TRE LETTERE

1. Lettera agli amici (di Facebook e non)

Cari miei, in questi ultimi due/tre giorni mi sono arrivati messaggi, sotto varie forme, di alcuni di voi un po’ inquieti per quel che succede a Parigi. Come amico, la vostra preoccupazione mi tocca e mi fa piacere; lungi da me, quindi, l’idea di fare ironia o sarcasmo sui vostri pensieri. Ma voglio rassicurarvi, sul fatto che sono preoccupazioni largamente esagerate. La città non è sotto assedio. Non siamo ad Aleppo. Stasera il piano è di uscire a cena e poi andare al cinema, come per milioni di parigini. La vita va avanti, normale.

C’è stato un disgustoso atto terroristico, vero; ed è stato uno choc. Ma quel momento è passato. Se poi avete letto di due delicate situazioni con ostaggi e sparatorie, è perché la polizia e l’esercito francese sono stati così efficaci da identificare e localizzare i sospetti rapidamente. Le due operazioni si sono svolte lontano; per fare un paragone con i molti di voi che vivono o conoscono Milano, è come se la prima operazione si fosse svolta dalle parti di Malpensa, la seconda a Peschiera Borromeo. Io ne so quanto voi perché leggo solo gli aggiornamenti di Le Monde. Parigi ha una zona metropolitana di dieci milioni di abitanti, per nove milioni novecentonovantanove mila dei quali non c’è stato il minimo cambiamento nella vita normale di tutti i giorni – a parte la tristezza.

Ora poi è tutto finito e quegli infami assassini sono morti. Peccato, perché se li avessero presi vivi avremmo potuto saperne molto di più. Per non dire del fatto che pare siano morti anche alcuni ostaggi.

2. Lettera alla feccia dell’umanità.

A voi, codardi schifosi senza coglioni che avete ammazzato degli innocenti: spero che abbiate visto in televisione quanta gente c’era, mercoledì sera, a Place de la Republique e in tante altre piazze di Francia. E abbiate capito che non siete un cazzo, non contate un cazzo. Non avete abbastanza fucili, abbastanza kalashnikov per ammazzare tutti gli uomini liberi, e quindi avete perso prima ancora di cominciare. Vorrei quasi credere in Dio; perché se esistesse Dio, o Allah, o Jeovah, sarei certo che marcireste all’inferno.

3. Lettera agli uomini di buona volontà.

Non sono nessuno per pontificare su queste cose, ma spero che non si cominci (o continui) a sragionare. Leggo in questi giorni, purtroppo, roba sull’Islam e sui musulmani, del tipo “non esistono musulmani moderati” oppure “questo è l’Islam”. Che incredibili minchiate. Posso capire che siano dette da chi è in malafede da chi vuole lucrare sulle tragedie, per un guadagno politico o editoriale (le carogne esistono e non possiamo farci niente). Posso capire che possano passare per la testa di chi non conosce, non sa. E spesso, non ha altre fonti di “informazione” che le carogne di cui sopra. Ma chi ha cognizione di causa, chi ha messo il naso fuori di casa, ed è in buona fede, non può dare retta. Sarebbe quel che vogliono i terroristi. È la loro unica speranza, di farci reagire in quel modo. Del resto è logico. Nessun gruppo terrorista può vincere una guerra tradizionale contro uno Stato. La disparità di potenza di fuoco è troppa; non vedrete mai i carri armati di Isis o di Al Qaeda varcare la Marna dare l’assalto alla Francia. Ma nemmeno alla Danimarca, all’Ungheria o alla Macedonia (beh, forse con la Macedonia, con tutto il rispetto, si può tentare). L’unica speranza di “vittoria” di quei topi di fogna consiste nel distruggere la nostra civilità non con le armi, ma con (appunto) il terrore. Che genera paura, rabbia, odio. Il loro scopo è quello di farci abbandonare quei valori che loro odiano tanto – la tolleranza, il rispetto, l’apertura. Di farci diventare più impauriti, ostili, rabbiosi, violenti. In altre parole, più simili a loro.

Per fortuna, con alcune prevedibili eccezioni, nessuno in Francia parla di reagire con un “Patriot Act” francese, di rovinare le qualità di questo paese, in cui vivono e lavorano e pagano le tasse diversi milioni di arabi e musulmani, altrettanto sgomenti e disgustati di me da quel che è successo. Non ci credete? È perché non eravate con me a Place de la Republique mercoledì sera, altrimenti li avreste visti, a gridare “Je suis Charlie Hebdo”. Guardate che non è facile; io sono per la libertà totale di stampa e difendo fino alla fine Charlie Hebdo, ma per chi non lo sapesse, la sua ultima copertina diceva letteralmente “Il Corano è una merda”. Non sarebbe facile per dei cattolici credenti scendere in piazza per difendere il diritto di un giornale di dire in copertina: “La Bibbia è una merda”. Da noi si grida al sacrilegio se Madonna (la cantante) si veste da Madonna (la Vergine) in un video musicale… e guardate: mi è chiara la differenza tra “gridare al sacrilegio” ed “entrare con un kalashnikov in redazione e uccidere i giornalisti”; non è questo il paragone. Sto dicendo che, una volta la strage consumata, non sarebbe semplice per dei cattolici ferventi difendere il diritto del Vernacoliere di scrivere “La Bibbia è una merda”, oppure mettere in copertina un Gesù che salta giù dalla croce dicendo “col c*zzo che muoio per questi coglioni”. Ebbene, in piazza e sui media francesi, tanti musulmani di Francia hanno difeso la libertà di Charlie Hebdo, pur non sopportandone i contenuti (questo è lecito; io per esempio non sopportavo la linea filo-juventina del Guerin Sportivo e leggevo solo l’Intrepido).

Io cosa sia l’Islam non lo so né pretendo di saperlo. Ma un po’ di musulmani, a quanto pare a differenza di certi giornalisti, ne ho frequentati. Alcuni di loro mi hanno invitato a cena in Uzbekistan, cinque minuti dopo avermi incontrato per strada. Altri, a Sarajevo come al confine con la Siria, ci hanno tenuto a farmi gustare il caffè arabo, tutti contenti quando hanno visto che lo apprezzavo. Altri ancora mi hanno regalato due falafel a Hebron o a Betlemme. Tanti mi salutavano per strada e sorridevano e gridavano “helloooo” al passaggio del mio motorino, in Indonesia. E non è che andassi in giro con la keffiah o a dire “viva Allah”, perché a me di Allah me ne importa quanto di Gengis Khan e del procione del Madagascar. Altri ancora, nel sorseggiare un bicchiere di Bordeaux, hanno risposto al mio sguardo interrogativo facendomi l’occhiolino e dicendo “e vabbè, mica siamo santi…” Per non dire di quei musulmani, e sono tanti, che lavorano con me. Senza frontiere come me. Alcuni medici e altri no, ma tutti senza frontiere, soprattutto di razza e di credo.

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