LO SCOOTER A CHILOMETRI ZERO

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Facciamo un po’ la guida turistica : consigli per i viaggiatori.

Kuta è il punto d’ingresso, il primo approdo dei viandanti che sbarcano a Bali; sapevamo che ci sarebbe piaciuta come un merluzzo freddo infilato dentro la maglietta (lato schiena), ma atterrando a mezzanotte passata (solo ottantamila rupie per il taxi ! Sandoka-an !) e non avendo voglia di metterci in cammino il mattino dopo, abbiamo deciso di passarci il primo, prezioso giorno del nostro viaggio. E poi, scopo di un viaggio esplorativo è conoscere, e l’intrepido viaggiatore non può sottrarsi alla conoscenza del Male: anche questo è Vita. Prima di buttarci nella Bolla del benessere, quindi, sporchiamoci con questo agglomerato trash fatto di discoteche, surfisti e Irish pub.

In breve, non posso che confermare le nostre lugubri attese, nonché i racconti raccapriccianti che circolano un rete : passeggiare per il maranzame di Kuta è appena più gradevole che farlo lungo i binari intorno alla stazione di Rogoredo (MI). In un lunedì freddo e piovoso di fine novembre. Con l’umidità che risveglia la puzza delle cacche dei cani. Diciamo che se la giocano.

Comunque sia, a Kuta ci destreggiamo fra le bande di surfisti australiani che, finito con le onde, si riversano in massa nei budelli del centro in cerca di birra, birra, e quando hanno finito, un po’ di birra ; e a conclusione del tutto, un paio di birre. Particolarmente interessanti, devo dire, sono quelli in versione « Sapore di mare – Quarant’anni dopo »: col capello completamente bianco ma sempre bello punk, la pelle grinzosa e cadente ma sempre intarsiata dai piercing, lo sguardo un po’ vacuo (ahi, mannaggia a me, ma che dico? che snobismo, che imborghesimento muffo e stantio! suono come un vecchio trombone! suono come mio nonno, mio bisnonno… no, peggio, suono come… Michele Serra!!! Aiuto, salvatemi! E poi, non facciamo finta di non sapere che finirò pure io in quel modo – ma speriamo non a Kuta). Sono sempre soli, questi dinosauri-punk; gli amici son partiti tutti (nel 1983), ma loro imperterriti restano, come l’ultimo dei mohicani, sorseggiano una birra a colazione, chiedendosi come cacchio tireranno sera anche stavolta. Facendo, insomma, esattamente quel che amano fare.

Ma noi godiamo di quel che c’è, basta un poco di zucchero (possibilmente quello contenuto nei superalcolici) perché il bicchiere sia sempre (letteralmente) mezzo pieno : nella fattispecie, di Negroni o gin & tonic, visto che Kuta è piena di lounge super chic i cui mixologist hanno fatto lo stage in corso Como…

… comunque, ehm, meglio non restarci oltre il tempo minimo indispensabile. L’indomani quindi facciamo rotta per Ubud.

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Parlavamo della famosa « bolla » : ebbene, eccola. Ubud è la quintessenza della « bolla ». Quella del mangia-prega-ama, remember ? dove tutto è morbido, soffice, profumato ; perfino lo scarico della marmitta dello scooter con cui andiamo in giro sembra sapere vagamente di gelato al puffo. O forse era il gelato al puffo che sapeva di scarico di motorino. Anyway. Ubud non è più sulla costa, ma all’interno, circondata da lussureggiante foresta dotata di scimmie a volontà, un quadro naturale perfetto grazie anche alla cultura rigorosamente eco-friendly del posto.

Se Kuta era come un hamburger di MacDo mangiato quattro ore dopo che è uscito dalla friggitrice, con le patatine un po’ smollate e accompagnato da una birra tiepida e sgasata, Ubud è un piatto vegano cucinato da un cuoco stellato Michelin, mangiato in un ristorante incantevole (ma molto, molto affollato) sul terrazzo di un grattacielo di Manhattan, accompagnato da un centrifugato multi-vitaminico che tutti fingono di preferire a un bicchiere di rosso. Ubud sta al crocevia esistenziale fra il contatto autentico con la Madre Terra e il selfie davanti alla bambina del napalm con sessantadue “like”.

Sia Kuta che Ubud insomma sono antropologicamente molto interessanti, ma abbastanza agli antipodi.

Ubud è il genere di posto dove svaccarsi in un piccolo cottage di lusso sperduti in mezzo al verdume che circonda il centro, dove fare colazione nel patio con frutta esotica fresca e dolci indonesiani, dove perfino le scimmie della foresta sanno recitare Il libro della giungla con il metodo dell’actor studio; ci sono spa e centri di benessere dove ti spalmano di olii estratti da piante che esistono solo nel film La storia infinita ; ristoranti dove i camerieri saettano agili e allegri fra i tavoli, agli ordini di giovani chef incredibilmente creativi che hanno studiato a Parigi da uno pseudo-stellato e sono tornati a casa per dare un « tocco innovativo alla cucina tradizionale balinese, usando solo gli ingredienti più freschi da colture rigorosamente bio ». Mille tipi di danze balinesi allietano le serate, mille sentieri si aggrovigliano fra le risaie, mille ninnoli brillano impiccati nelle vetrine dei negozi artigianali. A Ubud ci sono ancora i nostri amici, i turisti dai visi pallidi dell’emisfero sud (sì, sto parlando degli australiani); ma non del genere surfer aitanti con l’hobby dell’accoppiamento randomico, bensì donne (sole) con le ricrescite olistiche e la cellulite bio all’aloe vera, che meditano e accendono incensi ; invocano un dio locale qualsiasi (come si chiama il cugino di secondo grado di Shiva ? Trasformer ? Kasparov ?), ma cosa chiedono ? sicuramente che un surfista di Kuta sbagli strada e finisca nel loro letto per caso. Che il cameriere sul terrazzo si sbagli e invece del tufo alla crema di sesamo ti porti un Big Mac.

Ma anche a Ubud si può uscire dalla bolla edonistica ed eco-responsabile, per esempio per andare a fare benzina : la realtà ! Lo scooter non vive di aria e d’amore come tutti gli altri sembrano fare a Ubud. Lo scooter a chilometri zero non serve a un cazzo! E nel momento stesso in cui ci mettiamo in sella e abbandoniamo la bolla siamo incastrati in un traffico da “circonvalla” alle sei di sera : tra un tempio e una risaia si snodano chilometri di plastica e lamiere e anidride carbonica, clacson e automobilisti scatenati (per quanto si possa essere scatenati quando si va a passo d’uomo). Ubud è una giungla in tutti i sensi ! Presto anche noi siamo contro mano, a quaranta all’ora sui marciapiedi, prendendo le rotonde all’incontrario… per riuscire, due ore dopo, a trovare una vecchietta che ci vende una bottiglia di Coca Cola piena di un liquido color pipì spacciato come benzina. Mentre lo versa con l’imbuto nel serbatoio, osservo bruscoli grossi come scoiattoli gorgogliare nel liquido ambrato e finire anche loro nel serbatoio, tutto insieme. Niente di strano, anche in Messico compravo la benzina così. Basta che non mi distrugga il motore prima di aver reso lo scooter.

Viva l’avventura !

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