LA VITA IN SALITA

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In breve: siamo arrivati a Ekas. Ed è stata un’accoglienza trionfale!

Dopo il tragitto attraverso il nulla, ovvero un microcosmo paesaggisticamente meraviglioso ma completamente privo della rassicurante presenza umana, abbiamo visto Lombok ripopolarsi durante la nostra circumnavigazione in scooter (?) del famoso golfo con i pescatori di cozze. Adulti e bambini, una folla rumorosamente allegra, da sabato del villaggio, appare dal nulla con le luci del crepuscolo: spuntan dai campi e dai boschi come zombie, dalle catapecchie lungo la strada, da dietro i banani.

Spunta perfino il classico Buon Samaritano che sempre si incontra nei paesi del terzo mondo proprio quando hai bisogno di una mano (perché un Buon Samaritano quando tutto va bene non serve a niente, diciamolo). È la fiducia nell’apparire di questi samaritani che mi in genere mi fa stare sempre tranquillo nei paesi del Sud del mondo e mi fa venire voglia di continuare a viaggiare da queste parti, mi fa dire che dovendo perdersi di notte senza soldi, è meglio che succeda in Vietnam o in Uzbekistan, piuttosto che a Parigi o Milano. Perché vi immaginate fermare uno sconosciuto a tarda notte in Viale Tibaldi e dire “scusi, non ho dove dormire, conosce qualcuno che mi può ospitare?”. Ma, ancora una volta, divago.

Torniamo alla strada di Ekas. Corri corri in motorino, ci rendiamo improvvisamente conto che da qualche minuto tutti ci stanno salutando. Voglio dire: è normale essere notati quando ti addentri in zone dove sei l’unico viso pallido, e non è certo la prima volta che incontro una popolazione ospitale, gente che saluta per strada (gli unici posti in Occidente dove mi è successo con una certa continuità, incidentalmente, sono la Scozia e l’Irlanda). Ma qui è come essere il Papa in visita ecumenica, fendere la folla festante sulla papa-mobile scoperta e senza terroristi bulgari che ti sparano.

«Hello! Hellooo!», gridano uomini e donne, vecchi e bambini, cani e gatti, sbracciandosi.

E poi, dicevo, il Buon Samaritano: nella forma di una coppia di vecchietti in scooter che a un certo punto ci troviamo ad affiancare. Lei, di almeno centoventi chili, sta seduta di traverso didietro e porta ceste piene di mercanzie sulle gambe; lui, dal bianco pelo e l’occhio spento, occupa il suo 5% del sedile e si aggrappa al manubrio come se fosse tutto quel che gli resta.

Chiediamo indicazioni anche a loro. Improvvisamente si accendono: «Ekas? Facile! Seguiteci!». E via! salutando a destra e sinistra, dietro i vecchietti che improvvisamente, porca mignotta, vanno come Valentino Rossi, piegano sullo sterrato, mi fanno mangiare la polvere. Devo sudare per non perderli, mentre scheggiano davanti a noi.

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«Hello! hellooo!», dice la folla festante.

«Hell… porca mign…», dico io mentre rischio di volare via dritto.

Siamo quasi arrivati. Fa buio. Il mare non si vede, il panorama è laggiù da qualche parte, nel nero; la strada si getta in discesa, sterrata e costellata di sassoni. I vecchietti in scooter ci hanno imbucato in una biforecazione e ci hanno salutato. Siamo di nuovo nel nulla. Foresta ovunque, non un’anima in vista.

Luci! Luci a babordo! Là, nel mezzo del buio, in piena campagna… un homestay! Ehm… okay, uno di quei tipici bed & breakfast del sud est asiatico dove si dorme in casa di una famiglia !

«Salve buonuomo! Avete una stanza libera?»

«Certo messere», dice l’omino. «Seguitemi.»

E salta su un motorino, pronto a prendere la strada.

«No scusi… la stanza, non la spiaggia…»

«Sì, sì», dice, sorridendo enigmatico; «cento metri.»

«Cento metri?»

«Cento metri.»

«Ma la casa è qui…», biascico alla Babs.«Cosa c’è fra cento metri?»

C’è una catapecchia di legno marcio, con le assi disallineate fra le cui fessure centinaia di tarantole mortali e piccoli roditori leptospirotizzanti possono facilmente infilarsi; c’è un letto con un materasso pieno di macchie sospette e di “briciole” marrone scuro che hanno l’aria sospetta. Qualche essere molto piccolo (probabilmente i roditori di cui sopra) se ne è servito prima di noi.

«C’è un bagno?», chiede la Babs. Risposta: c’è un secchio. All’aperto, dietro la catapecchia.

(avventura! imprevisti! yeah!)

«Posso avere una birra?», dico io.

«Beer? Finished! Beer finished!»

(what?!? finished? Ma chi la vuole l’avventura! Datemi il gin & tonic con Hendrick’s ghiacciato e fettina di cetriolo sul divanetto a bordo piscina nel lounge fighetto di Kuta!)

No, no, va tutto bene. Spazzati via i bruscolini dal materasso, ci sistemiamo sopra un lenzuolo non troppo usato, scopriamo che abbiamo perfino una zanzariera, ci rifocilliamo con la cucina dell’omino, semplice ma abbondante, e il mondo riprende a girare.

Il giorno dopo si riparte, lo scooter è fresco come una rosa, la folla sempre più festante. Lasciamo il mare e andiamo verso l’interno, verso le pendici del vulcano, salutando gli ultimi hellooo. All’inizio attraversiamo una zona di risaie terrazzate che ricordano Sidemen e Bali. Poi la strada sale, sale… il paesaggio diventa di un verde più scuro, i banani lasciano il posto a una vegetazione quasi alpina, fittissima, tipo foresta di Re Artù. Mi aspetto di vedere Lancillotto e Ginevra che fanno backpacking anche loro, con motorino in affitto e tutto.

Ci accorgiamo di avere la pelle d’oca: siamo sempre in maglietta, ma dai 35 gradi di stamattina siamo passati ai 12 di adesso, all’ombra e con il venticello del motorino. Ma non è questo il problema più grosso. Il problema più grosso è che la salita continua e continua, il nostro cinquantino arranca. Va sempre più piano, il motore rantola una specie di gné gné nasale, sempre più flebile. Finché, stremato, molla il colpo.

Non so quanti chilometri abbiamo fatto dall’ultimo paesino che abbiamo passato, ma non sono pochi. Non so quanti ne mancano al prossimo, ma non sarà prima di avere superato il passo più in alto. Non so quanta salita ci aspetti ancora, se dovessimo spingere il motorino, con zaini e tutto. E naturalmente, il sole si è abbassato (ah! il sole si eclissa sempre quando il gioco si fa duro!). Un paio di moto passano e tirano dritto. Un anziano con una moto più robusta invece rallenta e si ferma.

«Servire aiuto? Volere salire su mio motorino?»

E’ un Buon Samaritano! Ma noi non lo riconosciamo!

«Naaah… grazie, va tutto bene!», rispondiamo, sforzando un sorriso a sessantaquattro denti.

Ma perché? Lo stiamo ancora osservando allontanarsi, con la sua moto, e già ci stiamo dando i calci negli stinchi per non averne approfittato. Non va per niente bene! Che strano pudore ci prende, per essere così restii a chiedere aiuto? Misteri dell’essere umano. Che affascinante, imbecille creatura che siamo!

Soli di nuovo. Non è che ci sia tanto da scegliere: o si va avanti, o si torna indietro. Indietro? Giammai tornare indietro! Meglio un giorno da leoni che cento da pecora! Si va avanti. Ci vuole un’idea brillante.

«Ehm, dunque, Babsie, te la sentiresti di… cioè, ehm, praticamente si tratterebbe di… continuare, per così dire… a piedi, tipo… mentre io vedo se riesco a far andare il motorino da solo, con meno peso… per scoprire quanta strada c’è fino al passo, più su…»

La Babsie, stoica, parte e affronta la salita. A piedi non è meno ripida che in sella. Almeno il cinquantino riparte: zigzagando e smoccolando, mi rimetto in cammino.

«Torno subitooooo!!!!!», grido allontanandomi, mentre la Babs sbuffa e sembra smoccolare a sua volta (non riesco a immaginare contro chi).

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Miracolo! Avrò fatto cinque-dieci minuti di salita, che sono al passo! La salita è finita! E ricompare il sole, dall’altro lato della montagna! E il tepore! Una meravigliosa vallata, un giardino dell’Eden si apre sotto i nostri occhi! Ehm, nostri?? Miei, in realtà… Dove sarà la Babsie???

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