I NOMADI

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(toh! una gomma a terra, che novità…)

21 agosto 2013: mercoledì.

Grazie a Nicole, la simpatica tedesca conosciuta la sera prima (come senz’altro ricorderete), ci viene risparmiata la mafrina dell’andare al bazar, litigare con gli autisti e negoziare un’auto per fare la scammellata da Mughab a Osh, con traversata del confine tagiko-kirghiso.

Il nostro nocchiero stavolta è un kirghiso ocularmente mandorlato, che parla un’altra lingua altrettanto incomprensibile, sorridente e simpatico fino a che non si tratterà (com’è ovvio) di contare i centesimi – a scanso di equivoci, questa “ovvietà” riguarda solo ed esclusivamente i tassinari, perché gli altri abitanti di questa incantevole regione, senza distinzione, sono stati di una generosità perfino imbarazzante nei nostri confronti.

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(toh! un’altro problema alla gomma… bizzarro!)

A Ben, nostro discreto compagno di zingarate nel Pamir, tocca invece sciropparsi la Battaglia del Bazar: il suo viaggio finisce qui, tornerà a Khorog e poi a Dushanbe tutto solo; niente più tazzone di yogurt, niente più umiliazioni calcistiche a cura dei bambini tagiki fra gli otto e i dodici anni, niente più nugoli di mosche che, al suo acquattarsi, sciamano fuori da buco della latrina giostrandogli allegramente intorno al viso e posandosi sulla punta del naso.

Per noi invece si avvicina il momento di entrare nel terzo e ultimo capitolo della Saga della Seta, quello dei nomadi kirghisi: terra di yurt, laghi d’alta quota e di falchi cacciatori. Con i fedeli J&J sempre al nostro fianco, l’utile Nicole e un (come sempre) grasso signore kirghiso che si piazza nel sedile di mezzo, puntiamo dritti in alto, verso le cime bianche che ci separano dall’oasi di Osh, che vanta un mercato – come ci ricorda ogni guida – più antico di quello di Roma.

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Superiamo dunque quest’ultimo passo tagiko, il più alto di tutti a 4655 metri, bello innevato come si deve, prima di scendere verso un grande pozzo blu, un lago meteoritico (nel senso di creato da una specie di asteroide, non di flatulente – immaginatevi!) dove inspiegabilmente giace abbandonato un passeggino.

Fortunatamente vuoto.

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(mamma & bebè non pervenuti)

Mi siedo a immaginare il meteorite che milioni di anni fa cade dal cielo, probabilmente grande come una palla da calcio al massimo, e crea questo lago così placido. È di quelli che hanno ucciso i dinosauri? Che animali c’erano qui allora? Il cielo si è oscurato per le ceneri dopo l’impatto?

Ripreso il cammino, i ciclisti che troviamo più avanti non hanno tempo per queste domande oziose su meteoriti e dinosauri; i poveretti arrancano e faticano, sbuffano e sgobbano nell’aria sottile, tra salite, sterrate e svariati punti in cui le ruote strette delle bici slittano nel fango.

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(la Coppa Cobram)

Ci fermiamo in un villaggio; con nostro infinito orrore, l’autista compra una capra. La vuole portare fino a Osh, ovvero a sei-sette ore di viaggio da qui, con un’aria pungente che diventa gelida quando si prende velocità con la macchina; e la povera capretta è legata sopra al tettuccio, in un portapacchi.

Barbara la battezza prontamente Serenella, prima che Julie, svelando di possedere anche lei un angolo di cinismo fino a quel momento insospettabile, osserva che sarebbe meglio non affezionarsi troppo all’infelice ovino: “Chiamiamola cosa”, dice.

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(reggiti forte, Cosa)

Varcare la frontiera è questa volta cosa molto più semplice; il Kirghizistan è il paese più aperto al turismo e più liberale della zona, non chiede nemmeno il visto.

Superato il confine, complice forse l’aria di casa che apre lo stomaco, per l’autista scatta il momento della pausa-pranzo. Ancora adesso, dopo quasi tre settimane di esperienza in fatto di tassisti asiatici, fatico ad accettare queste inutili soste che dilatano a dismisura i tempi di spostamento. Mi immagino la reazione di un manager milanese di fronte al suo tassista che in Corso di Porta Romana accosta la Toyota ibrida, mette le quattro frecce e dice: “Mi fermo un attimo al Panino Giusto, ho un improvviso languorino; non si preoccupi, ripartiamo al massimo fra un’ora”.

Noi e J&J questa volta decidiamo di non associarci al pranzo, facciamo conoscenza con un bambino kirghiso che parla un inglese sorprendentemente articolato e dichiara di voler studiare a Oxford, o almeno a Harvard. “Oppure mi dite un’altra ottima università, tra le migliori al mondo?”

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(per i cinesi, è questo il Far West)

La strada comincia a scendere e presto si fa addirittura asfaltata; arrivano i primi villaggi, poi altri, più grandi, più fitti.

L’arrivo a Osh prevede un paio di ore, le ultime due del viaggio, trascorse a schivare centinaia di mucche, asini e cavalli, che sarà anche più civile qui, ma è il paese dei nomadi per eccellenza, dopo i mongoli cioè, i kirghisi.

All’arrivo ci tocca la rituale lite di prammatica con l’autista che improvvisamente non è d’accordo col prezzo fissato, poi cerca di fregare col cambio, quindi dice che non avevamo capito, poi che c’è stata forte inflazione durante il pomeriggio.

Smazzata la pratica, ci piazziamo, a grande richiesta di Babsie, in una guesthouse a modo, con bagno e doccia (!); poi decidiamo, stavolta con mia calorosa partecipazione, di andare a farci una pizza e una birra. J&J, commossi, si aggregano.

A fine serata e a pancia piena ci salutiamo: il nostro viaggio insieme doveva durare lo spazio del Pamir tagiko e invece ci ha portato fino qui, in Kirghizistan. Addio, Giulietto e Giulietta: è il momento di separarsi.

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