TURISTI

Bukhara registan

7 agosto, mercoledì

Altro che Khiva! Bukhara is the place to be.

Per due giorni ho praticamente obbligato la Babsie a un tour de force impressionante per ripassare dagli stessi luoghi in almeno cinque momenti diversi della giornata, terrorizzato dall’idea che mi sfuggisse l’effetto di anche una sola fra tutte le possibili inclinazioni dei raggi del sole sugli strabilianti palazzi.

In realtà ce la siamo presa con calma perché la città è piccola e soprattutto è di quelle che invitano a rilassarsi e guardarsi intorno, e poi è piena di chai khana (“case da tè”, che a parte servire tè verde a catinelle, sono posti dove stravaccarsi per ore sui divanetti, fra cuscini e tappeti, guardando la vita che scorre). La annovero subito nella serie dei miei posti “speciali” – città che culturalmente, storicamente, paesaggisticamente e linguisticamente non hanno niente in comune, ma che condividono con Bukhara quel senso di benessere, di oasi dove interrompere un viaggio, lasciare la guida in camera e passeggiare; quelle dove hai l’impressione che passare le ore seduti su una panchina sia il modo migliore di vederle, di conoscerle a fondo: Cuzco, San Crìstobal de las Casas, Salvador, Antigua Guatemala, Marrakech, Sarajevo eccetera.

Bukhara cupola

(non ricordo se questa luce l’ho trovata al quarto o al quinto passaggio)

Sia come sia, mettiamo comunque i doverosi “tick”: il Registan, pezzo forte di qualunque città antica dell’Asia centrale (piazza centrale contornata di moschee). Il minareto di Kalon, così imponente che perfino Gengis Khan, quando si presentò per radere gentilmente al suolo la regione e i suoi abitanti nel XIII secolo, si commosse e decise di lasciarlo in piedi (è sopravvissuto perfino ai sanguinosi restauri dei sovietici). La madrasa di Mir-i-Arab, che in teoria è off limits (è aperta solo agli studenti musulmani), ma con un po’ di discrezione riusciamo a infiltrarci – e approfittando dell’assenza di gente corro a socchiudere una porta chiusa per sbirciare la tomba del mitico studioso che la fece costruire nel ‘500. La Babsie come sempre fa mille facce e mi guarda come se fossi un cane da compagnia che ha appena fatto la cacca sul tappeto, però poi alla fine vuol sbirciare anche lei. L’Arca (il palazzo del Khan), che comprende disgraziatamente un agghiacciante museo di storia naturale – consistente in due piccioni impagliati male. La casa del ricco mercante ebreo da manuale, che ha svenduto la città ai Bolscevichi ma è poi finito nel tritacarne di Stalin. Mausolei, piazze con la fontana scrosciante e tutto quel che ci hanno lasciato Tamerlano il conquistatore e suo nipote Ulugbek, che invece si diede alla vita intellettuale, alle arti e alle scienze.

Bukhara ghosts

(a Bukhara abbiamo visto pure i fantasmi)

E fra una cosa e l’altra ci infiliamo spuntini a base di frutta e verdura comprate al bazar, birrette sulla terrazza con vista al tramonto, l’acquisto del magnete da frigo per il medico condotto del paese dei miei e il semplice piacere di guardare un pullman di italiani abbordato come un mercantile dalle navi pirata delle venditrici di tessuti, con il prezzo di una tovaglia che passa da cento a quindici euro in venti minuti e poi risale a centocinquanta quando sbarca il prossimo pullman. Ci scappa anche un hammam, dove il massaggio è approssimativo ma la curiosità degli uzbeki sul calcio europeo è senza eguali; peccato che non so più neanche chi sia il portiere dell’Inter.

Bukhara capovolte

(l’antico mestiere del saltimbanco)

Non abbiamo osato ripresentarci a casa di Nafisia, sicuri che ci saremmo praticamente auto-invitati. Ma gli incontri di questo viaggio non sono ancora finiti. Domani si va a Samarcanda, un nome che da solo mi ha “venduto” il viaggio. E finalmente proveremo l’ebbrezza del treno.

 

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