CHILDREN OF THE REVOLUTION

Iran_election_(2)

Metti una sera come un’altra, a cena. Una cena, poche sere fa, all’insegna del nostro rabberciato cosmopolitismo di serie B.

Il keniota D. ci ha cucinato il chapati, il pane indiano; perché, ci spiega, in Kenya è pieno di quei maledetti immigrati indiani che non si sa se rubano lavoro, ma hanno portato il loro cibo indiano che ormai ha impiastricciato la tradizione keniota; un po’ come i lumbard si lamentano dei kebabbari, D. si lamenta della colonizzazione gastronomica indiana. Però intanto ci fa il chapati, impastandolo con le sue manone scure.

Il chapati è buonissimo e ha il vantaggio di accompagnarsi bene con un sacco di cose. D. per esempio ci ha cucinato anche uno stufato di lenticchie.

Tra le poche cose al mondo che NON si accompagnano al chapati, oltre alla vernice e alle acque di scolo, c’è la marmellata. Ma un altro D., ivoriano, non capisce una mazza né di chapati né di cibo in generale e così ci spalma sopra una bella spatolata di confettura alla fragola. Inorridiamo tutti, tranne Sushi (quella sera era ancora qui); il quale, mostrando di non avere imparato nulla dalla millenaria tradizione culinaria giapponese, fa l’accoppiata diabolica (giuro sulla testa di David Bowie) e ci mette sopra, INSIEME, la marmellata di fragole e lo stufato di lenticchie; poi arrotola il chapati e lo mangia. Senza vomitare. Come fa a non vomitare?

Y. l’iraniano, invece, di cibo ne capisce molto: mangia chapati con lenticchie e non si sogna nemmeno di toccare la marmellata. I nigeriani R. e S. si adeguano, lenticchie pure per loro, ma con lo sguardo sembrano dire: non potevamo fare una bella testa di capra?

Ecco, la nostra tavola sembra l’ultima fila delle Nazioni Unite, quella dove si riuniscono i delegati dei paesi sfigati, quelli che non vengono nemmeno riconosciuti dall’usciere dell’ONU e ogni volta devono  convincerlo che no, non sono gli addetti alle pulizie, non dobbiamo andare nello sgabuzzino dei detersivi ma nella sala dell’Assemblea Generale per favore.

Ma mi piace così. Questa è la mia tavola. Questi sono i miei boys.

Questa sera invece eravamo solo io e Y. l’iraniano: siamo usciti a cena. Niente chapati stasera.

Ci siamo messi a parlare dell’Iran; lui tra una birra e l’altra, mi ha cominciato a raccontare quanto sia contento di poter bere alcol in pubblico, e non solo in casa sua come fa la maggior parte degli iraniani. E da lì ci siamo messi a parlare della cultura iraniana, dei posti da visitare, delle montagne dove va a sciare, delle spiagge sul Mar Caspio dove va a bere l’arak, una specie di grappa locale, e delle stagioni migliori e peggiori per visitare il centro, il nord e il sud e le montagne e l’overt del paese. E poi della metropolitana di Teheran che è impossibile prendere all’ora di punta tanto è affollata, e dei suoi quartieri preferiti della città, e del nucleare e dei governi e dei politici e delle varie cose, finché gli ho chiesto: “E la Rivoluzione Verde del 2009? Tu eri a Teheran? Come è andata? Forte eh?”

E lui mi fa: “Sì, ero a Teheran. Mi hanno preso”.

Non registro subito quel che ha detto; chiedo: “Come?”

“La polizia, mi ha preso. Mi sono venuti a prendere di peso e mi hanno portato via. Per quindici giorni sono stato dentro una cella e non ho saputo neanche dove fossi, non sapevo nemmeno se la mia famiglia avesse mie notizie o se mi desse per morto”.

“Ah… e… poi?”

“Poi qualcuno è riuscito a pagare per me e mi hanno rilasciato. Ma in quei quindici giorni mi hanno torturato”.

In quei quindici giorni lo hanno torturato. Che cosa posso rispondere? Cosa vuoi dire a uno che, bevendo una birra in una sera calda sotto una tettoia, ti dice che per quindici giorni l’hanno torturato? Che cacchio vuoi dire a uno che ti dice “mi hanno torturato?”.

Io non lo so. E infatti non dico niente. Vorrei fargli delle domande ma non oso. Lui intuisce il mio interrogativo, perché senza andare nei dettagli, mi guarda e mi fa: “Mi hanno torturato in tutti i modi possibili”.

E beve un altro sorso di birra.

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