IL COLPO DI SCENA

Samarkand catwalk

(Samarcanda fashion)

9 agosto: venerdì.

Erano le sette di mattina!! Noooo!!! Abbiamo mancato l’appuntamento per l’esorcismo… ehm, cioè per il battesimo della sua sorellina, o nipotina! Peccato. Stamattina, sedendoci nel patio per fare colazione, abbiamo visto accorrere la padrona della guest house con aria preoccupata; gesticolava indicando l’orologio, parlava velocissimo in uzbeko e non è che afferrassi molto bene. Vabbene, mi son detto, sono già le 9 e forse qui sono abituati a servire la colazione presto, ma un po’ di tolleranza… e invece, dopo il solito quarto d’ora di linguaggio dei segni, abbiamo capito che ci stava rimproverando per conto di Moinor: la piccola indemoniata aveva telefonato un paio di volte alla guest house per chiedere dove fossero questi due italiani imbroglioni e bugiardi che le avevano promesso di essere con lei e la sua famiglia a pregare Allah al sorgere del sole e invece non si erano fatti vedere. E noi a credere, da bravi occidentali debosciati, che la preghiera fosse alle sette di sera.

Dopo qualche istante di silenzio, la Babsie confessa che verso le sei la padrona di casa era venuta a bussare alla nostra porta, dicendo di avere al telefono una bambina che chiedeva di noi.

“E non ti è venuto il sospetto che ci stesse chiamando, che era ora di andare?”, dico.

“Pensavo ci stesse ricordando dell’appuntamento di stasera”.

“Alle sei del mattino? Ti tira giù dal letto all’alba solo per dirti ‘ricordatevi di stasera’?”

“Almeno io mi sono alzata, quando la tipa ha bussato alla porta”.

Samarkand bimba

(questa non è Moinor; ma noi purtroppo non abbiamo conosciuto lei, abbiamo conosciuto Moinor)

Decidiamo che andremo a trovare Moinor per scusarci, a costo di rimediarci una maledizione in diretta. Ma non prima di aver fatto il nostro giro turistico del giorno, che prevede ovviamente il Registan con il suo trittico di madrase, normalmente super-fotogenico ma in questi giorni orribilmente circondato da maxi-pedane, tralicci per le luci e una platea di sedie di plastica. E’ per lo spettacolo di luci e danza di fine agosto, che noi quindi non faremo in tempo a vedere ma di cui dobbiamo subire l’ingombrante allestimento.

I poliziotti, prepotenti e corrottissimi ovunque la gloria sovietica abbia lasciato il suo stampo, ci proibiscono senza alcun motivo logico di usare almeno la pedana come rialzo per fare le foto, salvo poi precisare che, alla modica cifra di diecimila sum, beh, allora possiamo salire. Ovviamente mi rifiuto di corromperli per questioni di principio, ma quando a un certo punto una comitiva di italiani (e chi altri? sia benedetta la nostra genetica intolleranza alle regole) sale in massa sulla pedana, a mo’ di gregge, mi butto anch’io al volo nel mucchio: saltano tutte le marcature, è il rompete le righe, vale tutto! E comincio a fotografare a manetta prima che i poliziotti, imbestialiti, ci rimandino giù a colpi di fischietto.

Samarkand registan2

(si notino gli orribili tralicci con le luci)

Dopo una siesta al parco per spiare le coppiette uzbeke che pomiciano sulle panchine e dietro i cespugli, visitiamo finalmente il mausoleo di Tamerlano, perché, va detto ancora una volta e poi non ne parlo più, è veramente l’eroe di Samarcanda, con una personalità schizofrenica che lo rende estremamente affascinante. Da un lato, fu il sanguinario conquistatore che, tanto per dire, una volta conquistata Baghdad fece impilare novantamila teschi (tutti provenienti dalle teste dell’esercito sconfitto) a mo’ di avvertimento per quelli che pensassero ancora di resistergli; dall’altro, fu un amante delle arti e della scienza che dalla stessa Baghdad, da Damasco, da Delhi eccetera riportò con sé, dopo le campagne militari, i più grandi artisti, architetti, poeti, scienziati e intellettuali per la maggior gloria della sua Samarcanda, che vide così spuntare come funghi edifici bellissimi, e fu centro di arte e di studi per un centinaio di anni a seguire.

Inutilmente cerco di corrompere il custode del mausoleo perché mi porti nella cripta a vedere la vera tomba di Tamerlano (quella esposta è solo una riproduzione): il presidente l’ha vietato qualche anno fa, mi dice, e non si può trasgredire. Ma come, nel paese si corrompe tutto e tutti! Niente da fare.

Passiamo finalmente da Moinor ma non la troviamo in casa e quindi stiamo per rinunciare alla rappacificazione, ma è lei a presentarsi con la mamma alla nostra guest house un’ora dopo: ci portano a cena, ogni gaffe è dimenticata. Passiamo tutti insieme al bazar a fare la spesa; ogni cosa che io e la Babsie suggeriamo di comprare è un errore che ci fa meritare occhiatacce tipo “che idea del cazzo!”; in particolare, quando ipotizziamo di prendere l’insalata che le venditrici preparano sul momento, con verdure fresche e salse, Moinor e sua madre ci guardano come fossimo malati di mente. Quindi mettiamo la coda fra le gambe e le seguiamo mentre scelgono frutta e verdura che conoscono meglio di noi. L’unica cosa che riusciamo a pagare noi è il pane, che praticamente compriamo di nasconsto mentre sono distratte, perché se fosse per loro, non c’è verso che ci lascino tirare fuori un centesimo.

Samarkand bread

(prendete e mangiatene tutti: il pane di Samarcanda è diverso da quello che fanno nel resto dell’Uzbekistan)

Poi andiamo tutti insieme in una chai khana che francamente io e Babsie non avremmo mai trovato da soli, nascosta come è negli anfratti della città vecchia, in una zona di cui la nostra Lonely Planet non sospetta nemmeno l’esistenza.

Arrivati alla chai khana, la madre di Moinor ordina tè per tutti e spiega alla padrona che deve lavarci e prepararci la frutta e la verdura che abbiamo portato, tagliarci il pane e servirceli a tavola; e così sarà fatto.

La conversazione naturalmente è intensissima e non ha alcun senso. Ogni tanto, Moinor ritorna a essere posseduta dal demonio, soprattutto quando la Babsie osa non capire le cose che lei dice. Spesso pronuncia una parola russa incomprensibile e guardando la Babsie dritta negli occhi, imperiosamente, ordina: “Translate!” (l’unico inglese che parla). Panico. Che avrà detto? Cosa devo tradurre? Allora Moinor ricomincia a fare le scene, a stropicciarsi la faccia, ad agitarsi, a dire in uzbeko “ma dai, ma dementi che non siete altro, pezzi di scimmioni rincoglioniti, ma come fate a non capire Dio santo!!!”, ma insomma tutto va bene.

Smarkand courtin time

(so che non vedevate l’ora della foto delle coppiette uzbeke al parco, ma volevo lasciare un po’ di suspense)

Tornando alla guest house, però, ci aspetta l’amaro colpo di scena. I tre ospiti francesi che abbiamo conosciuto la mattina a colazione stanno ora bevendo il bicchiere della staffa nel patio; vedendoci arrivare, ci invitano a unirci a loro.

“Avete sentito della frontiera col Tajikistan, a Penjikent?”, dicono.

“No”, diciamo, e iniziano a tremarci le ginocchia solo al pensiero di cosa stiano per dirci. Oggi è il 9 agosto; il nostro piano è di entrare in Tajikistan due giorni dopo, l’11; la frontiera di Penjikent è la più comoda e diretta, a meno di sessanta chilometri da Samarcanda, raggiungibile velocemente ed economicamente con i minibus collettivi. Le alternative non le abbiamo neanche troppo prese in considerazione.

“E’ chiusa. Non si passa”.

Chiamiamo subito a raccolta i padroni della guest house per saperne di più da gente del posto. Quando arriva il simpatico signore uzbeko, prima di tutto ordino una vodka per prepararmi psicologicamente. Solo nel momento in cui arriva la vodka faccio la domanda. Merde, è proprio vero. Chiusa da mesi! Su internet non ne parlava… Butto la vodka giù d’un fiato.

Procedura d’emergenza: prendiamo la guida, la cartina, convochiamo di nuovo il padrone di casa per una consulenza in diretta. Cinque minuti dopo, c’è un piano B. Non è che fosse difficile; è solo lungo e dispendioso. Invece di un’ora ce ne vorranno otto, e costerà dieci volte tanto. Al posto del minibus collettivo, ci tocca cercare un’auto privata che faccia cinquecento chilometri di strada normale. Ma non è ancora il momento di struggerci; domani abbiamo l’ultima giornata a Samarcanda.

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