LA PROVVIDENZA

DSC_101323 agosto 2013: venerdì.

Abbiamo perso Lorenzo fin da subito. Le sue viscere non ce l’hanno fatta.

E’ successo che stamattina, alle 6 in punto, io e la Babsie usciamo silenziosamente dalla stanza del nostro B&B di Osh. Come da accordi, nello stesso istante Lorenzo esce silenziosamente dalla sua. Tra poco passeranno Julie & Julien con l’auto che ci deve permettere di attraversare il Kirghizistan in una dozzina di ore se tutto va bene.

Ma Lorenzo non è vestito, né sembra avere alcun bagaglio con sé.

“Non ce la faccio ragazzi, mi spiace”, mormora a denti stretti, e forse sta stringendo, come sempre, anche qualcos’altro. “Non mi sento bene, non posso affrontare dodici ore di macchina”. A occhio e croce non può affrontare nemmeno un altro minuto qui a dare spiegazioni.

Eroicamente, si offre di pagare comunque la sua quota-sedile per non far lievitare il prezzo per noi altri, ma naturalmente noi rifiutiamo (la Babsie più fermamente di me a dire il vero). Tieni i tuoi dollari Lorenzo, hai già abbastanza problemi.

Lo salutiamo e non sappiamo se la gratitudine che traspare dal suo sguardo sia per il non aver preso i suoi soldi o per averlo lasciato libero di tornare alle sue faccende gastro-intestinali. Noi usciamo, zaini in spalla, per aspettare J&J con l’autista e le quattro ruote.

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(le brulle alture kirghise)

E le quattro ruote arrivano, ma sono un po’ più distanti fra loro del previsto. J&J si presentano a bordo di un furgone.

“Essendo in cinque, cioè sei con l’autista, anzi sette in tutto perché l’autista non conosce la strada e quindi si è portato una guida turistica per indicargliela, un’auto normale non bastava e la jeep non ce l’avevano”, dicono J&J in un perfetto coro a due voci come Simon & Garfunkel, “così eccoci con questo furgone. Che bello! Sarà un po’ come quando a scuola si andava in gita!”

“E proprio come nelle gite a scuola”, li interrompo io, “c’è sempre uno malato che all’ultimo momento deve restare a casa”.

In quel momento si accorgono della mancanza di Lorenzo. E le loro facce si scolorano. Gli occhi di J&J prendono quell’aria assente di chi sta facendo calcoli mentali frenetici. “Fanno una trentina di dollari in più a coppia”, dico, rispondendo alla loro implicita domanda.

Fait chier”, dice Julie, sempre più indurita dalla vita della steppa. Delle trippe sconvolte di Lorenzo non le importa niente; quando le diciamo, per attenuare le colpe del compatriota, che si era perfino offerto di pagare la sua quota pur senza viaggiare ma che noi abbiamo rifiutato, non osa dirci “coglioni”… almeno non a parole. Ma gli occhi lo dicono eccome. Qui in Asia centrale è homo homini lupus. Soprattutto per i turisti.

Partiamo quindi col furgone, che improvvisamente ci appare in tutta la sua inutile, ridicola mole. Con soli quattro passeggeri (più guida e autista), è praticamente vuoto. Sarebbe stato eccessivo anche senza defezioni nel gruppo. E per di più è lento.

Ah, e forse è inadatto al percorso.

Prego?

Ebbene sì, il rischio c’è. La notizia viene fuori discutendo con il giovane ragazzo che fa da guida per il tragitto – il furgone potrebbe non riuscire a valicare l’impervia catena montuosa che ci separa dal lago Song Kul, la nostra destinazione.

“Come sarebbe forse non ce la fa?”, ci incazziamo all’unisono io, la Babs, J&J, suonando questa volta come i Jackson Five meno Jermaine. “Che vuol dire? E se non ce la fa, qual è il piano B? Ce li ridate i soldi? Dove ci mollate? Come proseguiamo? Dove dormiamo?”

Tutte domande destinate a restare senza risposta, nonostante il ragazzino parli un ottimo inglese. Ha piena coscienza della trappola in cui stiamo cadendo, non osa confermarla ma al tempo stesso è troppo giovane e onesto per negarla e rifilarci una balla.

O magari si rende conto che ci stiamo arrivando, in un modo o nell’altro, anche da soli.

Quindi si limita a guardarci inebetito, mentre l’autista mette fretta e vuole partire, perché a lui invece l’idea di incassare i soldi, mollarci a metà strada e sparire mentre gli avvoltoi si avventano sui nostri bulbi oculari ancora freschi non crea nessun problema.

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(un eventuale altro mezzo di locomozione; ma le dodici ore di strada diventano dodici giorni)

Intanto come minimo andiamo al bazar, ci diciamo fra noi. Cerchiamo almeno altri passeggeri con cui condividere il costo, visto che abbiamo qualche posto vuoto a bordo.

Al bazar non troviamo nessun viaggiatore; in compenso, c’è una schiera di auto pronte a partire, aspettano solo noi. Sono più comode, più rapide, più agili del furgone e hanno le stesse possibilità di farcela. Iniziano le trattative.

Una ventina di minuti dopo, abbiamo trovato una Mercedes station wagon che ci prende per la metà dei soldi che vuole il furgonista; ora si tratta solo di liberarci di quest’ultimo, che naturalmente non vuole perdere i gonzi così facilmente. Ma tanto gonzi non siamo; il ragazzino-guida, troppo onesto per essere vero, si lascia facilmente subornare da noi e rivoltare contro il suo socio, finiscono a litigare fra loro. Alla fine molliamo tutti il camion, il ragazzino viene a parlare con l’autista del taxi Mercedes per assicurarsi che ci porti dove dobbiamo andare, dice che chiamerà l’autista ogni due ore per sapere dove siamo e se va tutto bene. Lo salutiamo calorosamente, proviamo a mettergli in mano quattro soldi, che rifiuta: “Non ho fatto niente io, non mi dovete nulla”.

Santo subito.

E noi, finalmente, abbandoniamo Osh, direzione Song Kul, non sul furgone ma sulla Mercedes. Yippie, andrà tutto bene!

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(se qui una volta c’era un paese intorno, che fine abbia fatto è un mistero).

Fast forward di una decina d’ore: catastrofe.

La tragedia si abbatte impietosamente su di noi, curiosamente, pochi minuti dopo che l’autista della famigerata Mercedes ha provato senza successo a rinegoziare la tariffa del passaggio. Noi restiamo fermi sul prezzo concordato la mattina; lui rompe la coppa dell’olio.

Sono le cinque di pomeriggio, circa. Il sole è morbido e basso sull’orizzonte. L’ultimo villaggio l’abbiamo passato due ore fa, il prossimo non abbiamo idea di dove sia. Intorno c’è solo steppa kirghisa.

Un’altra singolare coincidenza vuole che l’incidente accada più o meno un centinaio di metri dopo aver superato il passo, nel punto più alto della catena di monti da attraversare: giusto quando la strada comincia a scendere. L’autista spegne il motore per non farlo fondere, ma sfruttando la pendenza si getta impavido giù per i tornanti, sfiorando ogni tanto velocità che per un’auto a motore spento sono francamente da suicidio.

A un certo punto, a costo di fare la figura dell’ignorante di meccanica quale sono, sussurro timidamente: “Non sapevo che i freni continuassero a funzionare bene e a lungo anche una volta spento il motore”.

Sembra che abbia gridato “il Re è nudo”. Improvvisamente tutti confermano di avere il mio stesso dubbio, e cominciamo a recitare freneticamente il rosario.

Ma poco oltre la strada torna piatta, e l’auto esaurisce lentamente ma inesorabilmente la propria spinta inerziale. Siamo fermi. Non vedo ancora gli avvoltoi, ma mi aspetto che arrivino da un momento all’altro.

“Che si fa?”, chiediamo all’autista.

Niente, risponde, in buona sostanza. Lui in effetti non fa niente. Sta lì. Quando a un certo punto passa un’altra auto, scambia due parole con l’altro autista che riparte senza che si sia concluso nulla.

“Ma non ci aiuta?”, domando incredulo.

“Sì”, dice l’autista, “ci aiuta. Quando arriva al villaggio dirà che ci vengano a prendere”.

Ma il villaggio è a due ore di qui almeno. Vuol dire che se tutto va bene, l’auto che è appena passata ci arriverà alle sette. E se qualcuno parte subito, sarà qui alle nove. Sarà già notte, senza una luce nel raggio di chilometri: soli, nel buio nero, in mezzo alla steppa kirghisa, per ore. E senza sapere se questo fantomatico aiuto arriverà o no.

Siamo troppo occidentali per accettare con rassegnazione zen una fine del genere. Decidiamo che se si deve morire, meglio andare incontro alla Triste Mietitrice a testa alta, guardandola dritta in faccia. Prendiamo i nostri zaini e lasciamo la Mercedes e il suo autista al loro destino; aspettali tu i rinforzi tra quattro o cinque ore, in piena notte. Noi cominciamo a camminare.

Siamo pazzi, ovviamente. Le persone che sono passate poco fa ci dicono che un qualche villaggio dovrebbe esistere, a qualche chilometro di distanza, ma non si sa bene quanti. Sta facendo quasi buio, e poi anche solo sei-otto chilometri, con questi zaini da venti chili sulle spalle, ci ammazzeranno.

Ma camminiamo, e cantiamo, un po’ come Claudio Bisio in Mediterraneo quando parte con una barchetta a remi per tornare dalla Grecia in Italia tutto solo e senza viveri.

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(tranquilli: l’auto è KO, manca un’ora al tramonto, non abbiamo acqua né cibo, gli zaini pesano 20 kg, ma il prossimo villaggio è appena dietro le montagne… quelle là in fondo in fondo…)

E’ un miraggio quella Ford Escort degli anni Settanta che arriva sferragliando verso di noi? Possibile?

Non è un miraggio: è un ubriacone kirghiso che si ferma di traverso, dieci metri di fronte a noi, e scende dall’auto. A gesti e mugugni ci fa capire che quei viandanti, quelli che abbiamo incrociato poco prima di abbandonare la nostra Mercedes in panne, non hanno aspettato di arrivare al prossimo villaggio in direzione di Osh, a due ore di distanza, per mandarci i soccorsi; ma hanno pensato bene di telefonare al paesello nella direzione opposta, fortunatamente molto più vicino, chiedendo che qualcuno venisse a recuperare questi poveracci appiedati nel mezzo del nulla.

E chi ha risposto all’appello? L’ubriacone con la vecchia Escort. Che ha disperatamente bisogno di spiccioli.

All’interno del catorcio arrugginito, i sedili sono coperti da vecchi plaid anneriti che mandano un puzzo incredibile, mentre le mosche si sollevano dal cruscotto e prendono a giare intorno alle nostre teste come le avessimo appena tolte dal culo di un maiale, ma almeno si va. Oddio, si va un po’ male, perché le sospensioni, i freni, lo sterzo, tutto nella vecchia Escort sembra essere andato un po’ a puttane; ma si va.

Arrivati al villaggio, col buio, non sappiamo cosa fare. Il pazzo della Escort dice quattro parole in kirghizo stretto delle quali mi sembra di afferrare, ecco, niente. Ma si ferma, davanti a una casa. Spunta una donna. Parliamo con lei, che mastica l’inglese. No, mi spiace, io ho una casa piccola e una famiglia grande, dice. Vi ospiterei, ma non ho davvero spazio.

Vrum, si riparte.

Ancora a rotta di collo, nel buio ormai, buio pesto, fino al paesello successivo, che per fortuna non è molto lontano. Ci fermiamo davanti a una casetta mezza isolata, tranne per un’altra abitazione più piccola sul lato opposto della strada. Da quest’ultima esce subito un gigante ancora più ubriaco del nostro autista, ci si attacca e non ci molla più. Noi ovviamente lo ignoriamo e andiamo decisi verso l’entrata della prima casa, quella di fronte al cui cancelletto l’Escort si è fermata.

Un uomo appare sulla soglia; se non lo si può definire sorridente, quanto meno ha l’aria assolutamente pacifica. Gli faccio segno di mangiare e dormire, lui annuisce, salutiamo il padrone della Escort (compensato per il disturbo) e lo seguiamo all’interno. Ma il panzone ubriaco dirimpettaio ci segue, intrufolandosi in questa casa che, per quanto ne sappiamo, non è la sua.

“Scusi”, cerco di dire al pacifico signore che ci ospiterà, “c’è un maniaco sovrappeso che ci sta seguendo in casa sua… no, non è per il sovrappeso, ci mancherebbe, è più per il lato maniacale… magari è il caso di mandarlo fuori…”

Ma il maniaco è di casa, qui. La gente lo ignora come se lo avesse tra i piedi ogni giorno. Forse è perfino un parente. Dio ti prego fai di no, fai che se ne vada. E la Provvidenza, che prima ci ha mandato incontro la Escort in mezzo al deserto e poi ci ha visto essere accolti da questo pacifico signore, ci viene incontro una terza volta: il panzone ubriaco se ne va.

Rimaniamo soli con il nostro salvatore per poco: appaiono da un angolo una moglie e tre bambini, tutti belli kirghisi come il padre/marito, con occhi a mandorla e zigomi alti. In un batter d’occhio, la famiglia si mette all’opera: smontano la camera da letto, sistemano i loro giacigli in corridoio e ci piazzano i nostri.

Inutilmente protestiamo, vogliamo dormire noi in corridoio, mica farli sloggiare dalla loro camera… niente da fare: l’ospite è sacro, la camera è sua. La moglie ci prepara una cena frugale a base di pane, nocciole, frutta e tè.

La sera proviamo a guardare la tv coi bambini, c’è un vecchio film con Nicholas Cage e Nicole Kidman che fanno due miliardari sequestrati da una banda di rapinatori. Il film è doppiato in russo e tutte le voci sono fatte dallo stesso doppiatore, che usa un tono neutro come se leggesse le estrazioni del Lotto, senza intonazione.

“Maledetta-canaglia-ti-ucciderò”, dice piatto e inespressivo. E prosegue, senza alcun cambio di intonazione: “No-non-mi-ucciderai-non-mi-avrai-mai”.

Mi chiedo se i kirghisi pensano che gli attori occidentali facciano tutti cacare. Magari credono che il doppiatore sia fedele all’interpretazione vocale originale. Ma le facce di Nicholas Cage mi danno conforto: come sempre è un carnevale di smorfie, bocche storte, occhi sgranati, espressioni deformate da una rabbia biblica. Lo capiranno anche loro che uno così non può parlare con quelle espressioni piatte.

Poi, finalmente, il sonno ci vince. Non rannicchiati in mezzo agli zaini nella steppa, a difenderci da lupi e avvoltoi, ma sui tappetini caldi di questa famiglia di gente pacifica che  ti lascia la propria stanza, ti prepara la cena e ti fa vedere Nicholas Cage che dà di matto in russo alla tv.

Non siamo arrivati a Song Kul; ma ci addormentiamo felici.

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