DAY 1

map_Uzbekistan

3 agosto 2013: sabato.

Fanno solo venti minuti che siamo fermi, ma bastano e avanzano: siamo chiusi in un’auto con uno sconosciuto, alle due di notte, in un vicolo di periferia di una città completamente sconosciuta, in un paese in cui siamo atterrati meno di due ore fa per la prima volta in vita nostra, della cui lingua non capiamo una sillaba. Se lo sconosciuto, per giunta leggermente più massiccio di me (di circa venticinque-trenta chili soltanto), ci dicesse “datemi duecento dollari o v’inchiappetto” – o, più realisticamente: “datemi duecento dollari o vi lascio qui” – cosa potremmo fare? Ma non siamo masochisti: tutto ha una spiegazione, anche il nostro essere finiti qui.

Il fatto è che essendo atterrati a mezzanotte passata a Tashkent, misteriosa capitale dell’Uzbekistan, e avendo il volo interno per Urganch/Khiva già domattina alle 7, sono riuscito a turlupinare la Babsie, spacciando per un colpo di genio la banale idea di passare la notte in aeroporto. Questo piano ci regala molto tempo da trascorrere (di notte, nel mezzo del nulla) e qualche piccolo inghippo pratico, come il fatto di doverci spostare dal terminal internazionale a quello dei voli nazionali (a qualche chilometro di distanza), e di dover recuperare un po’ di valuta locale nel frattempo. Il fatto è che bisogna evitare bancomat e uffici di cambio, perché in Uzbekistan il cambio nero è molto più conveniente. Ecco che quindi, dopo un’assidua negoziazione – che comunque ti lascia sempre con la sensazione che avresti potuto fare meglio – siamo andati con questo tassista abusivo alla sua macchina, per cambiare con lui i soldi ed farci portare al terminal nazionale. Ma una volta partiti salta fuori che i soldi non li ha con sé, dobbiamo andare a cercarli da un suo amico. Alle due di notte? chiedo. Sì, alle due di notte, dice. Tranquilli, aggiunge, Tashkent è una città sicura e di notte sono tutti in giro, qui si vive ventiquattr’ore al giorno. Ma io in giro non vedo neanche cani randagi, figuriamoci la gente che vive ventiquattr’ore al giorno. La Babsie, stoica, mantiene la calma.

Comunque la fiducia è ripagata: non subito, perché al primo stop (in un vicolo nero, dove la strada è tutta buche e le case intorno fatiscenti) aspettiamo inutilmente venti minuti in macchina mentre il socio del tassista, materializzatosi al momento di lasciare l’aeroporto, citofona senza tregua a tutta la palazzina diroccata di fronte. Ma al secondo tentativo, in una strada dall’aria quasi passabile, qualcuno risponde. E, incredibilmente, scende da casa con l’esatto ammontare di sum uzbeki concordato. Sembra un deal per dieci chili di eroina. Invece abbiamo cambiato cento dollari in “sum”. È l’Uzbekistan, baby.

Khiva cupole

(città delle cento cupole)

Dieci ore e un volo interno dopo siamo a Khiva. Sono in debito con la Babs per la notte che le ho fatto passare, quindi non posso contestare la sua scelta di piazzarci all’Orient Star, un hotel superfichissimo ricavato da una ex madrasa dell’epoca di Tamerlano (XIV secolo) dall’architettura semplicemente meravigliosa, ma deplorabilmente infestato da un paio di gruppi organizzati. Comunque ne vale la pena. La nostra camera è un ex celletta (ristrutturata e climatizzata) degli studenti che studiavano qui il Corano settecento anni fa.

Khiva hotel

(sì, questo è l’hotel)

Siamo stanchi morti ma Khiva ci è apparsa così bella fin dall’arrivo che ci buttiamo subito a esplorarla a caso. Sarà anche un po’ una città-museo, come dicono le guide e gli altri viaggiatori, ma è un museo francamente strabiliante: è come essere… fuori dal tempo – come cantava Morgan dei Bluvertigo. E così le stradine per cui ti aggiri, restauro più, restauro meno, sono quelle che furono il centro della tratta degli schiavi per tutta l’Asia centrale in un’altra epoca.

Città-museo, quindi, ma stupenda. Mi piace l’inizio.

Khiva Babsie

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