CENTO GIORNI DA PECORA…

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25 agosto 2013: domenica.

I raggi del sole filtrano a malapena nella yurta silenziosa. Nessuno ha fretta di alzarsi.

Dopo la mia coraggiosa lotta a petto nudo con il feroce roditore che ha attaccato la tenda ieri sera, mi godo il meritato riposo del guerriero. Un paio di volte a dire il vero accarezzo l’idea di tirarmi su dal giaciglio di tappeti, ma non vorrei disturbare gli altri muovendomi.

Per fortuna anche gli altri si svegliano. Piano piano, lentamente; è un ritorno alla vita graduale, da documentario della foresta.

Oggi niente jeep da prendere, niente odissee tascabili, nessuna fretta. Più pigramente che possiamo, ci trasciniamo nella yurta di fianco, dove le simpatiche mamme kirghize ci hanno preparato il tè e il porridge; proviamo a chiacchierare amabilmente con loro, ce n’è una che smoccola un po’ d’inglese e fa da traduttrice. Fuori, i bei raggi caldi del sole promettono la classica giornata radiosa.

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(meditazione sul lago Song Kul)

Chiacchiera chiacchiera, a un certo punto la traduttrice ufficiale fa: “Ah, stamattina c’era la partita di buskashi“.

PREGO?

“Stamattina c’era la partita di buskashi?” Vuoi dire quel buskashi? Il famosissimo gioco a cavallo, quella specie di polo afghano in cui al posto della palla si usa una carcassa di pecora decapitata? Quello su cui si sono scritti chilometri di racconti, storie e libri di viaggio? Semplicemente la cosa che migliaia di viaggiatori vengono fin qui per vedere ogni anno? Il potenziale highlight della vacanza, la madre di tutti gli spettacoli della cultura dell’Asia centrale? E tu me lo dici così?!?

Ma io ti ammazzo, strega!

Scatta l’emergenza: J&J, io e la Babs entriamo tutti simultaneamente in modalità “Panico totale / azzeramento completo della Ragione”. Cominciamo a farfugliare frasi incomprensibili per capire dove, a che ora, come ci si arriva, chi ci porta… siamo ancora in tempo? Ma non si ragiona più, i nervi sono saltati. C’è chi, per farsi capire dalla kirghiza, ha preso a parlare in dialetto stretto; chi disegna freneticamente mappe della zona, usando il porridge sui tovaglioli; chi indica furiosamente la cartina della Lonely Planet, ma nella foga sta mostrando quella del Turkmenistan; chi si strappa i capelli e chi dà le testate ai pali che reggono la yurta.

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(parla, maledetta, parla! invece di fare esperimenti di… ehm, levitazione sulla propria ombra?)

Alla fine si capisce che la partita è giusto nell’accampamento vicino, al di là di un’insenatura del lago; ci vorranno quindici-venti minuti a piedi e dovrebbero avere appena iniziato. Partiamo a razzo, urlando tutti e quattro sconnessamente, qualcuno ancora con la tazza di tè in mano.

Ecco, là in fondo! Guardate! Sono le yurte dell’altro accampamento, no? E non sono cavalli quelli? Con uomini sopra? Sì! Sono loro! Gioia! Tripudio! Piccole, a malapena visibili eppure nettamente riconoscibili, le sagome nere dei cavalieri controsole si muovono… a quanto saranno ora? Tre, quattrocento metri da noi?

Quando siamo quasi arrivati li vediamo rallentare, fermarsi. “Fine primo tempo?”, azzardo io.

Ancora poco: l’ultimo sforzo e ci siamo. I cavalieri, che ora si distinguono più chiaramente, ci danno le spalle; i cavalli, al passo, stanno prendendo la strada che lascia il villaggio. I kirghizi tornano verso i loro affari di ogni giorno. Tre viaggiatori, sul bordo del prato, hanno gli occhi che luccicano. “Fantastico!”, gridano all’unisono. “Wow, è stato fantastico!”

Vorrei correre a trovare una capra per incornarmi.

La partita è finita trenta secondi prima che arrivassimo, giusto quando le sagome dei cavalieri cominciavano a vedersi più distintamente.

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(“buskashi? in che senso?”)

Ci lasciamo tutti e quattro cadere per terra a piangere per un quarto d’ora buono, finché qualcuno fra noi, non so più chi, si accorge che ci sono dei cavalli dall’aria molto pacifica in questo villaggio nomade.

“Vuoi giocare a buskashi? E dove la troviamo la pecora senza testa?”, dico.

“No, fare un giro!”

Ed è così che, per dimenticare l’onta del buskashi, a cavallo ci finiamo noi. Per me e la Babs è solo la seconda volta in vita nostra; la prima fu alle piramidi di Giza, quando, incoscienti, mettemmo la nostra vita nelle mani di una banda di egiziani di malaffare che ci fece passare per una discarica abusiva per arrivare a un buco nella recinzione da cui penetrare furtivamente nel sito archeologico, senza avvicinarci troppo alle piramidi di Cheope e quell’altro (Chefren?) perché, scoprimmo a quel punto, eravamo clandestini.

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(“aiuto, il mondo va tutto in salita!”)

Ma stavolta siamo in buone mani: le nostre. I vecchi del villaggio infatti ci mettono a cavallo e spariscono senza degnarci di uno sguardo. I cavalli sembrano sapere esattamente cosa fare e dove andare: basta che pensiamo di voler fare un giro lungo il lago, e loro ci vanno, da soli! Anche se il mio tende stranamente verso la sinistra; io cerco di rimetterlo in carreggiata, ma non capendo neanche da che parte è la testa e da che parte è la coda, figuriamoci se so come tenerlo dritto. E così il mio tirare le redini non rimette in asse la bestia e ha come unico effetto quello di farlo procedere in una sorta di costante dérapage rallentato.

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(il Palio di Siena dei Teletubby)

Tornati dal giro a cavallo, come per tacito accordo, andiamo verso un’auto parcheggiata vicino alle tende di questo villaggio vicino, ne troviamo il proprietario e ci accordiamo perché nel pomeriggio ci porti a Kochkor, il paese da cui prenderemo i mezzi che ci devono portare alla capitale kirghiza, Bishkek. Questa, per me e la Babs, è l’ultima tappa del viaggio. La fine. The end. My only friend, the end. No, non drammatizziamo. Però insomma, si torna.

Per J&J invece il programma prevede ancora il lago Issyk Kul, prima di attraversare il confine khazako per prendere l’aereo del ritorno ad Almaty.

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(toh, una gomma forata! non succede mai!)

A Kochkor arriviamo di buon’ora e troviamo una simpatica donna contentissima di ospitarci, al punto da offrirci la camera del figlio, maniacalmente appassionato d’auto.

La sera passiamo alla cooperativa femminile dell’artigianato, la classica associazione che produce quella roba tanto amata dai turisti e nel frattempo offre lavoro e reddito alle donne sole e senza sostegno familiare; qui compro un cappello che, con la mia carnagione, i miei tratti e la barba che fa sempre un po’ capolino, mi fa sembrare il fratello pericoloso di quello che guidava il primo aereo schiantatosi a New York l’11 settembre.

E così, per la seconda volta, anzi la terza, dopo Murghab e Osh, festeggiamo l’ultima cena con J&J, impagabili compagni di viaggio ormai da una decina di giorni. Da domani, stavolta sul serio, caschi il mondo, le nostre strade si separano.

DSC_1169(e quando dico “maniacalmente”…)

 

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