CORRI CAVALLO

Samarkand Gangs of Samarkand

(Gangs of Samarkand)

8 agosto, giovedì.

Benvenuti a Samarcanda: la città natale di Tamerlano è anche quella dei bambini più esibizionisti d’Asia. Non si accontentano di essere fotografati; vogliono venticinque scatti, tutti con pose diverse. Ovviamente è impossibile chiedergli di essere “naturali”: questi sono nati per il palcoscenico.

Abbiamo lasciato Bukhara un po’ a malincuore, ma fin dal giorno d’arrivo, nel rituale perdersi girovagando per i vicoli della città vecchia, siamo stati accolti a braccia aperte.

Nella fattispecie, da un’adolescente indemoniata (cfr. “L’Esorcista”). Moinor ci ha visto traccheggiare incerti a un crocevia e ha colto la palla al balzo per rapirci, con la scusa di entrare in casa sua e condividere tè e focacce – va detto che quella alle cipolle, appena sfornata dalla zia, francamente non ha nulla da invidiare alla Liguria. Zia e mamma di Moinor si aggiungono a noi e passiamo un’ora piacevole a parlare… non si sa di cosa, visto che loro non riescono a mettere insieme una parola d’inglese in tre e il mio russo, una volta appurato che stanno bene e che fa bel tempo, si arresta impotente. A un certo punto ognuno di noi cinque sta parlando contemporaneamente di un argomento diverso da quello degli altri. E’ bellissimo.

Samarkand Moinor

(la focaccia di cipolle è quella che appare più vicina al gomito destro di Moinor – non l’ho persa d’occhio un istante)

A un certo punto la madre di Moinor decide che abbiamo cazzeggiato abbastanza e comincia a fare segni strani: indica l’orologio, fa il numero 7 con le dita e intona “Allah-u-Akbar”. Pensiamo che voglia scacciarci perché è l’ora di pregare, ma sono solo le quattro. In più, se facciamo cenno di andarcene, Moinor impazzisce. Cerchiamo quindi di capire. La madre gesticola, la bambina è posseduta dal demonio. Ci guarda esasperata, si stropiccia la faccia, si strappa i capelli, emette grugniti e mugugni perché noi non capiamo. Parla veloce in uzbeko e russo, non la capisco ma sento che sta dicendo “ma poveri dementi minorati imbecilli, ma come fate a non capire porco cane, ma dai ma non è possibile porca miseria, ma cosa siete imbecilli del tutto?????”. Potete pensare che stia esagerando, ma vi giuro che non riesco nemmeno a rendere una pallida idea della trasfigurazione della ragazzina, che ormai emette i ruggiti di Satana.

Stiamo per cedere al panico e assumere la posizione fetale, quando m’illumino di immenso: ci stanno invitando! Ci vogliono di nuovo a casa loro, il giorno dopo alle 7, per pregare tutti insieme; sì, sì, è così! Ma perché mai??? Ci vuole ancora un quarto d’ora buono, ma a tentativi ed errori capiamo che ci deve essere una qualche occasione o ricorrenza da festeggiare con Allah, qualcosa legato a un bebè (il gesto del cullare è internazionale). L’equivalente islamico di un battesimo? Un baby shower? Non chiediamo troppo alle nostre povere menti.

Comunque, visto che ci invitano, perché no?, Certo, le 7 di solito è l’ora dell’aperitivo di birra uzbeka, ma questa, capite bene, è un’esperienza da non mancare. Se penso a tutte le volte che ho rifiutato di andare in chiesa con mia nonna mi sento un po’ in colpa, ma pazienza.

Il tè a casa di Moinor diventa d’imperio l’highlight della giornata, anche se la madrasa di Bibi Khanym, che andiamo a vedere dopo avere lasciato l’allegra famigliola, non è per niente male. Ma quello che ci fa innamorare è il mausoleo di Shah-i-Zinda, un sorta di meraviglioso boulevard di monumenti funebri – ciascuno, di fatto, un mausoleo coperto di azzurro, bianco e blu, che stanno a incanto sull’ocra dei mattoni. Un posto dove, con nostra grande sorpresa, le donne di Samarcanda, ovvero quelle più all’antica (le uniche che portano una specie di foulard in testa) vengono semplicemente a passeggiare. Come se le donne della Prenestina e del Testaccio il sabato andassero a fare le vasche lungo i Fori Imperiali. Beh, perché no? Piuttosto che lasciarli solo ai  turisti…

Samarkand mausoleum avenue

Bonus dei mausolei: entriamo gratis! Merito (involontario) mio. Convinto di avere trovato l’ingresso panoramico – giuro, in perfetta buona fede! –, trascino la Babsie attraverso un cancelletto sul versante opposto della collina, che ci porta a scalare un cimitero in pendenza, fra sterpaglie e cespugli spinosi. Dopo un’arrampicata moderatamente rischiosa siamo ai mausolei. E ci rendiamo conto che l’ingresso “vero” non avrebbe richiesto sfacchinate sulla collina, tra una lapide e l’altra, ma solo di lasciare un sostanzioso obolo in cassa.

Qui viene veramente voglia di restare a piacere, anche una volta visti tutti i mausolei e lette doverosamente le targhette che ti spiegano la rava e la fava del sultano ivi sepolto – e così facciamo, godendoci il tramonto dopo che la solita comitiva di italiani (ma che c’è, fra gli italiani e l’Uzbekistan?) è andata via.

Samarkand donne e mausolei

(le donne a spasso di cui sopra)

C’è ancora un incontro in programma, prima di archiviare la giornata.

La sera, mentre ammiriamo il Registan di Samarcanda illuminato per la notte, un giovane uzbeko, la cui timidissima moglie resta in disparte, attacca bottone con noi – o meglio, con Barbara, che sembra attirare il suo interesse molto più di me.

“Siete musulmani?”

Domanda lecita perché in Uzbekistan, come si diceva, portare il velo è cosa estremamente rara: abbiamo visto ragazze entrare in moschea con capo scoperto, gonne corte e scollature. La Babsie è la donna più coperta che si vede in giro in questo momento.

“No, cristiani”, diciamo, mentendo un po’ per non finire a discutere di Illuminismo e delle prove di Sant’Agostino.

“Ah, capisco. Lasciate allora che vi spieghi una cosa, molto semplice: Gesù non è il figlio di Dio, è solo un profeta. È molto importante che lo capiate. È scritto nel Corano. Tutto chiaro?”

“Certo. Ehm, per l’appunto però, i cristiani non seguono il dettato del Corano…”

“Ma dovreste”, insiste. “Sapete di Neil Armstrong? L’astronauta americano che andò sulla Luna? E’ noto che mentre camminava sulla luna sentì dei canti meravigliosi, che non aveva mai sentito prima, e ne rimase profondamente turbato. Per anni, tornato dalla Luna, continuò a chiedersi cosa avesse sentito lassù; poi un giorno, molto tempo dopo, in vacanza in Egitto, risentì quello stesso canto e chiese immediatamente alle persone del posto di cosa si trattasse: gli dissero che era il muezzin che chiamava i musulmani alla preghiera, e lui immediatamente si convertì”.

Confesso di avere dato un’occhiata su internet al ritorno a confermo che la leggenda metropolitana è effettivamente in circolazione.

Alla fine, per liberarci di questo tenace predicatore siamo costretti a promettere che “rifletteremo sulle sue parole”, rimettendo in discussione lo status di Gesù nella teologia universale. Improvvisamente sembra soddisfatto e ci lascia andare. Meglio così, perché è buio, è tardi e ritrovare la guest house nei vicoli labirintici del centro storico non sarà facile. E se ci perdiamo di nuovo, in piena notte, l’invito per un tè mi pare molto improbabile.

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