SCUSI, PER EKAS?

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Bali e Lombok : due isole che si osservano a distanza, con studiata indolenza, nel bel mezzo dell’Indonesia. Vabbè: si osserverebbero se potessero, ma per colpa della foschia sul mare più che altro si immaginano l’una con l’altra. O forse si ignorano del tutto. Insomma, siamo andati a Lombok con due ore di barca veloce, ecco. Una buona metà dei passeggeri ha vomitato (noi non ne abbiamo fatto parte).

Lombok, vuole la vulgata, è come Bali 20 anni fa. Non nel senso che non c’è ancora internet, ma che è meno sviluppata turisticamente; e questo dovrebbe darle più autenticità (parola magica! ha-ha! andateci voi a Cancùn!). In realtà il paragone ha poco senso perché Bali è culturalmente (e religiosamente, ma questo è meno importante) induista, vale a dire è un caso a parte nell’Indonesia musulmana; tutte le particolarità di Bali nascono da lì, da questa forma di induismo che non è proprio lo stesso dell’India, ma che ha favorito l’affermarsi di quest’atmosfera un po’ shabby-chic, da hippie di lusso, promiscua e tollerante – soprattutto a uso e consumo di noi visitatori a dire il vero .

Lombok invece è musulmana e già per questo ha un carattere diverso. Più sobrio, forse, ma sempre molto easy : l’Islam di Lombok non è più conservatore del cattolicesimo nel paese dei miei nonni. Se volessimo sintetizzarlo in un’immagine, questo Islam insulare, pensate a un gruppo di ragazze che arrivano in motorino, incontrano i loro amici maschi, si salutano, si abbracciano, escono come i ragazzi di tutto il mondo. Solo che sullo sfondo c’è una moschea, metà delle ragazze ha il velo e si beve succo di frutta (solo uno dei ragazzi, il più ribelle, prende una birra). Non proprio l’Afghanistan dei Taliban.

Quel che hanno sicuramente in comune, Bali e Lombok, sono i vulcani. Quello là era l’Agung. Questo qui si chiama Rinjiani (ho dovuto ricontrollare: mi ero abituato a chiamarlo ‘il Ranzani’) ed è ancora più conico. L’altra cosa che hanno in comune le isole è che si girano alla grande in scooter. E lo faremo, quindi. Ma prima di partire per la nostra immancabile esplorazione, dobbiamo inchinarsi di fronte al genio di un gruppo di donne indonesiane alloggiate nel nostro stesso bed & breakfast: che alla fine della colazione si fanno dare un doggy bag, e dopo averci messo (poca) roba avanzata dai loro piatti, tornano a fare un giro al buffet e riempiono le scatole di cibo direttamente dai vassoi. Applausi.

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Anche a Lombok c’è una Kuta, ma è il contrario di quella di Bali : un villaggio di pescatori sperduto, che a dispetto di una certa popolarità presso i backpackers non si è ancora arresa allo sviluppo turistico. La Lonely Planet fa terrorismo psicologico parlando di un investimento da 600 milioni di dollari dei soliti Emirati Arabi, ma l’unico investimento a cui abbiamo assistito da queste parti è quello di un povero bipede polliforme, da parte di un’automobile: non esattamente un evento da far venire turisti da tutto il mondo.

Se a Kuta/Bali c’era onda da surf, sabbia grigio topo e acqua olivastra, a Kuta/Lombok troviamo posti tipo « c’hai presente due chilometri di spiaggia » (vi ricordate il rap di Claudio Bisio?), con lunghe distese sabbiose deserte, bianche, acqua turchese e via dicendo. E vai, buttiamoci!

(Passa il tempo, passa…)

Yeah, che bello!

(Passa altro tempo…)

Facciamoci un cocco fresco!

(Ancora un po’ di tempo…)

Finché, sguazzando sguazzando, notiamo che il sole si è fatto più dorato, più caldo… più basso ! E noi abbiamo intenzione di arrivare molto più avanti per dormire, non di fermarci a Kuta, per motivi che non riusciamo a formulare con frasi di senso compiuto ma non per questo meno improrogabili… che fare ? si parte, non c’è scelta. Cioè, ci sarebbe scelta, ma inspiegabilmente non sentiamo di averla. Bagnati e salati, saltiamo sul vespino e cominciamo a chiedere ai passanti indicazioni per Ekas, la destinazione per la notte.

Quel che dovrebbe farci capire che c’è qualcosa di strano è il fatto che molte persone non sappiano dov’è Ekas, mentre altre dicono « la conosco, ma non so indicarvi la strada », e altre ancora, ridendo, facciano un gesto per dire «vai, vai…». Non sembrano tanti chilometri, secondo la cartina; ma con le strade di Lombok i chilometri non contano; nel terzo mondo le distanze si contano in ore, non in chilometri. E così non ci rendiamo conto che chiedere di Ekas mentre sei a Kuta equivale a trovarsi a Milano, in Porta Romana, e chiedere «Scusi, per Assisi?»

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Quel che ci incoraggia a proseguire è la bellezza della strada stessa (ah, la Bellezza del Cammino: c’è mai stato un motivo più nobile per andare avanti? per fottersi da soli con le proprie mani?). Ci buttiamo a capofitto in un lungo, elastico saliscendi fra le colline, col mare da un lato, bananeti e palmeti dall’altro, il sole giallo caldo della sera, senza abitazioni, senza villaggi, senza un’anima in giro… senza un’anima in giro? non pensiamoci, andiamo avanti. Passa un’ora, il sole è proprio basso ora. Arriviamo finalmente a un abitato, il primo da quando abbiamo lasciato Kuta. Superiamo le prime case, tiriamo innanzi cercando un passante, ma è tipo villaggio-fantasma. Non c’è letteralmente nessuno in giro. Eppure è ancora giorno.

Finalmente uno slargo, della gente… torniamo a vedere il mare. Sono tre donne con alcuni bambini, si godono vicino al porticciolo gli ultimi momenti di questo meriggiare pallido e assorto. Non troppo assorto per noi, in verità.

« Scusate, per Ekas ? »

« Eh ? »

« Ekas! »

« Tomorrow! », dice un bambino.

« No, no… ci vogliamo andare oggi… ma che intende… dov’è Ekas? »

« Boat, tomorrow! »

La barca domani? ma noi non ci vogliamo andare in barca, vogliamo andarci in motorino… lo vedi questo su cui siamo seduti? brum brum! Insisto:

« Where, WHERE? Dov’è Ekas, dove?»

Il bambino indica il mare. Di fronte a noi c’è un golfo molto ampio, pieno di aggeggi messi a mollo per la pesca del calamaro, o forse delle vongole. Oltre l’azzurro si intravede una striciolina di terra, dall’altra parte.

« Ekas! », grida il bambino.

Porca mignotta. Mi sembra di essere a Crotone e osservare Santa Maria di Leuca dall’altra parte dello Ionio, se si potesse. Faccio i calcoli… dunque la Sila, l’Aspromonte, Metaponto, i Sassi di Matera, Taranto Vecchia, il Salento, Gallipoli… con un cinquanta di cilindrata… in due… al tramonto… viaaaaa !!!! si parte, veloci come il vento. La strada diventa subito semisterrata. Perfetto.

« Sicura che non volevi fermarti a dormire a Kuta? », chiedo alla Babsie. Dal sedile didietro non arriva risposta.

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