OLD FASHIONED

project

Avrei dovuto immaginarlo, conoscendomi.

Ho passato (letteralmente) dei mesi a chiedermi: “Quale sarà il primo disco che poserò con religiosa devozione sul piatto, a vent’anni di distanza dall’ultima volta che l’ho fatto?”

Non potevo sbagliare la scelta. Si tratta della prima volta che un giradischi (perfino scrivere la parola mi fa un po’ strano) entra in casa mia dai tempi in cui faticavo sui libri di Economia; Bill Clinton era un giovane presidente alle prime armi, l’unico modo di fare un weekend a Londra era andare in un’agenzia di viaggi e comprare un biglietto Alitalia o British Airways, l’idea che il neo-fascista Gianfranco Fini potesse diventare sindaco di Roma faceva scandalo, nessuno aveva ancora sentito parlare di Marcos e degli Zapatisti, Sacchi si preparava a portare l’Italia di Baggio e Baresi ai Mondiali negli Stati Uniti, una squadra di calcio in Italia poteva avere al massimo tre stranieri, Sarajevo era sotto assedio e Bono e Pavarotti non ci avevano ancora ricavato una hit, Kurt Cobain era vivo ma non andava tanto bene, anche Ayrton Senna era vivo, nessuno aveva mai sentito nominare il Ruanda, Michael Schumacher era un giovane pilota della Benetton che ancora non aveva vinto un mondiale di Formula Uno, Mandela era il futuro del Sudafrica… e sentite questa: Moratti non era ancora presidente dell’Inter. Insomma era tanto tempo fa.

Ah, e Berlusconi era in pratica solo un piazzista televisivo con qualche giro strano e un po’ di fondotinta. OK, non tutto è cambiato.

Il momento, previsto per ieri, 23 novembre 2013, era quindi destinato a entrare nella manciata di eventi salienti della mia vita tranquilla, insieme al matrimonio e al primo concerto di David Bowie. Se sbaglio la scelta del disco, mi dicevo, questa cosa tornerà a tormentarmi in punto di morte insieme a quella volta che mi feci fregare da due ragazzini nel nord-est della Cambogia e invece di esplorare la foresta vergine finii con la povera Babsie a spasso fra le risaie; al posto del ruggito del giaguaro sentivamo in lontananza i muggiti delle vacche.

Per settimane ho ripassato mentalmente l’elenco delle decine di vinili che in questi vent’anni ho comprato per il gusto di farlo, sapendo di non avere la possibilità di ascoltarli.

Invece avrei dovuto chiedermi: “Ce la farò a montare il giradischi?”

Se solo mi fossi posto questa domanda, che era quella giusta, avrei fatto in tempo a chiedere aiuto al nonno del Linke, sempre che nel frattempo se la fosse cavata col VHS.

L’inizio quindi, l’avrete capito, è stato un po’ un anti-climax. Ore di travaglio e litri di sudore dopo l’apertura dell’imballaggio, Hunky Dory proprio non ne voleva sapere di farsi ascoltare e la puntina, invece di leggermi Ziggy Stardust come Bowie l’ha voluto, veniva trascinata all’indietro dal peso della vita, forse alla ricerca di un improbabile messaggio satanico, finendo per saltare giù dal vinile, abbandonandosi alle comprensibili tentazioni suicide (probabilmente il suo ultimo messaggio sarebbe stato: “Non ho retto all’umiliazione di finire in mano a quell’imbranato”).

Io ci ho messo tutto l’impegno; il problema è che la tecnologia più complessa che riesco veramente a padroneggiare è quella della moka per il caffè; e anche lì… alle spalle, come vittime collaterali, mi sono lasciato pareti e pareti di cucine bombardate da gioiose esplosioni della preziosa bevanda…

Per fortuna però stamattina la Babsie ha acceso l’iPad e ha cercato su YouTube un tutorial per l’assemblaggio del mio nuovo Project, inserendo nella ricerca anche le testuali parole “a prova di imbecille, ma davvero”. Seguendo il tizio che mi faceva vedere tutto passo passo su YouTube, l’operazione ha richiesto circa un minuto e trenta secondi.

E ora tutti quei maxi single d’importazione di Prince scorrono liberi e belli sulla piastra. Meglio di Schumacher sulla Benetton.

La Babsie mi ha salvato gli ultimi istanti di vita.

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