TURKISH VAUDEVILLE

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Mi sono chiesto a lungo se pubblicare questo post; per i miei colleghi amministrativo-umanitari non c’è niente di nuovo: sono situazioni che hanno tutti vissuto enne volte nelle banche in Congo, Sudan, Haiti, Pakistan, Filippine, Malawi, Nigeria, Iran, Cambogia eccetera.

Eppure devo scriverne: non per me, ma per Omer: un uomo da consegnare alla storia, anche solo attraverso i miei indegni pixel. Per chi ricorda i tempi di Haiti, Omer è il nuovo Nixon.

I personaggi, quindi:

Omer, vicedirettore di questa piccola filiale di banca della provincia turca. Trentenne, paffuto sul limite del ciccione, una faccia da bambino sempre sorridente (e dico: sempre), capelli neri corti e pieni di gel, strangolato dalla cravatta, la S un po’ strascicata alla Jovanotti e un doppio mento che sembra un airbag dopo l’incidente.

Ibrahim, il suo sottoposto che in realtà si comporta come se fosse il padrone. Se questa pièce teatrale l’avessimo inventata di pura fantasia, Ibrahim sarebbe tutto il contrario di Omer, alto e magro, per fare Stanlio e Ollio, Gianni e Pinotto; ma essendo questa la realtà, Ibrahim è come Omer, solo ancora più grasso, più dilatato, i bottoni della camicia minacciano di scoppiare. La differenza è nel carattere: Ibrahim è sempre incazzato nero.

La Signora del Tè: una donna di mezza età, paffuto-ciccia pure lei, assolutamente inespressiva, non mostra l’esistenza di un solo muscolo facciale. Unico scopo nella vita: apparire e sparire da varie porte reggendo un vassoio colmo di tazzine di tè, piene o vuote secondo i momenti.

Il Ragazzo: un giovane impiegato timidissimo, se ne sta sempre in disparte e osserva; se chiamato a intervenire, si sforza di abbozzare un movimento di pupilla per indicare che è d’accordo a prescindere.

La Guardia, sosia di Enrico Montesano, espressione e portamento che ti convincono che sì, in effetti è vero, la stragrande maggioranza dei tutori dell’ordine probabilmente non ha mai osato estrarre una pistola dalla fondina in vita propria.

Io, incredulo spettatore.

I dialoghi li riporto in italiano, anche se ovviamente con Omer si parla un inglese da prima cassetta del corso introduttivo De Agostini del 1986; lascerò le espressioni di Omer in inglese quando mi sembra che renda meglio.

In banca/1

Entro nella filiale per la prima volta da quando sono qui; una guardia giurata dall’aria mogia che assomiglia a Enrico Montesano ne “I due Carabinieri” mi fa accomodare nell’ufficio di Omer, al riparo dagli sguardi indiscreti degli altri clienti.

Omer: “Good morning! You are SO young!”

Io: “Eh? Mah… eh… uhm… piacere…”

O: “No, you are TOO young! How old are you?”

Io: “Ehm, 41. Ma…”

O: “WHAT? It’s impossible! Ibrahim, che età ha secondo te?”

Ibr.: “Vaffanculo!” (in turco)

O: “Quanti anni gli dai?” (rivolto alla Signora del Tè)

SdT: (silenzio)

O: “Io al massimo avrei detto 25! Ok, 28!! Massimo 30!!!”

Io: “Eh… uhm. Ok.”

O: “Quanti me ne dai a me?”

Io: “Ah… hum…” (al pubblico: “Perché? Perché??”). A Omer: “30?”

O: “YOU ARE RIGHT!”

Io sospiro.

O: “Ibrahim, hai visto che ha indovinato? Quanto è bravo eh?”

Ibr.: “Vaffanculo!” (in turco)

O: “Do you like Turkish people?”

Io: “What???”

O: “Ti piacciono i turchi? Che cosa pensi di noi?”

Io: “Eh.. sì, tantissimo. Voglio dire che mi piacciono tantissimo. Piacete. I turchi.”

O: “Grazie, grazie!” Poi, alla Signora del Tè: “Porti un tè a Francesco!” A me: “Del tè?”

Io: “Non si disturbi…”

O: “E’ un mio dovere! Quanti soldi guadagni?”

Io: “Eh eh eh…”

Omar mi guarda, aspettando una risposta. La SdT entra con studiata lentezza e appoggia sul tavolo, di fronte a me, una tazzina colma di tè con due zollette di zucchero sul piattinoIl Ragazzo osserva speranzoso; nessuno gli chiede se voglia del tè. Da fuori, attraverso la parte in vetro della porta, il Poliziotto osserva.

O: “Al mese, quale è il tuo stipendio?”

Io: “Ehm, perché?”

O: “Per confrontare con me!”

Io: “Ah, pensavo di non aver capito… invece…”

O: “Dunque?”

Io (accelerando il ritmo della respirazione): “Ehm, umpf, bleah… ah! quando sono in missione sono volontario…”

O: “YOU ARE WONDERFUL! You work for no money?”

Arrossisco violentemente, tossisco, chiedo perdono al Signore.

Io: “Già. Tecnicamente.”

O: “YOU ARE WONDERFUL!”

Fine primo atto.

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