CHIEDIMI SE SONO FELICE

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18 agosto 2013: domenica.

Oggi si lascia il Wakhan Corridor! Siamo un po’ tristi ad abbandonare quello che, indiscutibilmente, era e resta il tratto più remoto e fascinoso del viaggio. La cosa però è resa leggermente più desiderabile dal gruppo di italiani che viaggiano in gruppo organizzato con svariate jeep e guida e che ieri sera cantavano “Quel mazzolin di fiori” in una casetta a pochi metri dalla nostra, dimostrando una straordinaria mancanza di senso del “qui ed ora”.

Ma non mettiamoci più fretta del previsto: c’è ancora quasi mezza giornata lungo questo fiume e questo confine, prima di piegare verso l’interno del Pamir e del Tajikistan, superando un passo a 4343 metri. E il paesaggio è… prego accomodarsi in fila tutti i luoghi comuni della narrativa di viaggio senza fantasia… lunare, da fine del mondo, confini della Terra, eccetera. Insomma stupefacente, abbastanza da costringere i vostri cinque valorosi esploratori a continui cambi di posto nell’auto per poterne godere tutti in solidale fratellanza.

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(manca solo Darth Vader)

Addio Afghanistan che ci hai osservato da di là del fiume e benevolmente lasciato in vita, addio Hindu Kush! Ma non addio monti, che altri monti ci aspettano.

Le vallate si fanno più ampie, più larghe, la strada corre sempre sulle stesse altitudini ma non ci sono più, sulla nostra destra, i picchi da settemila metri. La neve si fa più rara – siamo comunque nella stagione calda, pure qui.

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(le caprette ti fanno “Ciao”… molto rapidamente, poi scappano per salvarsi la vita)

La nostra destinazione del giorno: Bulun Kul, paesino vagamente patagonico (quella desolata e male in arnese di Chatwin) più o meno nel centro geometrico del Pamir, in una spianata a tremila metri circondata da una corona di montagne e – come suggerisce il nome (kul vuol dire lago) ­– a pochi chilometri dal lago Yashi Kul, blu elettrico come un abito di Rod Stewart.

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(il singolare villaggio di Bulun Kul)

Bulun Kul sono poche, davvero poche case sparpagliate a una certa distanza l’una dall’altra, su una superficie piatta di terra compatta, due latrine consistenti in buchi per terra profondi circa tre metri e pudicamente protetti da cabine di legno, a un centinaio di metri di distanza dalle case: tutto il villaggio fa lì quel che deve fare; l’ultimo gabinetto che abbiamo visto era a Dushanbe una settimana fa.

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(le toilettes condivise; con l’intero villaggio)

È quasi divertente l’idea di svegliarsi di notte e vagare con la torcia sulla fronte, frustati dal vento tagliente dell’alta montagna, cercando quella cabina che nel buio assoluto e senza punti di riferimento è improvvisamente difficilissima da trovare; sempre per quel senso del remoto, dell’avventura, del lontano su cui l’ho tanto menata nelle puntate precedenti. L’entusiasmo è però alquanto smorzato nell’entrare nella latrina e immergersi nell’aroma stantio degli abissi del corpo umano: insomma acquattarsi poco sopra una montagna di merda equivalente alle cagate di una settimana dell’intera popolazione.

I produttori del liquame in questione, però, sono meravigliosi: agli abitanti di Bulun Kul vanno sicuramente la Palma, il Leone e l’Orso d’Oro fusi insieme in un nuovo meraviglioso trofeo, uno yak d’oro del Pamir.

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(home sweet home)

La padrona di casa, quella da cui dormiremo, ci prepara subito il pranzo, il cui piatto forte è una scodellona piena rasa di yogurt di yak: non una tazza, non una coppetta, proprio una scodella da minestra, colma di questo ricchissimo yogurt al naturale che sembra il concentrato di tutto il grasso della vallata; tutto, voglio dire, tranne quello riservato per il burro, che ho la malaugurata idea di mettere nel tè come suggerito dagli usi locali. Quel bicchierino non si sgrasserà mai più.

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(le coppette con la roba gialla dentro contengono burro di yak; le scodelle con lo yogurt non c’entravano nella foto, troppo grandi)

Abbandonato il tè al suo unto destino, quindi, mi ributto sullo yogurt che invece, con un po’ di zucchero, è buonissimo: fresco, saporito, denso, una simpatica bomba di settemila calorie che ti fa sentire pronto a correre dieci volte fino al K2 e ritorno, sempre che le coronarie non si chiudano prima.

Rimessi in sesto dal lauto pasto, si parte per l’esplorazione del lago; che, come promesso, si rivela una meraviglia blu in mezzo alla roccia ocra e marrone.

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Ben osa perfino fare il bagno, anche se la temperatura dell’acqua è quella di un lago alpino a marzo. Il suo gesto coraggioso però propizia gli Dei del Pamir, perché subito dopo siamo raggiunti sulle placide sponde da marmotte e yak come se piovessero.

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(i tibetani, suppongo, si esaltano quando vedono le mucche senza pelo)

Mesmerizzati, restiamo a guardare gli animali finché Gulnazar, fido autista, ci fa capire che è il momento di rientrare (perché, poi? Ma obbediamo).

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(o è uno yak che riposa, o è il fido Gulnazar che ci sorveglia)

Tornati in paese ci ritroviamo a sorpresa a partecipare ai giochi pomeridiani della teppaglia del luogo; le femmine, a occhio tra i dieci e i tredici anni, mi sequestrano per insegnarmi le trentasette varianti tagike della pallavolo.

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(parlate più piano! eh?? cosa…?? lascia perdere…)

I maschi, di poco più grandi (o è tutto lo yogurt di yak che hanno mangiato a farli sembrare tali) acchiappano Ben per una partita di calcio “a chi segna per primo”; tanti non ci sono le porte e a nessuno viene in mente di disegnarle per terra. Stanno ancora giocando sullo 0-0 all’imbrunire, con Ben, presunto calciatore semi-professionista, che arranca dietro ai ragazzotti che lo scartano in ciabatte.

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(te lo rispiego…)

“E’ l’altitudine”, si scusa Ben, dopo la magra performance; “qui c’è così poco ossigeno…”

Io sono quasi all’ultimo giro di palla prigioniera, quando arrivano i grandi. Noi stranieri e i bambini ci sediamo rispettosamente sul muretto a guardare, loro iniziano una partita di pallavolo vera, con la rete e tutto. E sono anche bravi, come si può immaginare: in fondo si allenano ogni giorno alla stessa ora da una quindicina d’anni.

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(tiro con l’arco)

Noi guardiamo.

“T’as trouvé ton bonheur”, mi dice la Babsie tirandosela leggermente in francese; ma è vero, l’espressione corretta è quella francofona; “hai trovato la tua felicità” non si usa allo stesso modo, in italiano. Comunque ha ragione.

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Mentre guardo i ragazzoni incapaci di giocare senza ridere, e i piccoli seduti ordinatamente con noi ad aspettare il giorno in cui toccherà a loro fare le partire serie, penso che questo è tutto il motivo per cui ho fatto svariate migliaia di chilometri e mi sono chiuso nelle latrine, assorbendo molecole puzzolenti, per una settimana.

Si cena presto, al calare del sole, anche se non abbiamo ancora fame; del resto, quando fa buio qui fa buio, non c’è più niente fare, non c’è una luce in giro, né persone. Entrando e sedendoci a gambe incrociate nella nostra stanza coperta di tappeti, troviamo ad aspettarci cinque scodellone di yogurt di yak; piene rase.

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