GALEOTTO FU IL PISELLO

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(“ehm, torre di controllo? dunque… cazz… non trovo il finger…”)

22 agosto 2013: giovedì.

Risiamo in una città: semafori, incroci, gabinetti: roba strana! ma non sgradevole, tutto sommato; anche se accuso un po’ la costrizione alle regole della civiltà dopo i nostri giorni selvaggi.

A colazione, nella nostra guesthouse ammodino, incontriamo un italiano molto simpatico con lo stomaco e il ventre in fase di auto-istigazione a delinquere dopo una serie di pasti tagiko-kirghisi andati male. Trattasi di tale Lorenzo, magro ma nerboruto scalatore trentino dallo sguardo limpido (sarà il vuoto dentro) e dai modi sinceri. Chiacchieriamo con lui tra un tè e una fetta di pane stantio; ogni tanto ci fissa con gli occhi che schizzano dalle orbite e non capiamo se è un intenso momento di comunione delle anime, o se sta stringendo forte lo sfintere. O le due cose insieme.

La giornata è da trascorrersi qui a Osh, mitica oasi della Via della Seta in Kirghizistan, ma come sempre non ci si può adagiare troppo: domani si riparte. La  prossima tappa, abbiamo deciso, sarà il fantomatico lago Song Kul, in pieno centro del paese, la zona più remota e difficile da raggiungere (naturalmente). Non tutte le auto ci arrivano, anzi ci vuole proprio una bella jeep come si deve. E una volta là, non c’è altro alloggio che le yurt dei nomadi, con le loro latrine scavate in mezzo al nulla.

Parlandone con l’instabile Lorenzo, lo scopriamo interessato al nostro progetto, anzi, entusiasta (per quanto possa provare entusiasmo uno del Trentino con la diarrea): abbiamo trovato un nuovo compagno di viaggio, con cui simpatizzare, socializzare e soprattutto dividere le spese dei taxi collettivi!

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(la crisi dell’immobiliare?)

Pronti a gettarci in pasto alla città, ci diamo appuntamento con Lorenzo alla sera, per riparlare insieme del tragitto, e facciamo rotta sul bazar.

Il bazar! E’ da Khorog in Tajikistan che non vediamo un bazar, e quello di Khorog era pure piccolo, un bazar per modo di dire; questo di Osh è uno dei più grossi e famosi dell’Asia centrale, più antico – dicono i bene informati – del mercato di Roma.

Come d’abitudine, compriamo meloni pesche pane pomodori eccetera senza sapere bene se, quando e soprattutto chi li mangerà. Pranziamo alla chai khana (la casa del tè) sul fiume, osservando beati i rifiuti che galleggiano moribondi. A un certo punto una signora osa dire che le dà fastidio il fumo della mia sigaretta, nell’esatto momento in cui la fumata bianca e densissima del vicino barbecue ci travolge e ci insaporisce per il resto dei nostri giorni. Se so di agnello arrosto è colpa del bazar di Osh.

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(la ressa dei saldi)

Bello ‘sto bazar, ma non possiamo restarci più a lungo: c’è ancora da trovare l’auto per domani, se vogliamo partire per Song Kul. Sono meno di quattrocento chilometri, pare, ma naturalmente con le strade kirghise non è detto che si riesca ad arrivarci in un solo giorno. Non essendo stagione turistica poi, rischiamo di non trovare – a parte il gastricamente tormentato Lorenzo – compagni di viaggio, il che avrebbe nefaste conseguenze per le nostre povere tasche.

Andiamo quindi alla sede del Community Based Tourism, l’ente che promuove il turismo sano e responsabile in Kirghizistan, dove prima ci fanno aspettare seduti sullo scalino un’ora e passa perché sono andati a mangiare e poi nessuno sembra minimamente in grado di aiutarci perché non siamo disposti a tirare fuori 350 dollari sull’unghia per viaggiare in modo sano e responsabile da Osh a Song Kul.

“Un’altra possibilità però ci sarebbe”, dice alla fine il giovane dall’altra parte della scrivania. “Stamattina sono passati due turisti che cercavano anche loro compagnia per il viaggio; vi lascio il loro contatto, stanno nell’hotel qui a fianco… provate a sentirli”.

Ci passa un foglietto. Lo prendiamo fra le mani, mettiamo a fuoco, sgraniamo gli occhi. Non è possibile! Testualmente: “Ciao, siamo due ragazzi belgi, simpatici ecc ecc, cerchiamo compagnia per viaggiare verso xyz, vorremmo partire domani: ci chiamiamo Julien e Julie, ecc ecc”.

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(ora twitto una cosa su questo tè che non sa di niente)

Speranzosi, ci precipitiamo da J&J, che con gran botta di fortuna troviamo in camera, immersi in una pausa di riflessione dopo i loro giretti in città. Facciamo brevemente il punto della situazione: chi vuole andare dove, a che ora, per quanti soldi. Ci mettiamo d’accordo facilmente; rinunceranno ad andare a funghi nel bosco tal de’ tali, allineandosi al nostro tragitto – che comunque, bosco a parte, coincide con il loro.

Con il fragile Lorenzo saremo quindi in cinque: numero perfetto, come già vedemmo nel Pamir con Ben, per dividere una bella jeep. Vittoria! Con J&J rimaniamo d’accordo per aggiornarci telefonicamente la sera sugli ultimi dettagli; io e la Babs abbiamo ancora il parco da visitare. Ci dicono le tenere colombine di Bruxelles che ne vale proprio la pena; fra le altre cose, questo parco è pieno di vecchi coi cappelli tradizionali che giocano a scacchi, proprio bellini da vedere.

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(come volevasi dimostrare, è pieno di vecchi coi cappelli tradizionali che giocano a scacchi)

Ma oltre ai simpatici anziani, concentratissimi, troviamo donne che giocano a ping pong e sfidano i turisti a soldi (fossi matto!), bambini impegnati in ogni sorta di gioco, ragazze che stonano al karaoke, aerei parcheggiati in mezzo al verde. Varia umanità.

Ci scappa anche un giro sulla ruota panoramica, per una questione più che altro di principio: voglio dimostrare la mia fede nell’ingegneria e nella manutenzione kirghise, per rispetto nei confronti del paese che ci ospita; che sarà mai se tutto è arrugginito e i ferri della ruota stridono paurosamente? E così si parte…

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(torre di controllo… ho trovato parcheggio)

… e si torna.

Finalmente è ora di cena; J&J confermano l’appuntamento per il mattino dopo alle 6 sotto la nostra guesthouse: ci verranno perfino a prendere, quanto sono carini. Noi dobbiamo solo rintracciare il visceralmente precario Lorenzo per confermargli i piani. Trovandolo nell’atrio della locanda, gli proponiamo di uscire insieme a cena per parlare e festeggiare il fatto che… tutto andrà bene! Yippie!

Non osando imporgli sensazioni culinarie forti, nel suo stato, lo portiamo a un posticino tranquillo dietro casa dove mangiare un’insalata, due patate, un po’ di pane. E queste sono esattamente le cose che ordiniamo.

Stiamo chiacchierando allegramente, noi con le nostre birre e lui con la sua Coca Cola intestino-friendly, quando, nel deglutire il terzo pisello del suo piatto, lo vediamo bloccarsi e impallidire.

“Non è niente, solo ancora un po’ di fastidio”, mormora con gli occhi strabuzzati e iniettati di sangue. Ora sta decisamente stringendo qualcosa, e non sono i pugni.

Il poveretto non tocca più cibo per un’ora. Noi finiamo i nostri piatti, ordiniamo altre birre, aspettiamo pazienti, calcoliamo nel silenzio discreto delle nostre teste il costo del taxi diviso per quattro anziché cinque. Finalmente il diversamente cagante Lorenzo azzarda un altro boccone di riso bianco al vapore. Diventa ancora più verde.

“Ragazzi io non mangio altro, forse anzi è meglio se torno verso casa”.

Inutile dire che (a) ci alziamo anche noi e lo accompagniamo, e (b) il passo si fa via via più rapido all’approssimarsi della guesthouse; l’inarrestabile progressione ci vede passare dal passo del passeggiatore a quello delle compere di Natale, poi Mary Poppins che pulisce dieci stanze in sette minuti, quindi i Bersaglieri, le 3000 Siepi, gli ottocento metri piani, finiamo con sprint e fotofinish, lui che grida “ciaooooo…..” entrando in camera praticamente dal buco della serratura senza rallentare.

Si vive così, pericolosamente.

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