E TORNAMMO A NON VEDER LE STELLE

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28 agosto 2013: giovedì. Ore 1:00 am.

Di nuovo qui, in piena notte, all’aeroporto di Tashkent. Di nuovo in Uzbekistan.

Ma senza l’eccitazione di quattro settimane fa: senza le piacevoli incertezze, il senso di spasmodica anticipazione, la frenesia di scoperta dell’ultima volta che ci siamo trovati qui, quando di fronte a noi c’erano le porte di uscita del terminal e, oltre, un mondo nuovo da esplorare a nostro piacimento.

Ora dobbiamo semplicemente imbarcarci e tornare a casa. L’incognita più grossa è quante volte farò suonare il metal detector al controllo di sicurezza (i bookmaker dicono una sola: sono sempre le scarpe, ogni volta ci provo a passare senza toglierle, ma con la mia passione per gli anfibi mi va spesso male. Stavolta dovrebbe andare meglio, con queste scarpe da tennis da quattro soldi che ho preso apposta per il viaggio) e quante volte la Babs si avvicinerà a un oggetto al duty free che io non avevo manco notato dicendo “vuoi che lo compriamo?”.

Ieri mattina abbiamo lasciato Kochkor, breve sosta intermedia fra le steppe sconfinate del lago Song Kul e l’affollata capitale kirghisa Bishkek. Le cose notevoli di Kochkor sono due: il negozietto di artigianato locale che aiuta le donne senza mezzi di sostentamento (quello in cui ho comprato il cappello da terrorista); e la colazione con cui al mattino ci ha preso alla sprovvista la generosissima padrona del b&b, quella col figlio malato di automobili.

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(e quando dico malato…)

Uscendo dalla camera, sul tavolo abbiamo trovato spaghetti, peperonata, frittata e pancakes (tutto vero, non scherzo), e poi pane e marmellata, fichi e albicocche secche, noci e nocciole e un bel tè verde leggero.

La padrona di casa s’è intrattenuta a lungo con noi prima di lasciarci partire, lanciandosi nell’equivalente asiatico del parlare del tempo (“Siete sposati? Avete figli? Perché no? Siete credenti? Pregate spesso? Perché no?”, eccetera) e decretando la Babs “una donna bellissima” prima di premiarla con delle mele per il viaggio.

… che in realtà non è stato poi così lungo, visto che all’ora di pranzo eravamo già a Bishkek, a suonare il campanello del cancelletto d’ingresso dell’hotel Radison – sì, con una esse sola; non c’entra niente con la rinomata catena internazionale. Questo è un b&b a gestione familiare ancora mezzo in costruzione, che del Radisson ha rubato il nome ma non la clientela: gli unici ospiti oltre a noi erano dei fricchettoni del genere surfista californiano che ci hanno invitato subito in camera loro a fumare “le sigarette che fanno ridere”. Gentilmente abbiamo declinato, perché un pomeriggio stoned in giro fra i grigi palazzoni ex sovietici era una prova troppo grande.

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(la stazione Centrale di Milano)

E grigia Bishkek lo è, non c’è dubbio. Per la prima volta da Dushanbe, in Tajikistan (solo due settimane fa? possibile?) ci siamo ricordati di essere nell’ex Unione Sovietica. Per tirare su questi mostri intimidatori, specie di cubi color ghiaccio senza finestre, devono avere trivellato le cave di marmo di Carrara fino a spuntare dall’altra parte del globo. Tornando alla mia classificazione dei paesi in via di sviluppo: “orridi palazzi presidenziali che costano più del budget della sanità nazionale” – tick.

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(l’Altare della Patria di Roma)

Il parco con le giostre, i poster dei Ricchi e Poveri (se la musica è ambasciatrice dell’Italia nel mondo, da un momento all’altro l’Onu decreterà le sanzioni e manderà gli osservatori nei nostri studi discografici) e la cena al ristorante persiano hanno animato il resto della giornata, che si è conclusa nella piazza centrale, aspettando inutilmente lo spettacolo di luci e suoni che non c’è stato (il Ministro del Tempo Libero e del Pensiero non gradiva quella tonalità di blu?).

In cambio, è arrivato ancora, per un’ultima volta, qualcuno che ci ha attaccato il bottone in mezzo alla strada chiedendoci di farle praticare un po’ l’inglese. Gli argomenti scelti per la piccola mezz’ora di conversazione, come si conviene fra sconosciuti: da quanto siamo sposati, quanti figli abbiamo, perché non ne abbiamo, se ci stiamo lavorando, che lavori facciamo, quanto guadagniamo, come investiamo i nostri risparmi, se i movimenti intestinali sono abbastanza regolari.

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(“zzz… che sonno… questo cubo di marmo è pesante anche solo a guardarlo…”)

E con quella chiacchierata notturna si è conclusa la giornata di ieri.

Oggi, ultima giornata su questa via della Seta che fu di Tamerlano, Marco Polo e Gengis Khan, abbiamo passato la mattinata al bazar, dove ho concluso la mia piccola ma significativa serie di acquisti con un paio di babbucce molto aggressive.

Dopo il pranzo più insapore della storia, giusto per ricordare che anche questi luoghi bellissimi hanno un difetto e che c’è un motivo per cui i ristoranti dell’Asia centrale non hanno conquistato il mondo, un dignitoso velivolo locale ci ha portati da Bishkek, Kirghizistan, a Tashkent, Uzbekistan, dove ci ritroviamo, all’una di notte, in attesa dell’imbarco per la beneamata Europa.

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(io c’ho il limousine più lungo del tuo)

E mentre la Babs mi chiede se per caso voglio comprare qualcosa (a suo credito, mi propone anche una bottiglia di whisky, dimostrando che si preoccupa anche della mia salute), restano solo da aggiungere due cose.

La prima è la ragione per cui ho deciso pubblicare questo diario di viaggio, non avendo né scoperto tesori sommersi a mille metri di profondità, né piantato la bandiera su vette mai conquistate prima dall’uomo, né in genere fatto o visto cose per cui il National Geographic vorrà coprirmi d’oro per i diritti di pubblicazione. Cosa mi ha spinto a raccontare tutti questi fatti miei (a parte l’impulso egocentrico-narcisista che è all’origine del 99,9% di tutti i nostri interventi sui social network)?

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(è più popolare in Kirghizistan che a casa sua)

Ebbene, a farmi decidere è stata la domanda che in tanti, ma proprio tanti (perfino più di quando andammo in Angola nel 2004) mi hanno posto nei mesi prima del viaggio, una volta saputa la nostra destinazione: “Ma che ci andate a fare?” (a volte con tono incredulo, a volte con tono divertito).

Domanda legittima; il problema è che non sapevo come rispondere. E non perché non conoscessi la risposta, che anzi non ho mai sentito così chiara e squillante dentro di me; è che non sapevo come formularla a parole. Almeno non in una sola frase.

Senza dimenticare che siamo in due a viaggiare, a decidere e a condividerne le ragioni, spero dunque di essere riuscito finalmente a rispondere alla fatidica domanda, con due mesi di post sul blog e qualche migliaio di miliardi di pixel al vento.

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(“Forza! Tirate più forte! Dai che ce la facciamo, si sta staccando!”)

E sulla scia di questo sproloquio di minchiate, posso anche cercare, adesso, di sintetizzare.

Ebbene, sono andato in Asia centrale per le stesse ragioni per cui sono stato in Angola, in Vietnam, a Vienna e alle Cinque Terre. Sono le ragioni di ogni viaggio, dal weekend fuori porta alle quattro settimane all’altro capo del mondo: io viaggio per vedere che birra si beve nel resto del mondo.

Okay, lo dico seriamente: per vedere come vivono gli altri.

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(o pirata caraibico, o vichingo: devi scegliere)

Naturalmente, tutto quel che ci trovo in più lo prendo entusiasticamente: templi buddisti, cascate, porticcioli pittoreschi, acque turchesi, giaguari, monumenti equestri, barriere coralline, musei di arte moderna, cambi della Guardia, affreschi rinascimentali, feijoada, graffiti sul muro (a proposito, lo sapevate che a Belfast c’è un muro come quello di Berlino, o di Gerusalemme? ancora pienamente funzionante nel 2013, con cancelli che vengono chiusi alle 8 ogni sera per sigillare il confine tra quartiere degli ultrà cattolici e quello degli ultrà protestanti? io no), nuraghi, anfiteatri, antilopi, rosoni gotici e così via…

Ma quel che vado a vedere, fondamentalmente, sono le persone e come vivono. Per questo quando mi dicono “ma cosa c’è da vedere in Tajikistan?”, io resto senza parole. Perché per me la risposta sarebbe: “la stessa identica cosa che c’è da vedere a New York”. Ovvero: gli altri, quelli che vivono diversamente da me.

E la seconda cosa da aggiungere? Avevo detto che ce n’erano due. La seconda cosa, più difficile da spiegare, è che un po’ mi mancheranno la latrine asiatiche; beh, non tutto delle latrine: mi mancherà il coté vagamente avventuroso e libertario con cui la latrina nobilita un gesto altrimenti piuttosto banale e poco dignitoso.

DSC_0468(sì, cara; qualcosa di te mi mancherà)

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