ACCATTA O’ PESCE FRESCO

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(the long and winding road)

19 agosto 2013: lunedì.

Stanotte dormiremo nella yurt! La tenda dei pastori nomadi kirghisi del Pamir! Evviva! Ma un momento; andiamo per ordine.

E’ mattino presto e siamo a Bulun Kul. Fuori rischiara e puntualmente la nostra amabile padrona di casa ci sveglia per la colazione; ancora rintronati, usciamo goffamente da sotto le coperte stese sui tappeti per trovare, ordinatamente disposte nel tappetino-tavola, cinque scodellone di yogurt di yak. Oddio no, non si può continuare così. A me i latticini mi rendono pure allergico. Ma alla fine ci buttiamo dentro i soliti due cucchiai di zucchero e via.

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(Bulun Kul: il forno del villaggio – in sottofondo la musica dell’Almanacco del Giorno Dopo)

Oggi si continua sulla Pamir Highway, facendo tappa ad Alichur, altra cittadina in mezzo ai monti. Dobbiamo salutare l’allegra ciurma, le nostre squadre di pallavvelenata, calcetto, bocce e morra cinese e riprendere la strana lunga e tortuosa. Ci mancheranno questi bambini così innocenti, dagli sguardi limpidi e dall’aria indifesa.

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(il tipico sguardo indifeso di un bambino che scuoia una capra)

Alichur è leggermente più grande di Bulun Kul, le case sono più vicine, ma non c’è un’anima in giro. Sembra una città fantasma, e il contesto – steppa, montagne, vento che fischia, sole che brucia – contribuisce all’effetto.

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(l’ubiquo latte di yak)

Una breve passeggiata, un incontro con un pensionato di Parigi che sta girando il mondo da solo in moto (Oceania compresa) e poi ci dirigiamo verso l’attrazione principale del posto: il ristorante di pesce! Eh? Sì, proprio così! Il ristorante di pesce menzionato nelle guide, che i teneri J&J stanno evocando fin dall’alba come una specie di Eldorado, il Luogo Dove Si Mangia Roba Che Non Viene Dalle Pecore O Dagli Yak.

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(l’arbiter elegantiae di Alichur)

E l’Eldorado esiste! Va solo capito che non puoi aspettarti, in Pamir, quel che normalmente chiamiamo “ristorante di pesce”; è più che altro una baracca di ristoro per i camionisti cinesi che frigge piccole cose vagamente a forma di pesce, recuperate, ci dicono, nel lago vicino a Bulun Kul.

Il pranzo è comunque apprezzatissimo e votato all’unanimità, fosse anche solo per il cambiamento, migliore della settimana.

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(i contraccolpi della crisi dei mutui subprime si fanno sentire anche sull’industria delle costruzioni ad Alichur)

Ripresa la strada, poco più avanti arriviamo al posto in cui passare la notte: finalmente la yurt! E per di più nel mezzo del nulla! Non le yurt che abbiamo già visto a Bulun Kul e Alichur, di fianco alle case; questa è veramente sperduta in cima ai bricchi. Peccato che piova, improvvisamente: e stare sotto la pioggia sulle alture pelate del Pamir non è un’opzione. La yurt diventa improvvisamente la nostra piccola prigione, con la prospettiva di starci dentro tutto il pomeriggio e fino al giorno dopo.

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(home sweet home! – the nomad version)

Comunque ci accomodiamo, per il momento la novità di stare sui soliti tappeti ma sotto una tenda anziché dei mattoni è sufficiente a farci pensare che sia già abbastanza divertente così.

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I padroni di casa questa volta sono completamente diversi: kirghisi, hanno gli occhi a mandorla comme il faut. La signora ci accende la stufetta intra-tenda, piazzata proprio in mezzo in modo che il tubo di scarico del fumo esca da un foro sulla sommità della yurt; ci fa sedere, e ci chiede se vogliamo un tè. Perché no? Fuori piove, fa freddino, siamo qui nella nostra yurt con la stufetta, un tè ci sta proprio bene. Un minuto dopo la donna torna con i tè. E cinque scodellone piene rase di yogurt di yak.

Ci guardiamo agghiacciati.

“Ieri a pranzo, ieri a cena, stamattina e ora. Fanno quattro scodelle in ventiquattr’ore”, dico io.

“Ci tocca una scodella ogni sei ore”, conferma sconsolato Julien, con matematica precisione.

E io ho un attacco di risa irrefrenabile, con le lacrime agli occhi, rischio di soffocare mentre mi rotolo per terra, sul tappeto della yurt.

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(la padrona di casa ci prepara la cena)

La stufa nel frattempo ha generato un microclima tropicale nella tenda; probabilmente l’anidride carbonica prodotta nella combustione della cacca essiccata di yak che l’alimenta sta anche accumulandosi nella tenda, nonostante il tubo che dovrebbe buttarla fuori. Per cui decidiamo di uscire e fare due passi nella pioggia, ricompensati da un altro incontro con una mandria di yak, finché l’umido entra nelle ossa ed esce dall’altra parte e allora basta, è il momento di darsi alle carte, che J&J ovviamente hanno portato.

Cos’è un viaggio in Pamir senza una bella partita di trouduc! (letteralmente: ‘bucodelc’; non riesco a immaginare cosa voglia dire).

E anche questa giornata, con finale torrido-gelato a seconda che la stufa sia accesa o meno, l’abbiamo portata a casa.

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