L’ALTRO PRESIDENTE OPERAIO

Tajik casa bianca

(la Casa Bianca tajika è costata quanto quella americana; i budget della Sanità dei due paesi sono differenti, però)

12 agosto, lunedì

Nel corso degli anni, attraverso i miei viaggi fra i continenti poveri (ovvero quelli che iniziano per “A”: Africa, Asia e America Latina – nota per il futuro inventore di un nuovo continente: scegli un nome che non inizi per A! porta sfiga!), mi sono abituato ad associare i paesi in via di sviluppo a una serie di caratteristiche che di solito sfuggono agli economisti (i quali, sovente, i paesi del terzo mondo li vedono solo in televisione, e quindi si aggrappano a numeri e statistiche).

Le caratteristiche in questione sono: una polizia prepotente, arrogante, sempre impegnata a dimostrare il proprio strapotere e a taglieggiare il cittadino indifeso invece di esserne al servizio; un sistema di trasporti inadeguato o del tutto inesistente, che favorisce l’affermarsi di un racket dei tassisti quasi criminale; una predilezione del dollaro rispetto alla valuta nazionale; una curiosità morbosa per lo status coniugale e il numero dei figli delle coppie di turisti; un orripilante palazzo presidenziale che è costato più del budget annuale della Sanità pubblica.

Nelle capitali dell’Asia centrale, come posso constatare a Dushanbe e come confermerà Bishkek, si deve aggiungere a queste caratteristiche quella delle ruote delle auto che fischiano a tutti i semafori: succede, quando una guida caparbiamente tamarra si associa a gomme che hanno fatto duecentomila chilometri.

Tajik Somoni

(l’eroe nazionale Ismail Somoni, di cui si sente la mancanza)

La giornata doveva essere all’insegna del puro relax, essendo votata al cazzeggio a Dushanbe; ma fin dall’inizio, come potevamo aspettarci, anche qui le cose hanno preso la solita piega surreale che è il sugo di questo viaggio.

Siamo scesi a fare colazione nel nostro hotel soviet-chic in un salone che sembra quello del Titanic; compreso il fatto di essere stato abbandonato in fretta e furia all’improvviso causa affondamento. Sulla plasticona trasparente che protegge la tovaglia, infatti, osservo delle macchie di sugo coagulate – le stesse che trovo sulle posate che mi apprestavo a usare. Come se tutto fosse stato lasciato tale e quale dopo la cena della sera prima.

Mentre la cameriera parte a preparare i caffè, faccio un rapido blitz per trovare un tavolo che abbia l’aria a posto e fregargli le posate.

A colazione conosciamo il signor Rached, tunisino, che inizialmente scambio per un affarista di dubbia reputazione – sembrandomi poco credibile il suo presentarsi come turista: capirete, un uomo di mezza età solo nella città più brutta dell’Asia, vestito in giacca e cravatta. Quando ci scopre appassionati ai viaggi, ci propone di entrare nel Club dei Grandi Viaggiatori e ci chiede l’indirizzo per spedirci una copia della loro esclusiva rivista. Accettiamo, ma siamo poco convinti: forse casa nostra sarà usata dai corrieri della droga.

Invece, mannaggia alla malfidenza, una settimana circa dopo il ritorno (lo anticipo qui perché, come è ragionevole, questo diario finisce insieme al viaggio) troveremo nella cassetta della posta la preziosa rivista, con i complimenti del signor Rached. Che qui ringrazio! Visto che la lettera che gli ho scritto attraverso la redazione non sembra essergli arrivata. Forse ha subodorato la mia diffidenza e si è offeso; scusi!

Tajik prez

(un’altra caratteristica dei paesi in via di sviluppo è che il presidente è sulla copertina di un numero sì e uno no delle riviste popolari. Ehm. Uhm. Ok, lasciamo perdere)

Salutato il signor Rached, usciamo alla ricerca di un altro hotel, più sobrio, accogliente ed economico – e lo troviamo grazie al provvidenziale intervento di una donnona che ci ha visto dalla sua finestra mentre suonavamo disperatamente il campanello rotto di un edificio abbandonato dove una volta, probabilmente, c’era il B&B segnalato dalla guida; e che impietosendosi (o fiutando l’opportunità di prendere una commissione) è uscita e si è messa a fare telefonate a destra e a manca fino a trovarci una stanza.

Finalmente comincia il relax, ci diciamo. E in quel momento il bancomat mi mangia la carta di credito.

L’incredibile efficienza tajika però fa sì che la recuperi nel giro di tre ore, grazie a una visita alla sede centrale della colpevole banca (dove la giovane impiegata ci racconta dei suoi progetti di emigrare e andare a vivere a Dubai, non si sa bene con quali qualifiche). C’è anche il tempo per un pranzo a un pub irlandese.

Vabbene Dushanbe, ti abbiamo vista, fatto il tick, ripreso fiato dopo la lunga strada di ieri. Non ci mancherai troppo, ma ci hai intrattenuto a tuo modo.

Domani si parte per il Pamir. Da domani si fa sul serio.

Tajik presidente contadino(un presidente operaio… ehm, volevo dire ‘contadino’)

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