VERSO LA CIVILITA’

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(t’amo, pio bove tagiko)

20 agosto 2013: martedì.

La pioggia, che ha continuato a cadere la notte, ci costringe a cambiare itinerario; la strada che s’inoltra nella vallata che volevamo esplorare è impraticabile, secondo Gulnazar. Per mezz’ora sono inconsolabile, buttato in un angolo della tenda a piangere disperato. Un angolo remoto di Pamir sfuggirà alle mie conquiste! Cosa penseranno di me Bruce Chatwin, Ella Maillart e il capitano Nemo?

Dietro le mie insistenze, e grazie alla mia tecnica di trattenere il fiato fino a diventare blu, si decide di fare comunque un pezzo della strada che si addentra in questa valle: giusto un pezzo, quel che basta per dare un’occhiatina. L’accordo, col pavido Gulnazar, è che quando la strada diventa troppo molle faremo inversione a U. Ovviamente il concetto di “troppo molle” non viene definito secondo criteri oggettivi di misurazione – errore tattico da parte mia.

Comunque ne valeva la pena: il paesaggio cambia ancora, ora i monti nudi spuntano da un fondo piatto, forse alluvionale, ma a queste altezze? Eppure la terra così piatta non esiste in natura. Mi inerpico velocemente su due o tre cucuzzoli per fare qualche foto da portare al capitano Nemo come testimonianza.

pamir macchina piccola

(la nostra macchina, in lontananza, a ore 13)

Puntualmente, Gulnazar comincia a fare facce orribili ogni volta che sente le ruote perdere leggermente trazione. Inutile spiegargli che io, autista della domenica, ho guidato in condizioni di strada peggiori: non ne vuole sapere. “E’ troppo molle”; “No, non lo è”; “Sì che lo è”; “No”; “Sì”; eccetera.

Insomma, la sensazione è che non abbia tanto voglia di darci (darmi) retta. Mi godo quel che posso del paesaggio, finché un dérapage più storto degli altri porta Gulnazar a imprecare, fare gesti di disperazione con le mani e gridare “finish, finish!”. Almeno il pantano ha avuto il merito di fargli tirare fuori la sua prima parola in inglese.

Lo costringiamo almeno a fare una pausa, spegnere il motore dieci minuti per farci raccogliere negli occhi ancora un po’ di questo mondo inspiegabile prima di lasciarlo. Ognuno prende una direzione diversa, anche io e la Babs ci separiamo; solo J&J non osano camminare a più di un metro l’uno dall’altra.

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(è molle, secondo lui)

Trovata la mia montagnetta da scalare, mi metto all’opera; in fondo sono tre giorni, dalla famosa ricerca di Carlo Marx, che non tento l’impresa. La cima non è tanto alta, ma il problema del poco ossigeno mi sembra anche più pesante del solito; la parete si fa, come direbbe Aldo, franabbile, e i miei piedi affondano nella ghiaia. Fatico come una bestia. Ma sono talmente incazzato per la rinuncia del pavido Gulnazar a portarci oltre, anche se probabilmente ha ragione lui, che solo arrivano in cima avrò sfogato in fatica fisica l’accumulo di energie nervose.

E ci arrivo; ma molto, molto più tardi di quanti stimassi. Ho lasciato l’auto, che vedo piccola come un granello si sabbia, un’ora fa. Vabbè, finché il granello non si muove vuol dire che mi aspettano. Da quassù si vede davvero lontano; non per niente ho scelto il picco più alto che sono riuscito a trovare.

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(il pianeta rosso)

Alla fine mi rassegno e comincio a scendere: scelta opportuna, perché proprio quando sono a cento metri dall’auto inizia a piovere. Mi butto dentro la jeep: mancano J&J. Mi sento sollevato dal senso di colpa, non sono io che ho tenuto gli altri ad aspettare. Poi mi spiace pensare a dove possano essere, in questa terra nuda senza un riparo, col freddo e la pioggia; ed eccoli spuntare, di corsa, con la macchina fotografica che fa prove di subacquea. Come sono romantici, mano nella mano sotto la pioggia. Ma quando vedono la macchina, Julien improvvisamente la molla e fa l’ultimo scatto per guadagnare quei preziosi tre secondi di asciutto.

Si riparte. Stavolta dobbiamo arrivare a Murghab.

Ora, dovete sapere che anche se Murghab è ancora in pieno Pamir (anzi: il passo più alto della Pamir Highway sarà addirittura oltre Murghab, quindi ci dobbiamo ancora arrivare), il tratto classico di questa mitica rotta è Khorog-Murghab; questa è la parte più remota, più selvaggia, più picaresca. Insomma, una volta arrivati a Murghab per me si sarà spenta una piccola luce. Ecco perché il pensiero mi rattrista un pochino; ecco perché ci tenevo tanto a prolungare questi giorni indimenticabili con l’esplorazione della vallata che ci è invece stata proibita dal fango.

Ho paura di trovare la civiltà a Murghab: gabinetti, turisti, gente che si aspetta che io faccia una doccia. Nell’arrivare, appena prima della città, entriamo in una valle con un tappeto verde sul fondo, in mezzo al quale serpeggia il fiume. Ecco, lo sapevo; terreno fertile, accogliente, come minimo ci saranno le coltivazioni industriali che riforniscono i pastifici Barilla.

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(da un momento all’altro spunterà il Mulino Bianco)

Ma mi sbaglio di grosso. Murghab infatti è solo una Alichur un po’ più grande. Troviamo una casa presso cui alloggiare la notte, una latrina che puzza come le altre, un mini ristorantino dove trangugiare un brodo pieno di grasso di pecora maleodorante, con dentro quattro tagiki completamente ubriachi: mi sento già più sollevato.

Nel pomeriggio, comunque, io e Ben decidiamo di fare i turisti e andiamo a visitare la piccola moschea in fondo al paese. Non ha l’aspetto di una moschea: sembra un cottage di montagna, anzi a dire il vero lo è; ci hanno solo costruito accanto un piccolo minareto.

Nell’arrivare, ci troviamo di fronte un bambino dall’aria più furba degli anni che ha, che ci fa cenno di aspettare. La moschea sembra deserta, tutto tace, ma il bambino saprà; e così ci sediamo su una roccia a lato e aspettiamo.

“Quanto ancora?”, dico a un certo punto, indicando l’orologio al polso.

Il bambino fa segno con la mano: ancora tre minuti, dice. Senza neanche guardare (o chiedermi) che ore sono. E puntualmente, tre minuti spaccati dopo, la porticina della moschea si apre e un vecchio ne esce, solo. Chiusa la porta, il vecchio si allontana lentamente.

“Ma è permesso entrare per noi?”, dico, senza sapere se il bambino capirà.

Lui fa un gesto verso il vecchio che si sta allontanando, come a dire: “lasciatelo perdere, è solo un babbione”. E quando il tizio è ormai a un centinaio di metri di distanza, il ragazzetto ci apre la porta e ci fa entrare. Lo seguiamo di stanza in stanza, lui indica le cose, prova a spiegare in russo, ma a noi basta aggirarci per le stanze, a piedi nudi sui tappeti, godendoci la pace e il silenzio, e i raggi obliqui e caldi del sole che tramonta.

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(sollievo! – la città di Murghab)

La sera devono succedere ancora due cose.

La prima è che decidiamo con J&J di proseguire insieme fino a Osh, in Kirghizistan, mentre Ben ci abbandona perché il suo itinerario prevede di tornare a Khorog; e cenando conosciamo anche una ragazza tedesca che guarda caso va a Osh pure lei, l’indomani, e ha già trovato un’auto al bazar che ci può portare tutti e cinque a un prezzo ragionevole.

È così che si viaggia! Botte di culo, organizzazione dell’ultimo secondo, incontri fortunati, perdi uno svizzero e trovi una tedesca. I love it.

La seconda cosa è che quando già stiamo per darci la buonanotte corale, nella nostra stanzetta, stesi sui tappeti come sempre, si apre la porta e si presenta sulla soglia un omone per nulla rassicurante con una tuta da ginnastica scura.

“Che fate, dove andate, li avete i visti?”, chiede con aria truce.

“Sì, sì, ma perché?”, faccio, io che ho la fortuna di trovarmi più vicino degli altri all’orco.

“KGB. Datemi i passaporti”.

No, aspetta, eccheccazzo, dai. Come sarebbe? Ora sappiate, cari lettori, che ovviamente il KGB in quanto tale non esiste più dopo la fine dell’Unione Sovietica; ma continua a esistere nelle sue incarnazioni nazionali (per esempio l’FSB in Russia). E in questa parte di mondo, voglio dire Tajikistan, Uzbekistan e compagnia, che non ha un profilo internazionale abbastanza alto per dare lustro alle varie sigle nazionali, la sigla KGB si usa, informalmente, ancora. Certo, non so se siano usi andare in giro in tuta da ginnastica, ma coi tagli al budget, non si sa mai.

Insomma: non è sicuro che quest’uomo non sia del KGB. E in ogni caso è abbastanza grosso da farsi una sciarpa con le mie budella. Devo guadagnare tempo.

“Ehm, scusi neh, ma se lei è dl KGB, possiede un documento di riconoscimento?”; sì, dico proprio così. E lo so benissimo che qui il documento di riconoscimento è un cazzotto dritto in bocca, ma faccio finta di credere che sia come nei film. Se non mi legge i miei diritti, non gli darò il passaporto. Anzi, non glielo darò punto e basta. Questo se li mangia tutti e cinque, i passaporti. O più semplicemente, farà mille storie, troverà qualcosa che non va, chiederà una lauta mancia per ridarceli.

“PASSPORT!”, ripete, un po’ più incazzato, e mi sembra che stia per cominciare ad arrotolarsi la manica.

Sto per invocare la telefonata all’avvocato, quando la voce della Babs alle mie spalle arriva e ci salva, probabilmente, dal gulag.

“Ce li ha il padrone di casa”, mente. “Li abbiamo dati a lui perché li custodisse”.

Che strano, parlava solo in russo ma ha capito benissimo. Ci fa segno di seguirlo, andiamo verso la stanza del padrone. Il quale, nell’aprire la porta, è come se sapesse già esattamente tutto quanto. Scuote il capo in senso affermativo, poi si avvia fuori casa con l’energumeno, spariscono insieme. Torna il padrone da solo.

Che gli abbia fatto due mosse di karaté? Che questo padrone, anziano ed esile, dall’aria bonaria, sia come Myiagi, il maestro di Karate Kid? Oppure ha convinto il mostro a scuoiare qualcun altro? O l’ha corrotto?

“Domattina è meglio che vi segni tutti nel registro degli ospiti, con nome e cognome”, si limita a dire.

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