UOMINI E TOPI

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24 agosto 2013: sabato.

Finalmente ce l’abbiamo fatta: siamo nel campo nomadi! No, non quello di via Mecenate a Milano, quello dei kirghisi sul lago Song Kul! Qui nessuna forza dell’ordine pubblico, sotto l’impeto dello zelo leghista, ci verrà a sgomberare. Qui i nomadi sono i padroni incontrastati del territorio. Questa è la terra dove i padri di famiglia cacciano la selvaggina con i falchi (immagino quella piccola: marmotte e simili; ché i falchi non sono missili Patriot) e gli altri si contentano di osservare le bestie che pascolano.

Stanotte dormiremo nelle loro tende – quelle dei nomadi. Le famose yurte. Abbiamo già dormito in una yurta, come i miei infaticabili lettori ricorderanno: era in Tajikistan, nel Pamir, la notte prima di arrivare a Murghab. Ma qui è diverso! Quelli infatti erano kirghisi del Tajikistan, un genere derivativo: un po’ come la versione texana della cucina messicana; che ormai è un genere a sé stante, con una sua storia e dignità… ma non è l’originale.

Stavolta invece siamo nel cuore del nomadismo, nella terra dove seguire le mandrie e i greggi è una religione (e anche piuttosto fondamentalista come approccio).

Ma calma: partiamo dall’inizio. E’  mattina, e presto per giunta. Siamo ancora nella casa del pacifico kirghiso il cui nome non sapremo mai, il nostro eroe, colui che ci ha aperto le porte della sua relativamente umile dimora vedendoci piombare sull’uscio a notte fatta. Siamo a non più di una cinquantina di chilometri dal Song Kul, solo cinquanta chilometri: ma di strada sterrata in alta montagna. Non si osano fare previsioni su quanto ci voglia per percorrerli. Ore o giorni? Ormai tutto è possibile.

Ma ci sentiamo in una botte di ferro: il pacifico kirghiso, sempre lui, ci farà da tassista. Per un prezzo che, rispetto alle tariffe che siamo abituati a conoscere, è ultra-competitivo. E per il vitto e l’alloggio, quando gli chiediamo quanto fa, dice: “Non so… decidete voi”. Gli devo fare un monumento di sabbia la prossima volta che sarò a Milano Marittima.

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(ah, quasi quasi… naaaahhhh!)

Prima di partire tra l’altro ci toccano altro tè e pane e marmellata, un giretto intorno alla casa per vedere il villaggio con la luce del giorno e una serie di abbracci e di foto a mai finire con la moglie e le tre fantastiche pesti con cui abbiamo diviso il film più brutto mai interpretato da Nicholas Cage (capite cosa vuol dire? E’ come dire la canzone più brutta di Mino Reitano).

All’ultimo momento, il maggiore dei tre figli diventa dei nostri: accompagnerà il padre-tassinaro improvvisato e questi quattro turisti spaesati fino al lago Song Kul. Noi, inutile dirlo, siamo in giubilo come manco la Regina Elisabetta quando fu il momento (non ho voglia di cercare l’anno su Google): ci pare quasi di dover pagare il doppio, per il divertimento di avere il ragazzino con noi.

Un ultimo incontro ravvicinato col parente/maniaco/ubriacone della casa di fronte, che è fuori come se avesse continuato a bere tutta la notte, e si parte.

DSC_1012(toh! una gomma forata. Strano, non capita mai…)

Il viaggio scorre piacevole, si ride, si canta, si bucano pneumatici, si aspetta che il pacifico kirghiso torni indietro fino a casa su tre ruote perché non ha quella di scorta e poi ci torni a prendere.

Per fortuna ci lascia, come ostaggio e per l’intrattenimento, suo figlio.

Che non manca di farci passare il tempo. A un certo punto, meravigliandomi francamente di me stesso, del mio insolito spirito di iniziativa e della mia fantasia sfrenata, improvviso perfino un gioco di tiro alla bottiglia.

Quando arriviamo sul lago, tutto è perfetto come nei sogni: mandrie infinite a perdita d’occhio, yurte sparse qua e là, acque blu, placide, montagne in lontananza, non un rumore. Eterna beatitudine. E’ troppo bello per essere vero.

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(continuo a pensare che siano più affidabili delle auto locali; almeno non hanno pneumatici)

E infatti. A rendere il tutto più verosimile è il freddo becco, che neanche in Pamir. Questo è lo svantaggio delle sterminate steppe kirghise, soprattutto quelle a tremila metri: che il vento non trova ostacoli e sferza, fischia, frusta, ti fa le guance satinate.

Peccato, ma la bellezza del posto ci convince/costringe a restare fuori e perfino a tentare la passeggiata. Ci troviamo sulla cima di una piccola collina, esposti verso ogni direzione, proprio quando scoppia la grandinata. Giuro. Come nei film, ci ripariamo dietro una piccola sporgenza rocciosa che spunta a malapena dal terreno. E come nei film, un po’ funziona. Evitiamo almeno i chicchi più grossi sul cervelletto che ti rendono demente, prendiamo solo quelli sul viso che sfigurano a vita.

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(solo 29 gradi in meno che a Milano Marittima… ad aprile)

Poi torniamo, quando il tempo si placa al tramonto e i bambini nomadi kirghisi giocano a hockey sul prato, e i cavalli e le pecore se ne vanno (ma dove, poi?) e il profumo del pesce di lago arrosto ci invita a cena.

Tutto è perfetto. Finché, quando ci ritiriamo sotto le coperte nella yurta, Julien scoppia a ridere e grida: “Un topo!”

Cazzo ridi, coglione. Io i topi li odio.

“Francesco, è proprio sul tuo zaino! AHAHAHAH!”.

Ora ti ammazzo. Prima ammazzo te, poi il topo. Dio che schifo.

Lo osservo nella penombra. E’ piccolo, in effetti. Piccolo e grigio. Forse non avremo la peste. Ma non è il compagno di lenzuola che vorrei. Mi viene in mente subito quando l’anno scorso, ad Haiti, siamo andati a fare la scampagnata in montagna, nella baita rustica, e una collega è stata svegliata la mattina da un topo fra le lenzuola, in mezzo alle gambe. Ecco, se succede una cosa del genere prendo Julien, lo ammazzo, gli strappo una gamba, sfilo il femore e lo uso come clava per uccidere il topo.

“AHAHAHAH”, dice lui, e ha attaccato la ridarola anche a Julie e Babsie. Solo io sembro consapevole che potremmo morire tutti. Avrei preferito trovare un velociraptor nella yurta, cazzo.

Chiamando a raccolta tutto il mio coraggio mascolino, ricordando di dover pur sempre dare l’esempio e guidare la truppa nelle avversità, come si conviene a un uomo della mia esperienza, controllo il tremito abbastanza da riuscire a infilare in testa la lampada frontale e così illuminare il topo, che mi guarda come dire “spegni quella luce pirla, sto cercando di dormire”.

Già mi vedo nei Promessi Sposi, sul carro che porta gli appestati al Lazzaretto nella famosa scena… ehm, appunto, quella del carro che porta gli appestati al Lazzaretto.

Improvvisamente il topo fa un numero all Yuri Chechi e sparisce dopo tre capovolte. Sono convinto, oltre ogni ragionevole dubbio, che sia entrato dentro lo zaino e stia indossando le mie mutande.

La Babs insiste che invece è andato dietro, ed è uscito dalla yurta dal forellino che c’è là in basso. Ma la Babsie direbbe qualsiasi cosa per rassicurarmi.

Con un ardore di cui francamente non mi sarei mai ritenuto capace (ma non puoi mai sapere di quali risorse è capace l’animo umano, nelle prove estreme), allungo un braccio, poi stendo le dita, poi allungo al massimo le unghie, fino ad artigliare un laccio del mio zaino, e gridando “WHUOAYSHHHTUYKKSSSEAHHH!!!!!”, scaglio lo zaino tre centimetri più in là.

Nessun topo fa capolino, niente si muove. Ancora sotto shock per la prova temeraria, vengo soccorso dai miei tre compagni di stanza, impressionati dal mio coraggio.

Il topo continua a non apparire. Forse è davvero uscito. Cerco rapidamente una fiamma ossidrica e della pece per isolare impermeabilmente la tenda, ma non si trovano. Come si fa a non tenere una fiamma ossidrica e della pece di scorta in una yurta kirghisa, dico io.

Alla fine, mi devo convincere che, forse, il topo non ha comunque la peste. E qualunque cosa succeda, topo o non topo, la vita andrà avanti. Basta guardare oltre, non pensare all’immediato, all’eventuale corpo a corpo con il temibile roditore, ma proiettarmi oltre… per esempio a quando, da vecchio, in una bettola al porto di Southampton, circondato da marinai e tagliagole, battone e mendicanti, e l’oste a bocca aperta, racconterò questa temeraria avventura, guadagnandomi birre gratis per il (limitato) resto dei miei giorni.

E poco a poco, sull’immagine delle onde che si abbattono sul molo di Southampton, le membra si distendono, il topo scompare, e la stanchezza ha ancora una volta la meglio si di me.

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