E ORA QUALCOSA DI COMPLETAMENTE DIVERSO

Jack-Nicholson-in-Shining

Basta con i terroristi! Finiamola con le cooperanti sequestrate! Al bando la guerra santa! Tornerò finalmente a occuparmi di ciò che più mi si confà: le minchiate!

Anche se in effetti si tratta di tutt’altro che minchiate… al contrario, è una storia estremamente seria; ed è per questo che ho pensato a lungo prima di scrivere questo post: “per rispetto”, come si usa dire. In fin dei conti però ho deciso di farlo, usando il classico trucco dell’iniziale anonima (anche se la persona non la conoscete e non la conoscerete mai) perché in un certo senso mi serve aiuto – ma di questo parleremo più avanti.

Per farla breve, sto imparando il cinese. La mia insegnante è Madame Chen: una signora… cinese, ovviamente; è molto simpatica e i suoi modi sono spicci e leggermente militareschi, come si conviene a chi è abituato a sgomitare ogni giorno in mezzo a un miliardo abbondante di altre persone. La mia unica compagna di corso è T.: una ragazza francese dall’aspetto fragile e sempre un po’ nervoso, né bella né brutta, di età indefinibile.

Non vi tedierò con gli ideogrammi, i fonogrammi, i pittogrammi e gli ideofonogrammi; con i cinque toni e il fatto che la stessa pronuncia, a seconda del tono, voglia dire “cavallo”, “mamma”, “lino” o “vaffanculo” (è vero). Avete già capito che il soggetto di questo messaggio è T.

Nel corso delle prime due o tre lezioni, T. è rimasta piuttosto tranquilla; forse perché allora eravamo più numerosi e T. era inibita dalla piccola folla (c’erano altre tre o quattro persone che hanno progressivamente abbandonato, come sempre accade). Occasionalmente la sentivamo sbuffare o ridacchiare, ma nessuno ci ha mai fatto troppo caso. Il cinese, diciamolo, può far sbuffare o ridacchiare. E poi, chi non ha un tic nervoso? Più o meno.

Ma quando siamo rimasti in tre, io, T. e Madame Chen, la situazione ha cominciato a cambiare. O, come dicono qui a Parigi, a derapare. Le risate di T. sono diventate più frequenti e sempre più sguaiate, imprevedibili, senza relazione apparente con quel che si dice. Ogni tanto ha dei soprassalti, si guarda alle spalle o mi fissa dritto negli occhi come se mi vedesse per la prima volta e io fossi vestito da Bianconiglio insanguinato. A mia volta, io cerco lo sguardo di Madame Chen come per dirle “ha notato anche lei? E’ una mia impressione o T. ha qualcosa di strano?”; ma la saggia donna non fa una piega.

Un giorno capisco perché: abbiamo appena iniziato il corso, Madame Chen riceve una chiamata dalla madre di T.; parla al telefono qualche istante, poi riaggancia e dice: “Era tua madre, T., voleva sapere se eri arrivata a lezione”. Capisco insomma che se Madame è in contatto con la madre di T., deve conoscerla abbastanza ed essere abituata alle sue stravaganze; probabilmente è al corrente di cose che io non so.

Le “stravaganze” cominciano a diventare segnali inquietanti durante una lezione di fine ottobre, mentre stiamo imparando a dire “Lui non è mio collega, è un mio compagno di classe” (una frase indispensabile per sopravvivere in Cina): da qualche parte nel palazzo, qualcuno sbatte una porta. T. salta dalla sedia, ci guarda atterrita e grida: “E’ scoppiata una bomba!”

Io e Madame ci scambiamo un’occhiata, poi rassicuriamo T.: era solo una porta.

Pochi minuti più tardi, delle persone ridono e parlano animatamente in una stanza vicina.

T.: “Ci sono delle persone che si stanno picchiando qui fuori! Ho paura!”

Ancora una volta, io e Madame Chen ci affrettiamo a dirle che siamo sicuri che nessuno si sta picchiando là fuori. Questi due episodi mi sono sembrati un po’ strani, ma non avevo ancora visto niente.

Poco più avanti, saranno un paio di settimane dopo, Madame Chen ha appena finito di correggere pazientemente il modo in cui T. ha copiato alcuni caratteri. T. la guarda seriamente e fa:

“La ringrazio, Madame. Lei fa così tanto per me. Anche se sto per morire, lei mi sta aiutando moltissimo.”

Silenzio.

Io sono sgomento. Ma Madame Chen non perde la sua abituale impassibilità: “Ma che cosa dici mai, T.? Ma perché mai dovresti morire?”

E T.: “Perché non sto bene Madame! Mi sta succedendo qualcosa.”

E Madame Chen: “Sciocchezze! Non parliamone nemmeno! Avanti, ripeti: [in cinese] vorrei comprare una cartolina di Pechino.”

T.: “No, io sto per morire Madame, ma non importa, fintanto che c’è qualcuno che si occuperà del mio bambino.”

Io mi dico che probabilmente ho perso il controllo del mio sistema cognitivo, questa conversazione non sta accadendo davvero.

Madame Chen: “Ah, hai un bambino? Vabbè, avanti: [in cinese] vorrei comprare una cartolina di Pechino.” Just like that. Proprio così.

T.: “L’importante è che mio figlio non finisca nelle mani di mio padre. Non voglio che mio padre si avvicini mai al mio bambino.”

Welcome alla mia lezione di cinese.

Madame Chen si gira verso di me, e di fronte a T., con il tono casuale di chi commenta una ricetta di cucina, mi fa: “E’ vero, sa? Il padre di T. è cattivo: quando era piccola, le attaccava i fili della corrente in testa e le dava la scossa.”

Ora sono veramente interdetto. Le guardo tutte e due con gli occhi fuori dalle orbite. What the fuck???

T.: “Sì, è un uomo molto cattivo.”

Madame Chen: “Già, ma per queste cose c’è la polizia, eh! Bisogna dirlo alla polizia. Su, ora riprendiamo: [in cinese] vorrei comprare una cartolina di Pechino.”

T. ripete la frase, e tutto continua come niente: la lezione prosegue. Io (non so bene perché) faccio come loro, come fosse niente, anziché chiedere a tutte e due cosa diavolo sta succedendo, provare a consolare una persona che praticamente non conosco e che mi annuncia la sua morte imminente (spero immaginaria), chiedere a Madame Chen perché cavolo mi racconta delle cose ultra-personali di T. (ma poi, posso credere che siano vere?), e, più in generale, mettermi a urlare “ma siamo tutti matti?!?”

Starò sognando? Forse. Comunque sia, partecipo alla surreale messa in scena e imparo a comprare cartoline di Pechino, senza nemmeno protestare perché è inutile, nessuno spedisce più le cartoline, un oggetto ucciso dalla tecnologia mobile come le cabine telefoniche, la macchina del fax e i negozi di dischi; torno a casa perplesso.

La settimana successiva, io e T. arriviamo in anticipo di qualche minuto. Sto rileggendo gli appunti nell’attesa di Madame Chen quando T., guardando un punto in basso oltre le mie spalle, dice: “Aspettami là, stai buono. Aspetta la mamma seduto, da bravo.” Mi giro istintivamente per sorridere a questo bambino, ma non vedo nessuno. C’è un angolo della stanza assolutamente vuoto. T. mi guarda e mi dice, calma: “No, è che dicevo a mio figlio di fare il bravo e non disturbare durante la lezione.” Non riesco a rispondere. Ogni parola a cui possa pensare mi sembra penosamente inappropriata.

Arriva Madame Chen e la lezione comincia normalmente. Stiamo imparando a dire che Shanghai non è la capitale della Cina (una frase che senza dubbio utilizzeremo moltissimo durante i nostri viaggi in Oriente, e comunque una verità assoluta). Le risate di T. si fanno sempre più frequenti e soprattutto più forti. Per un po’ facciamo finta di niente. A un certo punto però non è proprio possibile ignorarla: T. ride con la bocca spalancata e la testa all’indietro, come nei film.

Madame Chen: “Su, T.! Cosa c’è? Perché ridi?”

T.: “No, è lui che mi fa ridere!”, dice indicandomi.

Per un attimo penso di lanciarmi verso la porta e mettermi in salvo.

Madame Chen: “Perché ti fa ridere Francesco?”

T.: “Sono le cose che dice!”

Io, che non ho proferito verbo dall’inizio della lezione, continuo a restare muto (ora più che mai) ma con gli occhi faccio: “EEEHHHHHH????????????”

Madame Chen la invita a trattenersi, ci insegna a dire “Hong Kong non è la capitale della Cina” (nota bene: ancora non abbiamo imparato a presentarci o a dire “ho fame”, ma sappiamo dire quali città non sono la capitale della Cina. Già mi vedo la scena… sto viaggiando in Cina, incontro qualcuno, vorrei chiedere delle indicazioni per prendere il treno o trovare un hotel, ma tutto quel che riesco a dire è: “Buongiorno, Shanghai non è la capitale della Cina; Hong Kong non è la capitale della Cina”. E quello mi risponde “Bravo pirla, ora puoi tornare a casa tua”).

Ma T. riprende a ridere fortissimo. “Whoahahaha!!! Uhahaha!!!” E’ fisicamente impossibile continuare il corso.

Madame Chen, leggermente spazientita: “T., cosa c’è da ridere ancora? Cosa dice Francesco?”

T.: “No, è che pensavo alla madre del mio fidanzato, poveretta, per vivere è costretta a recitare nei film porno e ieri sera io e il mio ragazzo li abbiamo visti insieme.”

Madame Chen: “Ah sì? Poveretta la tua suocera, in effetti. E il tuo ragazzo si diverte a guardare i film porno di sua madre insieme a te?”

T.: “Sì, sì! E’ divertentissimo!!”

Madame Chen: “Ma guarda un po’! che strani divertimenti che avete voi francesi! In Cina non ci divertiamo così!”

Scoppio a ridere anche io. Non so di cosa… se per il divertimento, per il nervoso o per non piangere.

Una settimana dopo, nuova lezione. Con mio grande orrore, ancora una volta Madame Chen è in ritardo, sono solo con T. La quale mette la mano a forma di cornetta del telefono vicino all’orecchio e dice “ti richiamo, ti richiamo; adesso inizia la lezione”. Poi, come in un perfetto esercizio di mimo, appoggia la “cornetta” sul tavolo e la mano ritorna a essere semplicemente un’estremità del corpo. Rendendosi conto che la osservo con sguardo assolutamente terrorizzato, mi dice: “No, è che c’è un altro allievo che vuole iscriversi al corso, ma gli ho detto di richiamare perché ora mi disturba”. In quel momento entra Madame Chen. Ci scambiamo convenevoli, tutto è pace e armonia apparente, ma io continuo a pensare che dovrei saltare dalla finestra e scappare subito. Invece, mentre Madame Chen posa il cappotto e la borsa, resto ad ascoltare T. che ancora una volta bisbiglia qualcosa, fra sé e sé, a mezza voce. Tendo l’orecchio.

T. [sottovoce]: “Vattene, troia di Pigalle! Mi hai rubato il fidanzato, brutta troia di Pigalle! Vattene!”

A scanso di equivoci, devo precisare che nella stanza non c’è nessun altro oltre a me e a Madame Chen, che assomiglia un filo a Mao Tse Tung e non ha certo l’aria di una prostituta di Pigalle.

Madame Chen: “Tutto bene, T.?”

T.: “No, è che sono stata appena stata aggredita in metropolitana, da una che sembrava una strega e aveva dita e unghie lunghissime, me le ha messe al collo per strangolarmi, strozzarmi, graffiarmi tutta la faccia!”

Madame Chen: “Ah! Ma davvero? Beh, è quanto mai sgradevole! Beh, ora imparate questa frase [in cinese]: ‘la mia professoressa di cinese sa mangiare con coltello e forchetta’. Su, ripeti!”

Penso a me stesso, vittima di un clamoroso equivoco giudiziario, accusato pubblicamente da T. di non so quale nefandezza, preso in custodia dalle autorità cinesi e condannato a morte da uno spietato giudice di Shanghai (“non è la capitale della Cina!”), messo al muro con dieci fucili puntati contro (e mia moglie che riceverà il conto per il costo dei proiettili), e io che nella disperazione grido l’unica cosa che ricordo: “la mia professoressa di cinese sa mangiare con coltello e forchettaaaaa!!! la mia professoressa di cinese sa mangiare con coltello e forchettaaaaaa!!!!!”

Ma non ho tempo di pensare troppo a lungo: T. infatti sta di nuovo borbottando, stavolta ha due dita premute sull’orecchio e la testa leggermente inclinata in avanti, come i vecchi inviati del Novantesimo Minuto dallo stadio di Ascoli o Catania, mentre si concentravano per sentire meglio le domande del conduttore in studio.

Madame Chen: “Cosa c’è T.? Avanti, fai un po’ attenzione: [in cinese]: la mia professoressa di cinese sa mangiare con coltello e forchetta.”

T.: “No, è che mi hanno inserito una microtrasmittente nell’orecchio e sto ricevendo dei segnali disturbati, è un mio ex fidanzato che non si rassegna e mi molesta, anche ora che mi sono rifatta una vita e mi sono sposata. Nonostante lo abbia lasciato da tanto tempo, lui è convinto che stiamo ancora insieme. Dovrei proprio denunciarlo… anzi, sa cosa faccio? Lo denuncio, lo faccio subito! Chiamo la polizia ADESSO.”

E così facendo, T. tira fuori il cellulare e comincia a comporre il numero della polizia.

PANICO fra me e Madame Chen. Come la fermiamo? Io non ho nessuna intenzione di parlare o fare qualcosa: vorrei trovare una coperta sotto al quale assumere la posizione fetale, portarmi là sotto una pizza e aspettare che tutto sia finito. E invece sento la mia voce, come se venisse da un altro, che dice:

“Aspetta, T.! Non puoi chiamare la polizia adesso, devi farlo nel momento in cui il tuo ex ti sta molestando fisicamente, altrimenti la polizia non troverà niente e non ti crederà!”

T. esita, prima di premere il tasto “chiama”.

Madame Chen mi lancia uno sguardo ammirato, rincara la dose a modo suo: “E poi, T., la polizia disturberebbe la nostra lezione! Non possiamo chiamarla mentre facciamo lezione!”

T. non sembra convinta, dice qualcosa sul fatto che si fida del consiglio di Madame Chen (e io??) e rimette il telefono in borsa.

Alla fine della lezione, Madame Chen mi prende a parte.

“Mi scusi, Francesco, ma abbiamo un problema pratico. Dalla prossima settimana non ci danno più la sala a disposizione per il corso. Ne ho parlato con la madre di T., che mi ha offerto la possibilità di vederci a casa di T. finché non troviamo un altro spazio: che ne dice, per lei va bene fare lezione a casa di T.?”

Panic in Detroit, come direbbe David Bowie. Se mi avessero detto “facciamo lezione da Hannibal Lecter? Ha uno scantinato a disposizione, comodo e insonorizzato”, sarei stato meno inquieto. Ma che posso dire? Che alternativa esiste? Mi giro verso T., cercando in lei un indizio, un qualcosa che mi faccia capire se posso fidarmi, ma l’unica cosa che mi sembra di leggere nei suoi occhi è

IL MATTINO HA L’ORO IN BOCCA

IL MATTINO HA L’ORO IN BOCCA

IL MATTINO HA L’ORO IN BOCCA

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IL MATTINO HA L’ORO IN BOCCA

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Per fortuna sto per andare in Nigeria. Mi dà una scusa comoda per prendere tempo. La tana di Boko Haram non mi fa paura quanto quella di T. Ma prima o poi tornerò e dovrò affrontare lo spauracchio.

Che fare? Help!

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