LOST

escavatore2

(vuoi giocare anche tu con la ruspa?)

Pamir, 14 agosto 2013: mercoledì. Ore 13:00.

Rieccoci: risiamo al Prologo – vi ricordate? Bloccati sulla Pamir Highway da ieri pomeriggio. E per spiegare come è andata, faccio di nuovo un passo indietro, ma stavolta solo di un giorno e mezzo, fino a ieri mattina all’alba. Dunque. Allora.

Dushanbe, 13 agosto 2013: martedì. Ore 05:00.

Oggi è il gran giorno della partenza per il Pamir, yippie! Tutto andrà bene!

Ci siamo alzati che più presto non si può, perché la strada è molto lunga e i taxi collettivi sono pochi e partono sul fare del giorno, dicono.  Destinazione Khorog: è il capoluogo del Pamir, cittadina sonnacchiosa e un po’ fricchettona a causa della quantità di backpackers che la frequentano, nonché base da cui cominceremo la vera e propria esplorazione di queste cime tempestose. I chilometri che separano Dushanbe da Khorog in realtà non sono moltissimi: circa 600, seguendo la rotta che passa da sud (quella del nord è bloccata da frane). Fanno 3 ore con il Frecciarossa Milano-Roma, ma qui ce ne vogliono 16 con una jeep 4×4 lungo una strada sterrata che si inerpica tornante dopo tornante fino a 3500 metri, rigorosamente mono-corsia (ovvero: a ogni auto che si incrocia, ci si fa il segno della croce).

Un po’ stanchi quindi arriviamo alla piazzola di Dushanbe da cui partono queste famigerate jeep. Direi proprio, a occhio, che riusciremo a partire: non c’è ancora nessuno, è buio pesto e le auto sono tutte parcheggiate ordinatamente in fila. Siamo i primi.

Ore 6:00.

Dopo una modica attesa in un luogo solamente un soffio più squallido di Manhattan nel film “1997: Fuga da New York” (con un ottimo Kurt Russell), comincia ad arrivare gente. Ci individuano subito, i tassinari fai-da-te, ci si fanno sotto: “Khorog? Khorog?”. Partono le negoziazioni selvagge, anche se a sproposito. Scopriremo, più avanti, che tutti hanno pagato lo stesso e che questa tratta è talmente classica e rodata che i prezzi sono ormai fissi per tutti. Non sapendolo ancora, però, ci accapigliamo inutilmente per limare qualche dollaro qua e là, senza riuscirci. Interviene un ragazzo inglese, si presenta: James, va anche lui a Khorog, vogliamo dividere l’auto? Ammansito dal suo accento so very British, mi faccio più ragionevole. La Babs era già ragionevole da prima (lei lo è per definizione). Quindi finalmente abbiamo la macchina.

Ore 7:30.

Com’è che non siamo ancora partiti? Il sole splende alto, abbiamo fatto colazione con James nella tavola calda dell’autostazione (una rarità, fanno il caffè!), abbiamo voglia di mangiare la polvere del Pamir. Ma la jeep conta ben sette posti (più l’autista) e non partirà finché sono tutti venduti. Per il momento abbiamo trovato tre passeggeri dei quattro che mancano; due ragazzine appena adolescenti molto simpatiche e un signore tajiko di mezza età, panzone, con cui mi tocca litigare perché vuole fregare il posto che mi sono accaparrato, nella fila centrale a sinistra, e convincermi a stare nel posto in mezzo, che è quello degli sfigati, stretto coi piedi scomodi e senza poggiatesta. Ignorando ostinatamente l’imperativo morale che mi vedrebbe cedere il posto al signore più anziano e mal in sesto, difendo il mio diritto di primo arrivato con le unghie e alla fine, meschinamente, trionfo.

E mentre gusto il sapore della vittoria, le buone notizie piovono dal cielo: c’è anche l’ultimo passeggero, finalmente si parte! Yippie! Andrà tutto bene!

Pamir HGHW Afghanistan2

(così vicino, così lontano: l’Afghanistan)

Pamir, Ore 16:30

Talebi, pum pum!“, dice il vecchio tajiko che mi voleva rubare il posto, facendo il segno del fucile e accennando con gli occhi verso l’altra sponda del fiume che ci scorre a fianco. Sta indicando l’Afghanistan, che ci ha ipnotizzato: lo osserviamo da ore, adagiato anche lui lungo il fiume, anche se non c’è niente da vedere, solo roccia e montagna, è una regione disabitata. Anzi, in realtà a un certo punto un villaggio l’abbiamo visto; poche case, nessuno in giro. Sembra un posto tranquillissimo, immobile.

James intanto ci racconta che fa l’agente di viaggio e sta andando proprio là, in Afghanistan, che ci crediate o no: si prepara ad accogliere un gruppo di temerari inglesi che vogliono fare, con la sua preziosa guida, tre settimane di marcia a cavallo nel lato afghano del Wakhan, la grande valle chiusa fra i due paesi. Il Wakhan, sia tajiko che afghano, è sicuro, ci dice: non ci sono talebi da quelle parti, gli afghani del Wakhan sono etnicamente tajiki e come i tajiki sono seguaci dell’Aga Khan. Il loro leader, insomma, è un fighetto internazionale che preferisce il casino di Montecarlo alla moschea, non ha mica in testa la jihad.

Le due ragazzine, accoccolate sui sedili in fondo, non hanno mai smesso fin dalla partenza di comprare frutta e noci da ogni venditore che abbiamo incontrato e di dividerle con tutti, sorridenti. Siamo un pochino stanchi del tragitto tutto buche e frenate brusche, ma rapiti dalla bellezza davvero selvatica del paesaggio.

Finché una frenata più brusca delle altre ci sveglia dal torpore. L’auto si ferma. Guardiamo fuori: ce ne sono altre. Un gruppuscolo di jeep, tutte parcheggiate alla meno peggio, sul bordo della strada o anche in mezzo. Il perché, lo capiamo in fretta: non si passa, la strada è bloccata da uno smottamento. Ha piovuto di notte e la terra molle non ha retto.

Pamir HGHW fermi

(hai voluto la bicicletta?)

Si scende, un po’ smarriti. Questa, sia detto con un certo equilibrio e senza esagerare, è una tragedia immane. Non ci sono altre strade, l’ultimo villaggio l’abbiamo passato ore fa, il prossimo non esiste e tra un’ora e mezzo fa buio.

Ma la gente sembra tranquilla. Passeggiano, guardano, si grattano.

Il mio spirito europeo, inconsapevolmente pregno di millenni di tavole pitagoriche, olocausti, critiche della ragion pura, inquisizioni, partenze alla scoperta delle Indie Occidentali, scismi e cattedrali gotiche, d’un tratto si fa inquieto, impaziente. Non capisco questi asiatici, contenti di restare bloccati così e non fare una beata mazza. Chiamate il 113, cazzo! L’onda verde, Anicagis, i Vigili del Fuoco! Il Giudice Santi Licheri! Qualcuno faccia qualcosa!

Ma tutti non fanno niente. E si fa buio. E comincia a far freddo. Sai com’è, a 3500 metri.

Esaurite tutte le passeggiate possibili, ovvero fatti una decina di volte i cento metri dalla macchina alla frana e ritorno, ci chiudiamo un auto, io e la Babsie, che non abbiamo nemmeno i maglioni pesanti, chiusi come sono negli zainoni che sono impacchettati e legati saldamente sul portapacchi sopra la macchina. Passa il tempo, chiacchieriamo con James, finché a un certo punto il panzone tajiko entra in macchina anche lui, con un suo compare, e grida: “$&@%#!”, ovvero qualcosa in tajiko che non capisco.

Ma le sue intenzioni si fanno evidenti nel momento in cui tira fuori dal cappotto una bottiglia di vodka e un grosso tovagliolo avvolto, che srotola scoprendo pane e una specie di salamino. Fa gesti strani col dito dietro l’orecchio e James, che parla un po’ farsi e capisce il tajiko, spiega: “Vogliono che ci spacchiamo tutti di vodka”.

Ovviamente rifiutare sarebbe un vero affronto. E così, giro dopo giro, condividendo la stessa tazzina in cui beviamo la vodka in cinque, io limitandomi a sbocconcellare il pane rispettoso della vita degli animali tajiki quanto lo sono di quelli francesi, entriamo dolcemente nel mondo dei sogni.

Lo stesso punto del Pamir, 14 agosto 2013: mercoledì. Ore 5:00.

Ventiquattr’ore fa eravamo all’autostazione di Dushanbe a cercare una jeep per arrivare a Khorog. Ora siamo nella stessa jeep, indolenziti, dopo una notte passata sui sedili stretti con James, le due ragazzine e i signori tajiki, in un punto non meglio precisato del Pamir.

A svegliarci è una piccola ruspa che passa agilmente tra una jeep e l’altra e si getta impavida sulla frana, cominciando a spingere terra avanti e indietro. Il problema è, ricorderete, che questa ruspa potrebbe andare bene per fare i castelli di sabbia a Castiglione della Pescaia, ma per sbloccare una frana nel Pamir non serve a una mazza.

Passano le ore, rispunta il sole, e noi sempre qui. Parto con James a fare una camminata lungo la strada, passiamo accanto alle altre auto spiaggiate, si chiacchiera, si conoscono gli altri viaggiatori, pochi stranieri, quasi tutti tajiki che scorrazzano da una parte all’altra del paese, fatalisticamente accettando che i tempi di percorrenza siano del tutto imprevedibili.

Spesso qualcuno ci allunga una fetta di melone, di anguria, una manciata di mandorle, un pezzo di pane. Quando torniamo alla nostra jeep, poco più avanti è partito un torneo di pallavolo fra ragazzini. Veniamo invitati subito, io e James, e accettiamo perché qui c’è da far passare tanto tempo.

Pamir HGH James

(James in azione)

Ore 13:00

Ok, non ne possiamo più. Bisogna trovare una soluzione. La ruspa avrà tolto il 10% dei detriti.

Il bisogno aguzza l’ingegno, ed ecco che arriva il colpo di genio; come noi siamo bloccati da questa parte della frana, in direzione Khorog, dall’altro lato della frana ci deve essere una coda di jeep bloccate in direzione Dushanbe. La frana è attraversabile a piedi; quindi, basta che i passeggeri dai due lati passino dall’altra parte e si scambino le auto!

Partiamo in esplorazione, insieme a un manipolo di volonterosi, perché la curva impedisce di avere conferma della nostra teoria, non sia mai che ci siano una serie di frane anche più avanti e che le auto provenienti da Khorog siano bloccate a chissà quanti chilometri da qui.

Ma invece no, eccoli lì! E’ un universo parallelo del tutto simile al nostro, sono le nostre fotocopie speculari e simmetriche!

E allora vai, la soluzione è trovata: Einstein non per niente non è nato canguro, ma umano. Solo che gli autisti tajiki sono un po’ più Einstein di noi, e invece di accettare semplicemente di fare inversione a U e tornare da dove sono venuti con nuovi passeggeri, trovano il modo di spremerci ancora qualche dollaro; in fondo, dicono, noi non abbiamo nessuna fretta e questo blocco è chiaramente una causa di forza maggiore. Se volete cambiare i piani, beh, tocca pagare.

Resisti, resisti… e alla fine paghi. Ma tutto passa quando finalmente sei di nuovo in marcia, verso l’agognato cuore remoto del Pamir, col famoso vento fra i capelli – che peraltro non oscillano di un millimetro, essendo impregnati di polvere che ha calcificato unendosi all’unto naturale della cute, regalando così a tutti i capelli immobili di Big Jim.

La sera, col buio che cala, entriamo in Khorog. Siamo partiti il martedì alle 5 del mattino, siamo arrivati mercoledì alle 20, dopo una notte in macchina, un festino con vodka e pane stantio, una colazione rimediata a pezzi tra un’auto e l’altra, una partita a pallavolo sotto il sole e un’arrampicata attraverso la frana con gli zainoni in spalla.

La vita non è mai stata più bella.

 

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