IL RE KOMANDA

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King Krule è uno che mi sono sempre chiesto che genere fa.

Ricomincio.

King Krule è il genere di artista che non offre punti di riferimento immediati a chi volesse darne una definizione in termini di genere.

C’è una componente prevalente che è jazz; ce n’è una, piuttosto evidente, hip hop: con uso abbondante di beat e campionamenti, padronanza del rap e così via. C’è anche un’influenza dell’indie rock, e c’è infine un utilizzo parsimonioso (per fortuna) dell’elettronica. Visto dal vivo, forse per suo gusto personale o forse per esaltare le potenzialità della musica “live” (nel senso di “suonata per davvero”), il dubbio non si pone: è proprio jazz, anche se non quello di Miles Davis.

La voce di King Krule è talmente orrenda e stonata che io la adoro; lui poi non fa il minimo sforzo per cantare bene, anzi si compiace (ho l’impressione) nel fregarsene. E’ uno che ha capito tutto del rock and roll: perché il rock and roll se ne frega del bel canto, della voce intonata. Altrimenti Bob Dylan non avrebbe mai inciso un disco; i Sex Pistols e diciamolo, anche i Rolling Stones, non li avremmo mai nemmeno sentiti nominare. E pure il divino Jimi Hendrix era un po’ stonato.

Ma non sono queste le cose più importanti.

La cosa più importante è che un ragazzino di diciannove anni, rosso di capelli e pieno di lentiggini, Archy Marshall, in arte King Krule, tiene La Cigale di Montmartre in pugno. La trasforma in casa sua: la folla di parigini stipati nel locale è in estasi e lui li fa girare tutti come quella specie di marionette di stoffa che si infilano nelle dita. Sul palco, passa da una chitarra a una tastiera, comanda a bacchetta una band di musicisti che hanno il doppio dei suoi anni.

Non voglio fare un paragone blasfemo, ma seguitemi un attimo. E’ vero che Mozart a cinque anni scriveva la musica degli Dei. Ma uno che a cinque anni fa le cose di Mozart è semplicemente un prodigio della natura, una meraviglia del creato. Non voglio dire che non abbia un merito suo, ma è soltanto un talento talmente immenso da non essere (per forza, a quell’età!) consapevole di cosa sta facendo, della propria grandezza. E’ come un angelo in carne e ossa guidato da una mano superiore che compie atti divini per tramite suo.

Invece, un ragazzo stonato che a diciannove anni si diverte a incrociare generi diversi di musica popolare e scalda una folla avvinazzata di Parigi è un comune mortale; con grande talento, geniale forse, ma un comune mortale. Ma, cosa ancora più importante, è ormai nell’età della ragione, anche se da poco. E’ uno – ecco quel che io trovo davvero straordinario! – con una una consapevolezza totale del proprio talento, una capacità straordinaria nel saperlo esprimere e una determinazione smisurata  nel volerlo affermare.

L’ultima volta che ho visto un tipo così è attraverso YouTube, perché ero troppo giovane per vederlo dal vivo: era più di trent’anni fa e il tipo si chiamava Prince.

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