!

E a un certo punto, all’improvviso, BAM!

D. ha calato il bastone. Secco, un colpo solo. Io avevo a malapena fatto in tempo a intuire una macchia schizzare confusamente da qualche parte nella periferia del mio capo visivo, pericolosamente a non più di tre metri dal mio piede destro, ma il keniota D. agisce più in fretta di quanto io pensi.

Il ratto è stecchito, in mezzo al salotto. La coda si divincola qualche secondo, io dico: “Bisogna finirlo, bisogna finirlo! Chiamo la polizia? Le teste di cuoio?”

Ma D. risponde serafico: “No, l’ho preso bene in testa. Questi sono gli ultimi spasmi.”

E infatti un secondo dopo il mostro è immobile. Come fa D. a prendere in testa un animale (relativamente) piccolo che si muove alla velocità di un fulmine?

“Ho fatto tre anni in missione in Sud Sudan, vivendo sempre in tenda. Ogni tanto ci si infilava un serpente. Mi sono abituato ad avere la mira precisa. Sempre la testa.”

Jeeeeezus! Vabbè, tanto meglio. Masai, cazzarola. Veri duri.

Y., per non essere da meno, raccoglie il cadavere in una paletta ed esce in giardino.

“Cosa ne hai fatto?”, chiedo quando torna.

“L’ho buttato dai vicini.”

Nooo!!!

“No, tranquilli; c’è un po’ di terra di nessuno dietro al muro là in fondo, fra noi e il terreno dei vicini. L’ho lanciato lì.”

Ci rimettiamo a tavola e in qualche modo, non so come, riusciamo a riprendere a mangiare. L’appetito non è più dei migliori, ma mancavano pochi bocconi.

SEMOLA

(in qualche modo, questo panetto di semola trasudante è considerato cibo. No, non è da cuocere: è pronto. Servito sul tavolo nell’immancabile cellophane anti-topo. La notte sogno aglio, olio e peperoncino.)

Nel pomeriggio, prendendo slancio dalla proficua caccia al roditore, finisco di trasferire le mie cose dalla mia camera, infestata dalle larve, a quella di fianco.

Ebbene sì, ci sono pure loro. Per settimane, senza accorgermene, ho dormito con queste larve che cadono da qualche microfessura fra i quadrati del soffitto, dritte sul mio letto. Ancora una volta, non scherzo: era proprio sopra il mio letto il punto di lancio col paracadute delle larve. Per un po’ ho pensato che fossero tarli del legno, ho spruzzato il letto di mortali insetticidi che senza dubbio mi hanno accorciato la speranza di vita di qualche annetto. Ho cambiato le lenzuola ogni volta che la sera, scoprendo il letto, trovavo quattro o cinque larvettine a farmi “Sèttete!” fra i due cuscini. E intanto loro cadevano, cadevano. Probabilmente, sopra il soffitto, proprio sopra il mio letto, c’è un parente di Ratatouille che ha tirato le cuoia e marcisce lentamente, giorno dopo giorno. Mi immagino le sue orbite vuote che per tutte queste settimane mi hanno osservato ogni notte, attraverso la microfessura, addormentato come un angioletto.

That’s life nella nostra idilliaca Animal Farm.

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