OUR MAGICAL MYSTERY TOUR

pamir benzina

(prima di partire, si fa il pieno – solo benzina verde eco-friendly di altissima qualità)

16 agosto: giovedì.

Partiti! Finalmente tutto va bene per davvero. Almeno per il momento.

La spedizione, che ci vedrà per diversi giorni vivere di ossigeno rarefatto tra i 3500 e i 4600 metri, nutriti e alloggiati dalla bontà degli abitanti della regione (lubrificata da qualche dollaro), rinunciando ai dettami più basilari dell’igiene personale, è composta, nell’ordine, da: i vostri due poveri inviati, che già conoscete fin troppo; Ben, l’aitante svizzero poliglotta che millanta di giocare a calcio a livelli semiprofessionistici (si veda più avanti per lo smascheramento) e si appresta a una brillante carriera legale (già più credibile); J&J, la coppia di belgi: lui, Julien, un po’ fricchettone sognatore del tipo che raccoglie l’uccellino con l’ala spezzata e lo cura per sei mesi, incapace di concepire non dico un pensiero cinico, ma l’esistenza stessa del cinismo, e che comunque, con il suo spirito happy-go-lucky, nonostante sia visibilmente schiacciato dalla diarrea mostra sempre un sorriso entusiasta qualunque cosa gli si proponga, e se gli dicessi “e ora che stai male di pancia, mangiati questo pezzo di grasso di montone della settimana scorsa conservato nei calzini usati di mio nonno”, lui si metterebbe alacremente all’opera, dicendo “ma quanto è buona la cucina tradizionale tajika!”; e la sua Julie, perfetta compagna dagli occhioni sempre spalancati, per cui tutto “c’est dingue!”, che vuol dire, tradotto dal gergo al gergo, “che strippo!”, e se le dicessi “sai, in realtà io sono Superman, mi sto prendendo una vacanza dal salvataggio del mondo” risponderebbe “wow, davvero??? c’est dingue!

E naturalmente l’autista: che ha proprio il physique du rôle per interpretare Shrek nell’eventuale adattamento teatrale del noto film d’animazione, anche nell’incarnato verde-palude. Non parla una parola d’inglese e ha sempre l’espressione corrucciata, come se ogni respiro che fa comportasse un’azzardata scommessa potenzialmente mortale.

Wakhan aperta

(Il Wakhan Corridor: di qua tajiki, di là afghani)

La nostra prima destinazione è il Wakhan Corridor, ovvero la fantastica valle condivisa da Tajikistan e Afghanista, sul cui fondo scorre il fiume che separa i due paesi. La percorreremo per i prossimi due o tre giorni, cominciando da subito con la prima sosta a Ishkashim, ridente cittadina di confine, che il sabato è animata da un variopinto mercato in cui centinaia di venditori afghani sbarcano dall’altra sponda del fiume con le loro mercanzie. Ma noi non ci passiamo di sabato.

E così, pur restando moderatamente pittoresca, Ishkashim è morta come la zona San Siro a Milano la domenica (adiacenze stadio escluse). Inutile vagare per il bazar semideserto, meglio buttarsi in una specie di tavola calda dove facciamo colazione. Caffè per tutti, solo io e Ben osiamo provare i manti, ravioli centrasiatici ripieni di pecora stufata.

Lo so, lo so. Qui, tanto vale dirlo subito, abbiamo dovuto fare delle trasgressioni sul nostro regime animal-loving. Passate quattro settimane in Asia Centrale e capirete: non lo so spiegare altrimenti. Peraltro, nonostante le apparenze, i ravioli di pecora col burro fuso si rivelano un’ottima colazione, sicuramente sostanziosa e non eccessivamente pesante.

Wakhan Ishkashim

(se vi stavate chiedendo com’è Ishkashim…)

Facciamo anche shopping di provviste (soliti pane, frutta e noci) perché ci aspetta, nel pomeriggio, un lungo trekking. Abbiamo in programma di salire in (più) alta quota dormire in una yurt, la classica tenda dei pastori nomadi della regione, e in questa stagione i nomadi si trovano negli alpeggi oltre i quattromila metri, dove restano fino a che non ricomincerà a fare troppo freddo per le povere bestie e per l’erba stessa.

Quel che non sappiamo è che senza volerlo ci stiamo auto-boicottando: il nostro programma di trekking è incompatibile con la sosta a Ishkashim! Infatti, una volta arrivati al paese da cui dovrebbe partire il trekking, nel bussare alla porta del tizio che conosce la strada per salire fino alle yurt, veniamo a sapere che per arrivare prima del buio avremmo dovuto partire ore fa; ovvero, tirare dritto a Ishkashim invece di fare la nostra lunga sosta per i ravioli di pecora.

wakhan j&j

(eccoli! signore e signori, J&J! Se vi sembrano pensierosi, è perché stanno meditando su tutti i bimbi affamati del mondo)

Perché il nostro autista, che conosce la regione a menadito (o millanta di farlo: anche qui, avremo le nostre buone ragioni per dubitare), non ci ha detto niente? Perché non ci ha messo fretta? Perché non ci ha preso per il colletto (non parlando inglese) e sbattuto in macchina, ripartendo a spron battuto? A proposito, cosa cazzo è lo spron battuto? Anyway.

La ragione è: perché – e questa è un’altra lezione appresa – è completamente estraneo alla sua cultura il fatto di prendere iniziative, fare proposte o suggerimenti, mettere i poveri turisti in guardia dalle cazzate che stanno per fare. Se gli dicessimo “corri dritto fino all’orlo del burrone, e poi prosegui”, lui probabilmente lo farebbe. Saltando giù dall’auto all’ultimo magari, sempre con l’aria corrucciata.

Wakhan camion

(le moderne tecnologie producono mezzi altamente sofisticati e poco inquinanti)

Che fare, quindi? O aspettiamo qui tutto il pomeriggio, giocando a carte (tra l’altro minaccia di piovere) e partiamo per il trekking domattina, o proseguiamo sulla strada. Non avendo voglia di giocare a carte, riprendiamo il cammino: si dice che più avanti ci siano delle meravigliose sorgenti termali naturali dove è possibile fare il bagno in mezzo alle rocce, bollendo le stanche membra mentre fuori l’aria frizzantina del Pamir ti rinfresca le idee.

Andiamo, quindi.

Arrivati alle sorgenti, all’improvviso ci rendiamo conto di essere in un paese musulmano – non è facile ricordarselo, tanta è la disinvoltura nel vestire e nel comportamento della gente. Ma le belle sorgenti naturali nella roccia sono ingabbiate tra muri di cemento per separare la sezione maschile da quella femminile e impedire all’errabondo sguardo di posarsi su lembi di carne proibiti. A causa di questa rozza ingabbiatura di cemento, più che terme, da fuori sembrano quei casolari di campagna dove i serial killer tengono la sega elettrica, avete presente? Ma entrando, siamo avvolti da un rassicurante, densissimo vapore.

La nostra scarsa comprensione della cultura musulmana si dimostra nell’inutile dubbio sul mettere o meno i costumi da bagno. Mentre infatti parlamentiamo, io, Ben e Julien (immagino che Julie e la Babsie abbiano una discussione analoga nell’altro bunker vaporoso), i signori della zona (nessun turista: sono tutti locali) ci passano accanto ciondolando allegramente le pudenda. Andiamo nudi, quindi.

Solo che la piscina naturale, in cui siamo a mollo in quattordici (contati), è grande quanto uno sgabuzzino. Quindi bisogna restare veramente concentrati per non urtare, sott’acqua, qualcosa di tremendo. Capitemi. E io sono piazzato vicino a una fessura nella roccia, sopra il pelo dell’acqua, che si apre su una specie di mini-grotta dentro la quale bisogna infilarsi (a rischio di passarci il resto della vita) per aumentare la propria fertilità e le chances di figliare. Ora, come sapete bene, nei paesi di un certo tipo procreare è tutto nella vita: quindi c’è un traffico incessante di tajiki che mi passano accanto nudi, arrampicandosi attraverso la fessura nella roccia, per infilarsi nella grotta. E più di una volta, perdonate la franchezza, mi ritrovo uno scroto sconosciuto a una distanza dagli occhi inferiore a quella della punta del mio naso. Per fortuna che l’odore di zolfo è più forte di tutto.

wakhan fortezza silk road

(vestigia della Via della Seta: i resti di un’antica fortezza)

Una volta rammollite le membra e abbassata la pressione, decidiamo saggiamente di iniziare un piccolo trekking che parte a 3500 metri e arriva, un’ora dopo, a 4000.  Ma certo, cosa c’è di più logico? Chi avrebbe mai pensato di fare le due cose nell’ordine inverso?

Ma la passeggiata, pur provocando un torrente inarrestabile di bestemmie violente della Babsie, si rivela splendida.

pamir trek

(la Babsie si gode uno dei rari tratti pianeggianti del trek)

E quando arriviamo in cima, pur non trovando le yurt, troviamo un fantastico “villaggio estivo” dei pastori tajiki, ovvero una serie di casette di pietra in cui passano i mesi caldi per far pascolare le pecore nell’alpeggio. Bambini e donne, pochi uomini, ci vengono incontro, sorridenti.

Pamir amici tajiki

(i nostri nuovi amici tajiki)

Questi non parlano nessuna lingua diffusa al di fuori della valle, ma passiamo un’ora con loro a guardarci e sorridere, finché una donna dall’aria intraprendente entra in una casa e ne esce portandoci del pane fresco, appena cotto. Che, come vuole il galateo locale (è Julien a dircelo; chissà dove l’ha sentito), spezziamo e mangiamo sul posto, sotto i loro occhi, pieni di sincera gratitudine. Ovviamente non vogliono niente da noi, guai a parlare di soldi. Allora lasciamo qualche matita che avevamo comprato apposta per occasioni come queste prima di entrare in Pamir. Queste le accettano, perché la cartoleria più vicina è a una settimana di viaggio, giorno più giorno meno.

wakhan signora

(le apparenze ingannano! questa donna è dolcissima, ha solo passato troppo tempo a guardare controsole)

E noi torniamo giù, e pregustiamo la serata e la notte che passeremo in una casa della zona, con una famiglia del luogo che ancora non sappiamo quale sia, ma che troveremo senz’altro, perché qui (e questa è la ragione principale per venire così lontano) la gente ti vuole bene.

wakhan ragazze gossip(anche in Pamir, l’hobby preferito delle ragazze è il gossip)

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