MONKEY GONE TO HEAVEN

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Ah, avere ancora diciassette anni! come tutti (e quando dico tutti, intendo proprio tutti, almeno a occhio e croce) i ragazzi che stavano pigiati come sardine intorno a me… più che un concerto, questa data degli Arctic Monkeys in uno Zénith di Parigi esaurito fin dentro i cessi, mi è apparsa come una via di mezzo fra una messa satanica e una cerimonia di apertura delle Olimpiadi (in cui l’anno scorso in effetti la band di Sheffield si è esibita; quindi, ci sta). Effetto, in buona parte, della magniloquenza noir dei brani del nuovo AM e del clima da “ritorno ai fasti di un tempo” della band dopo un paio d’album passati sotto traccia; ma anche della tensione elettrica che fa vibrare il pubblico e dell’estasi collettiva – che solo a diciassette anni, per l’appunto, si possono provare.

Certo, se per caso, (hai visto mai) mi venisse la tentazione di sentirmene partecipe, al grido di “siamo tutti giovani dentro”, basta un momento d’involontaria, meravigliosa tragicommedia a riportarmi coi piedi per terra, precisamente ai miei splendidi quaranta: una coppia di uomini leggermente più grandi di me, ma non troppo, tipi insomma con cui potrei ritrovarmi a bere una birra tranquillamente, riescono a farsi strada sotto il palco (complice la stazza della mezza età, cui gli efebici adolescenti non possono opporsi), solo per sentirsi chiedere da una simpatica canaglia senza un pelo di barba: “Ciao, siete qui per i vostri figli o siete fan degli Arctic Monkeys?”

L’hanno presa bene, devo dire. Sono stati due signori.

Ma insomma, si può godere della musica anche senza sentirsi le budella aggrovigliarsi per l’emozione. E Alex Turner, come dice la crema dei top manager nella Seconda Repubblica, delivera alla grande. Le Scimmie dell’Artico avevano già chiaramente fatto capire di aspirare allo status di biggest band in the world e s’impegnano come si deve per meritare il piedistallo.

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L’apertura, com’era scontato, è sulle note di Do I Wanna Know, il marziale, schitarroso brano mid-tempo che apre anche il celebratissimo AM. Ma per trovare il prossimo pezzo dell’ultimo album bisogna aspettare il settimo brano in scaletta: che nel frattempo, i Monkeys trovano il tempo di ripassare per tutti e quattro i dischi che l’hanno preceduto. E se il nuovo AM guadagna spazio nella seconda parte del concerto, prendendosi sul finale due bis su tre (nonché l’onore di chiudere la serata con la splendida R U Mine?), è un dato oggettivo che, rispetto alle setlist delle date precedenti, il gruppo sacrifica qualcosa del nuovo lavoro da promuovere a vantaggio del repertorio classico.

Quel che colpisce (e piace assai) è che le cose funzionano su entrambi i fronti con uguale efficacia. Cosa per niente scontata, come insegna la storia delle Grandi Metamorfosi.

Alex Turner ha cambiato completamente pelle negli ultimi tempi, abbandonando senza rimpianti l’immagine e la raison d’être che l’avevano proiettato là dove era arrivato. Da scazzatissimo lad del nord d’Inghilterra, quello che il venerdì sera fuma fuori dalla porta di un pub in una città post-industriale qualsiasi, a cui non frega una mazza di niente e che per questo è ultra-fucking cool senza doversi sforzare… a leccatissimo, hyper self-conscious divo da West Coast americana (dove si è trasferito), che durante il concerto, a canzone in corso, tira fuori il pettinino dalla tasca posteriore dei jeans per sistemare il bananone alla Elvis proprio come i T-Birds, insomma: è diventato tutto il contrario di prima, eppure, proprio per questo, è ancora ultra-fucking cool… non so, c’è qualcun altro al mondo che c’è riuscito?

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(i T-Birds, per chi non li ricordasse)

Lasciatemi dire, per onore del rock ‘n’ roll, che se questo triplo carpiato in piscina vuota si trasforma in un successo colossale è grazie alla musica. No, non la Musica con la M maiuscola, non sto per iniziare un pippone sull’arte minore… parlo della musica con la m piccola, quella degli Arctic Monkeys, che è tanto bella nei vecchi album del British lad quanto in questa opera prima dell’American boy. Il segreto è: fare belle canzoni prima e dopo, credere nelle vecchie come nelle nuove. Se per un secondo, un solo secondo, Turner avesse dato la sensazione di accondiscendenza durante I Bet You Look Good on the Dancefloor, non avrebbe soltanto fatto un disservizio a uno dei più grandi singoli d’esordio di ogni tempo; avrebbe sputtanato se stesso e la propria credibilità. Invece, nel buttarsi con la stessa energia e convinzione in Teddy Picker e in Arabella, si è giustamente sistemato bene sul capo quella corona coi diamanti. The King of Rock ‘n’ Roll.

 

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