SE FOSSE ANDATO IN MOTO, CRISTO NON SAREBBE ARRIVATO NEANCHE A EBOLI.

D. è un medico kenyota con un bel cranio ebano, una pancia da gran bevitore e una risata che fa circa due decibel meno dello Space Shuttle in decollo. Una cosa che potrei stare ad ascoltare per ore è il suo inglese: estremamente articolato, ricco nel vocabolario, abbellito dall’accento swahili, impreziosito dai termini medici. Mi sta simpatico perché insieme a Sushi è l’unico con cui posso condividere il piacere della birra (gli altri non bevendo per ragioni culturali o religiose) e perché è il primo africano che conosco che apprezza il pane integrale, come me, e che ci tiene ad avere in casa yogurt e marmellata. Di solito l’unica cosa che i miei colleghi africani sembrano interessati a mangiare è tutto ciò che gronda sangue.

D. è il mio responsabile delle attività mediche, insomma la persona che mi deve assicurare la gestione tecnica del progetto, senza il quale, ovviamente, sarei perso. Sono tre giorni che scorrazziamo per le strade di Port Harcourt, sudando come polli da batteria nella jeep prigioniera dell’afa e del traffico, immobili fra lamiere che riflettono il sole arroventato. C’è sempre un’angolazione di qualche specchietto che, non importa come ti muovi e ti giri, ti abbronza il coppino come uno speck. Insomma con D. ci si diverte e si chiacchiera a ruota libera tra una cosa e l’altra.

Stasera stavamo parlando dei piani operativi, dell’apertura imminente del centro, del mass casualty plan. Quest’ultimo, come dice da sé il termine, è un piano medico-logistico per gestire le situazioni di afflusso improvviso di una massa di casi traumatologici urgenti. Avete presente una bomba al mercato di Baghdad, o un missile che piove su una scuola di Gaza? Ecco, queste sono situazioni che provocano mass casualties e il modo di operare, in questi casi, cambia drasticamente rispetto al flusso di attività regolare. Come responsabile delle attività mediche, D. ha la responsabilità tecnica, ovvero medica, di queste situazioni. Lui ha un modo molto semplice per riassumere il concetto. Dice:

“Francesco, vuoi sapere cos’è il piano per il mass casualty? Te lo dico io: è che ci portano all’ospedale quindici persone che hanno tutte bisogno di essere immediatamente sottoposte a un intervento chirurgico lungo e delicatissimo o moriranno entro un’ora; noi abbiamo solo una sala operatoria; e quindi io, in un colpo d’occhio, devo decidere chi dei quindici voglio provare a salvare. Per gli altri quattordici, io firmo una condanna a morte. Piccolo problema: I am not God.”

Ma non è questa a cosa più balorda. Poi mi fa:

“Comunque, Francesco, la cosa importante è che siamo un team e che condivideremo ogni scelta, perché io devo dare il parere tecnico ma la responsabilità ultima del progetto è tua.”

Certo che a volte D. mi fa proprio ridere.

Ma non è neanche questa la cosa più balorda.

Agli incroci, qui, la gente vende cose che voi umani non potete neanche immaginare. Altro che lavare i vetri, vendere mazzi di fiori o portachiavi. Cose che ho visto vendere qui agli incroci, e non tipo bancarelle, ma da gente che, gravante di merce, avanza zigzagando fra le auto in coda: rastrelli da giardino; camicie di seta; appendiabiti; scarpe; specchi; tricicli; manuali di finanza e contabilità. Una volta si prendevano in giro quelli che facevano i corsi per corrispondenza, ma qui siamo a un altro livello! Corsi di finanza fatti su libri venduti da ragazzini in canottiera negli ingorghi stradali! Per forza che l’economia mondiale va male.

Ma non è neanche questa la cosa più balorda. La cosa più balorda è che, alla terza volta che vengo in Nigeria (sarà che ci resto più a lungo), finalmente ho notato una cosa.

“NON CI SONO MOTO!” urlo a un certo punto, svegliando D. e Dottor Raji dal torpore. Forse anche l’autista, il fido Kindi, era nel torpore.

“Certo”, mi fa dottor Raji, che è nigeriano e quindi se ne intende; “non ci sono moto perché sono vietate”.

“Perché sono vietate?” chiedo. Voglio dire, vietate le moto?? Del tutto??

“Perché ci costavano troppo: la metà degli ospedali era occupata da motociclisti spaccati; o aumentavamo ancora le tasse, o proibivamo le moto”.

E credetemi, non è un’approssimazione: a Port Hacourt, città di 2,5 milioni di abitanti, o ad Abuja, la capitale, non ho visto una sola moto. Vietate. Ci pensate? Noi ci si dibatte come merluzzi sul bancone del mercato per le limitazioni al traffico e i permessi residenti, e qui dicono: “Basta, troppi incidenti, vietate le moto.”

Non sono geniali?

Forse questa è la cosa più balorda della giornata.

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