L’INVITO

Khiva bazar3

5 agosto 2013: lunedì.

Oggi si lascia Khiva per andare Bukhara, l’ex città santa dell’islam in Asia Centrale. Ma ci spiace un po’ partire, anche se siamo solo all’inizio del viaggio. Ieri abbiamo passato una giornata stupenda, iniziata subito bene con una mattinata al bazar – che come sempre è il posto più divertente e ideale per parlare con la gente. E poi, trovandosi al di fuori delle mura, è completamente e criminalmente ignorato dai turisti: non ne abbiamo letteralmente incrociato uno.

Khiva jeans bazar

(non ho visto se erano Diesel o AJ)

Io ero in overdose di goduria: avrei comprato qualunque minchiata. Ma è la Babsie, con il senso pratico della donna e l’istinto primordiale dello shopping, che è passata all’azione. Io mi lamentavo vedendola prendere un sacco di roba e non negoziare abbastanza; frignavo che non avremmo mai potuto mangiare tutto quel che accumulava, finché lei mi ha zittito dicendo: “lo regaleremo”. Ma in fin dei conti la roba non costava niente. Frutta, noci di ogni genere, specie di succhi venduti sfusi (ci piace abituare i nostri anticorpi fin da subito al nuovo regime): la nostra missione era provare tutto. Sembrava di essere più in Medio Oriente che nell’ex Unione Sovietica ma quelle due parole di russo che ho imparato, per quanto miseramente pronunciate, si sono rivelate fondamentali per concludere gli acquisti.

Khiva donne

(in Uzbekistan il problema di portare a casa le “casse” d’acqua è anche più serio: le confezioni sono da otto)

A pranzo abbiamo diviso parte del bottino con una signora belga di mezza età, in giro per l’Asia da sola da undici mesi (no comment). Tragicamente, non avevamo ancora capito che i noccioli di albicocca, uno degli acquisti più bizzarri che avevamo fatto, vanno aperti per mangiare i semi che si trovano all’interno (assomigliano vagamente alle mandorle); noi quindi ci siamo limitati a succhiare questi benedetti noccioli, come tre perfetti coglioni, costatando che non erano niente di che. Chissà quali gengive malate li avevano succhiati prima di noi.

La seconda e ultima sera a Khiva l’abbiamo trascorsa a guardare il tramonto dalla torre del palazzo dell’antico khan. I colori… l’ocra della terra con cui sono fatte le mura, l’azzurro della maiolica delle moschee, con la luce calda della sera… vabbè, non li sto nemmeno a descrivere.

kHIVA SUNSET

(si fa prima che a descriverlo)

Oggi quindi si riprende la strada, ma i trasporti pubblici in questi paraggi, con poche eccezioni, non esistono. È il paradosso della via della Seta: una rotta sempre più “virtuale”.

Di fatto qui in Uzbekistan ci va ancora bene, abbiamo addirittura due alternative: 1. un bus praticamente fatto di lattine riciclate che potrebbe metterci dieci ore o non arrivare mai; 2. il taxi collettivo, che costa leggermente più di una rapina a mano armata.

Il taxi collettivo non è affatto un taxi, ma semplicemente un disoccupato ingegnoso che possiede quattro ruote e un motore. Funziona come nel resto dell’Asia: vai al bazar e compri un posto su un’auto privata che va dove t’interessa andare. Quando l’auto è piena, parte. Ovviamente il prezzo del posto va contrattato. Ma noi abbiamo un’arma vincente: siamo pronti a fare il viaggio della speranza in bus pur di non farci spremere (troppo). E alla fine sta quasi per andare a finire così, ma il tassista finalmente cede e ci viene a cercare quando abbiamo già preso posto sul bus: accetta il prezzo che avevamo stabilito basandoci sulle nostre sfinenti indagini di mercato. L’autista del bus invece non è contento di riaprirci il bagagliaio e vederci sfilare via con gli zaini.

La strada è un po’ monotona, perché il deserto del Kyzilkum non è dei più pittoreschi. Per dare pepe all’avventura, l’autista mi chiede di fotografarlo mentre corre a 140 km/h, senza togliere il piede dall’acceleratore: per fortuna che nel deserto non c’è traffico.

Bukhara taxi

(è così che succedono gli incidenti)

Cinque ore dopo, siamo a Bukhara.

Il primo pomeriggio lo passiamo come da prassi a zonzo, a caso, senza un piano prestabilito, tranne sedersi spesso a un tavolino per bere un tè.

La prima sera a Bukhara abbiamo il primo vero assaggio di che gente straordinaria siano gli uzbeki. Succede che a forza di andare a zonzo ci perdiamo nelle stradine del centro storico, una specie di Disco-labirinto dove spuntano, di là da muri invalicabili, le punte di minareti irraggiungibili.

Bukhara ciclista

(vado a zonzo…)

A un certo punto una voce femminile ci chiama. “Ciao! Volete salire sul mio terrazzo? C’è una vista bellissima per fare le foto”. Ci voltiamo a vedere una ragazza che fa capolino dalla porta di casa sorridente e ci fa segno di seguirla all’interno. Avrà vent’anni.

Nel volgere di un millisecondo passo in rassegna tutte le possibili forme d’inculata che potrebbero aspettarci; poi mi dico saggiamente che se rifiutiamo questi incontri, tanto vale prenotare l’ombrellone a Igea Marina. La Babsie sembra essere tacitamente d’accordo e quindi, ottimisti, accettiamo l’offerta del terrazzo con vista.

Bukhara terrazzo Nafisia

(c’è gente che dal terrazzo ha una vista del genere)

Effettivamente la vista è splendida, e mentre io scatto una media di quattro foto al secondo, Nafisia si presenta, ci racconta di essere stata in Europa a studiare un anno, ci parla in inglese e spagnolo. A prima vista, distrattamente, pensavo che fossimo in un quartiere popolare se non povero, visti i muri cadenti, le buche, i monticelli di terra e l’aria generalmente in disgrazia delle strade; ma nel sentire che la famiglia di Nafisia può permettersi di mandarla a studiare all’estero faccio più attenzione all’interno di casa sua, butto l’occhio nei cortili vicini e mi rendo conto che in effetti queste sono le case di gente semplice ma benestante. Sono grandi, spaziose, disposte su più livelli, con una corte centrale spoglia ma comoda per riunire tutta la famiglia. “Volete un tè?”, dice Nafisia; no grazie, non vorremmo disturbare, sei già stata gentile… ma lei ha già chiesto a sua madre di servircelo e ci fa accomodare sul divanetto nella corte centrale. Un minuto dopo arrivano il tè con cioccolatini e baklava, i dolci tradizionali che l’antico Turkestan condivide con la Turchia attuale; naturalmente fatti in casa. Ci mettiamo a parlare di cucina.

“Non avete mai assaggiato il plov?”, dice Nafisia. Il plov è il piatto forte della cucina russa e quindi sovietica e quindi centrasiatica. “Pensa! Mia madre l’ha preparato per la cena di stasera, è il piatto preferito di mio fratello che è appena tornato a casa per le ferie: vive in Russia… dovete fermarvi e provarlo!”

Bukhara Nafisia

(Nafisia, la Babsie e il plov)

Non serve a niente protestare che non vogliamo intrometterci in una cena di famiglia, per di più in un’occasione speciale: in pochi secondi, appaiono tutti i familiari di Nafisia che ci supplicano di restare a cena e provare il plov della mamma. Così sia! E meno male: per i 24 giorni seguenti non mangeremo più così bene.

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Una risposta a L’INVITO

  1. Chiara ha detto:

    Bello bello! Cosa darei per andarci! I miei ricordi di Bukhara risalgono a 25 anni fa, viaggio da Mosca tutto compreso inclusa guida KGB a costo $10 per 5 giorni. Hai ragione il bazar e’ splendido e ho comprato un sacco di stoffe che giacciono ancora intonse in un baule a casa di mia madre. Il plot però lo mangio spesso xche’ la mia migliore amica e’ uzbeka e ti informo che qui a Kilburn ha appena aperto un ristorante uzbeko fuori dal quale è parcheggiata una macchina con targa UZB 1

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