QUEL CHE RESTA DI MARX

tajikistan_map_iti1(la nostra rotta nel Pamir! si noti il braccio di Afghanistan, magro come il mio, che si allunga a separare il Tajikistan dal Pakistan)

17 agosto 2013: sabato.

Il Pamir è questo; bisogna che ce lo godiamo bene, perché il sabato del villaggio è finito, la vita è adesso. Per fortuna la cosa non è per niente difficile! Qui è tutto stupendo.

La notte dei guerrieri, dopo le terme nudiste e il primo assaggio di trekking d’alta quota, l’abbiamo trascorsa in un’abitazione tradizionale, ovvero una casetta tipo Hansel e Gretel dove troneggia una stanza centrale in cui gli ospiti – noi – mangiano, bivaccano e dormono, tutti insieme, appassionatamente.

La cena è stata dura: uno zuppone con talmente tanto grasso di pecora che sembrava di scivolarci sopra con le tonsille mentre lo si ingoiava, patate fritte che praticamente formavano un blocco unico marmoreo tanto erano saldate le une con le altre; e dolciumi, cioccolatini e caramelle, messi così in mezzo a mo’ di rinforzino.

Ma il padrone di casa era talmente simpatico e sorridente che avremmo mangiato anche un copertone d’auto se ce lo avesse dato. Anzi, pensandoci, forse era meglio se ci dava un copertone d’auto, ma vabbè.

La notte è stata perfetta. Non esistono letti nel Pamir, si dorme per terra, ma non proprio al suolo: la stanza principale è contornata da una pedana in legno rialzata per isolare dall’umidità. Il padrone ci ha sistemato materassini (un centimetro di spessore) e coperte, e noi ci siamo sentiti come i boy scout. Ci siamo detti buonanotte trentadue volte, non riuscivamo a smettere per l’eccitazione.

pamir talebi pum pum

(“Talebi, pum pum!” – uno dei rari punti di attraversamento del confine tagiko-afghano)

Oggi è un nuovo giorno e si scorrazza lentamente lungo la Wakhan Valley; oddio, lentamente perché abbiamo insistito con il nostro autista-Shrek (di cui nel frattempo abbiamo scoperto il nome: Gulnazar; forse è Gualtiero). Altrimenti, Gulnazar avrebbe ceduto all’abitudine di correre come un dannato, perché per lui prima si arriva meglio è. Per noi invece arrivare non ha nessuna importanza, è il tragitto che conta, quindi abbiamo dovuto intavolare una complicatissima discussione fra sordi (non parlando nessuno la lingua dell’altro), finché Ben ha avuto la brillante idea di indicare col ditino il tachimetro e dire: “Lancetta supera questo numero… NOOOO!!! brutto, brutto!!! Lancetta resta dietro questo numero… SIIIII!!! bello, bello!!!”

E Gulnazar ha capito, pur senza gradire.

wakhan deserto(Il Wakhan Corridor, dove deserto e montagna si fondono)

L’obiettivo della giornata è estremamente ambizioso, dichiariamolo subito: vogliamo spazzolarci il trekking mortale che sale, sale, sale, su fino alla dorsale dei monti sulla nostra sinistra (lato tagiko della Wakhan Valley) per arrivare a sbirciare al di là della cresta… dove si ergono, solitari e altissimi, i picchi Marx (6723 m) e Engels (6507 m).

Sì, lo so. E’ proprio così: si chiamano Marx e Engels. I tagiki non hanno ancora fatto in tempo a rinominarli, per ora vige il nome sovietico in tutta la sua spettacolare mancanza di fantasia (oddio, non è che Monte Bianco, Monte Rosa… vabbè). Sono la seconda e la terza cima più alta del Pamir tagiko: la prima, che si trova più avanti, si chiama Lenin (7134 m). Non sto scherzando. Tra l’altro, trovo interessantissimo come attraverso le altezze rispettive di questi monti ci si possa fare un’idea della gerarchia nel pantheon del comunismo. Lenin o Marx? Ora abbiamo la risposta. Che Engels fosse terzo non c’erano dubbi. Stalin è indifendibile e Trotsky è stato liquidato nell’infamia.

wakhan superverde(Il Wakhan Corridor, dove deserto e montagna si fond… ah no, qui è verde!)

In realtà, quanto a mix di altezze, fascino della storia, esotismo e attrazione fatale per il pericolo, non c’è Marx o Lenin che tenga il confronto con quel che ci sovrasta al di là del fiume: l’infinito Hindu Kush, la catena montuosa che separa lo stretto corridoio della Wakhan Valley dell’Afghanistan dal Pakistan che sta appena dietro (lo so, è un gran casino, tornate in alto e riguardate la cartina: il braccio di Afghanistan è così stretto che, oltre, si intravedono le cime più alte del Pakistan dietro. Il che significa che ho visto tre paesi esotici nello stesso colpo d’occhio: posso dire di non aver vissuto invano?).

wakhan hindu kush(Hindu Kush vuol dire “Sterminatore degli Hindu”; con queste premesse, è ovvio che le relazioni indo-pakistane non possono essere molto buone)

E quindi scorrazziamo, scorrazziamo… ehm, però non troviamo il punto di partenza del trekking. Gulnazar è perduto, non sa neanche lui cosa dire; e anche se lo dicesse, non capiremmo.

Chiediamo alla gente – ovvero Gulnazar chiede e noi ci fidiamo che stia chiedendo le cose giuste, ma chissà di che stanno parlando. Io sono fermamente convinto che lui dica ai passanti “vedete questi coglioni? li porto un po’ a spasso, faccio finta di cercare una cosa che gli interessa ma non ne ho nessuna voglia, quindi gli faccio fare un giro e poi gli dico che non l’abbiamo trovata. Dimmi qualcosa, fai finta di darmi indicazioni, tanto non capiscono”. Invece secondo la Babsie sta davvero cercando il percorso.

Avanti, indietro, facciamo inversione a U, forse era quel sentiero dieci chilometri fa, no è più avanti… il nervosismo serpeggia fra l’equipaggio, sono quattro ore di marcia in salita e poi bisogna tornare, non è che possiamo partire tardi, e qui si fa quasi mezzogiorno…

wakhan donkey

(scusi, da che parte inizia il sentiero per i picchi Marx e Engels?)

Quando qualcuno, meno motivato di me (che ormai perdo bava dalla bocca, sono praticamente idrofobo all’idea di mancare il sentiero), già avanza l’idea di rinunciare, ecco! Sulla strada, a sinistra, parte un sentierino… piccolo piccolo, fra due casine di roccia… chiediamo a un bambino: “Marx?” E lui: “No, no, Obama! America!” E noi: “No, pirla, Marx, la montagna!” E facciamo il gesto di scalare, di arrampicarci, indichiamo con la mano una cosa alta alta fino al cielo. E lui: “Ah, yes, yes, da, da!”

L’abbiamo trovato! La spedizione può partire, tranne la Babsie che è (letteralmente) piegata dal grasso di pecora che era sciolto nella zuppa di ieri sera e si rassegna quindi a trascorrere praticamente l’intera giornata con Gulnazar e qualunque perditempo passi per questa strada semi-deserta (più di quanti te ne potresti aspettare, scopriremo la sera ritrovandoci).

Ore dodici in punto. Ci mettiamo in marcia: io, J&J e Ben il formaggiaio svizzero.

Non sto a descrivervi quattro ore di salita; basti pensare a quanto può mancare l’aria quando stai sfacchinando all’altitudine quasi pari alla cima del Monte Bianco. In breve, poi, ci ritroviamo con le cosce graffiate dai rovi, i piedi fradici dentro gli scarponi da montagna perché siamo entrati nel torrente gelato fino alle ginocchia e alla fine anche le mani scorticate dalla specie di scalata dell’ultimo tratto, dove, per fare prima (credevamo!), abbiamo abbandonato il sentiero per salire dritti lungo la parete inclinata, coi sassi che ci schizzavano sotto i piedi e partivano come razzi in discesa, rischiando di accopparci gli uni con gli altri in questo modo.

Pamir Julien(Julien è rimasto indietro; se non sta attento, lo accoppo con uno dei sassi che mi partono da sotto i piedi)

Ma quando meno te lo aspetti… si apre qualcosa… è Marx? E’ Engels? Nooo…. è un cazzo di alpeggio! arghhh, credevamo di essere in cima… e invece siamo a metà. Ma, come in tutti questi pascoli di alta quota, l’occasione è buona per prendere fiato guardando i simpatici autoctoni sbrigare le faccende quotidiane.

MArx alpeggio3(gli autoctoni al lavoro)

Io, forte della mia grande motivazione e del minimo sovraccarico di adipe, nonostante l’allenamento inesistente e il cedimento, per questi giorni di vacanza, al tabacco da rollare, faccio da traino e tiro su il gruppo; Julie a un certo punto molla anche lei, accasciandosi letteralmente sul bordo del torrente tipo “lasciatemi morire qui”, e cominciamo a sembrare davvero la spedizione sfigata che perde i pezzi per strada, lungo la salita. L’aria, come direbbe Jon Krakauer, è sempre più sottile.

pamir karl marx

(è lui, signori: Carlo Marx, ovvero quel che ne resta dopo il crollo del comunismo)

Insomma alla fine ce l’abbiamo fatta, ecco. E siamo troppo felici. Spunta la cima, tutti e seimila settecento metri, di fronte a noi, e anche se è mezza avvolta nelle nuvole, la si vede proprio bene, c’è perfino un raggio di sole. E’ proprio fico, oh.

La guardiamo finché ci regge lo sguardo, poi ci giriamo dietro per riguardare la Wakhan Valley da cui siamo venuti e ci prende un colpo al cuore, perché questa vista, Marx ci perdoni, è ancora più bella. Forse, anche se le foto non rendono, è il panorama più bello che abbia mai visto.

marx panorama(quel che nemmeno la più bella foto potrà mai catturare è il senso del vuoto immenso che ti sta davanti. Ecco, l’ho detto, sono un fottuto poeta)

E’ il momento della gloria, della fratellanza universale. Julien, che a più riprese aveva fatto la faccia di quello che pensa “lo dico o non lo dico, che è meglio se lasciamo perdere e torniamo giù?”, è fuori di sé dalla gioia. Anche perché è sopravvissuto alle due o tre pietre che, schizzate dai miei scarponi, gli hanno fischiato a venti centimetri dalla fronte. Ben è più zen, scusate la rima, insomma si gode la pace della vetta.

Ma sono le quattro e mezza, ovvero ci abbiamo impiegato esattamente quattro ore e mezza, pausa alpeggio compresa, per salire, e alle sette fa buio. Minchia, ci diciamo con lo sguardo, sarà meglio tornare. Bisogna anche recuperare Julie, aggiunge Julien. Il solito buonista.

marx alpeggio tutti(sì, l’abbiamo recuperata Julie; e abbiamo fatto una sosta all’alpeggio anche in discesa, ma solo per una rapida foto di gruppo. Si noti come Julien si abbassa per non essere ingiustamente più alto di Julie; e come ci stringiamo tutti al centro pur avendo l’inquadratura un campo amplissimo: dimostrazione della sindrome presenzialista dei nostri tempi? ma divago, come sempre)

La discesa la facciamo davvero un po’ rotolando, o insomma non proprio rotolando ma arriviamo a valle con un chilo di terra in ogni scarpone. La Babsie e soprattutto Gulnazar tirano un sospiro di sollievo, lui è preoccupato/incazzato perché, dice, mettersi a cercare una casa per dormire alle otto di sera, col buio, è difficile. In effetti ci metteremo un pochino, ma ne troviamo una dove ci ospitano in una specie di dépendance in costruzione e ci offrono una cena squisita: hanno fatto una zuppa vegetale, niente grasso di pecora!

Ancora una volta, i nostri cinque eroi si stringono, per terra sui materassini gentilmente forniti dal padrone di casa, fianco a fianco tutti nella stessa stanza.

E’ il Pamir, bellezza!

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