I DIARI DELLA SETA (PROLOGO)

Verso Khorog

14 agosto 2013: mercoledì.

Fanno venti ore che siamo fermi: il motore l’abbiamo spento esattamente alle cinque di ieri pomeriggio. Ovviamente la frana doveva capitare in un tratto di Pamir Highway completamente deserto, sterrato e sperduto a tremila metri d’altitudine, senza una casa per chissà ancora quante decine di chilometri. Siamo seduti sotto il sole a fissare i mulinelli di un corso d’acqua che diventerà un fiume importante ma che qui ancora romba e schiuma come un torrente di montagna; sull’altra sponda, a una trentina di metri dal nostro bivacco forzato, l’Afghanistan sembra ancora più deserto.

L’umore generale dei vari viaggiatori-naufraghi, che si accumulano progressivamente in questo stesso punto con l’arrivare delle jeep una dietro l’altra, comincia a perdere colpi: sarà la notte trascorsa in auto (nel nostro caso, in otto). Sarà il gelo dell’alba seguito dal sole che ora brucia la pelle e ci costringe a cercare l’ombra dietro i cassoni dei camion cinesi, bloccati anche loro come noi. Sarà che perdiamo la fiducia in questa ruspa-giocattolo che arranca inutilmente dalle sei di stamattina.

escavatore3

(scava che ti passa)

Eppure, che vi devo dire: io sento una strana eccitazione. Non penso di essere (del tutto) scemo: non mi diverto a subire questi incidenti. Ma sono gli incidenti che, quando capitano, hanno almeno un pregio: ti confermano che stai vivendo, nel tuo piccolo, un viaggio. Autentico, nella sua semplicità. E inutile spiegare: o questa cosa ti dà un friccicorino, o non te lo dà. Una persona di fronte a una partita di calcio vede ventidue cretini in mutande, un’altra ci vede un romanzo eroico, ed è inutile che i due cerchino di spiegarsi: è così e basta. Idem per questo prurito dell’anima che mi spinge a rifiutare il calippo sotto l’ombrellone per condividere i sedili didietro di una jeep, per tutta la notte, con un gruppo di tajiki ubriachi che russa e manda strani odori, gasato nonostante tutto dal pensiero che Marco Polo è passato esattamente su questa stessa strada.

afghanistan

(chissà se quando è passato Marco Polo questo villaggio afghano sull’altra sponda del fiume c’era già)

Qui poi tutti sembrano darti lezioni spontanee di filosofia: mentre noi stranieri ieri sera abbiamo vissuto il nostro momento di sgomento nel renderci conto che la situazione non si sarebbe sbloccata prima di notte, i tajiki imperturbabili hanno detto: “succede”. E prontamente hanno tirato fuori bottiglie di vodka da chissà dove e ci hanno coinvolto nei brindisi alla sfiga. James, l’inglese che viaggiava con noi diretto in Afghanistan, che è pratico di queste zone, mi ha dato un corso-lampo di galateo dell’ubriachezza in Asia Centrale.

E quando al sorgere del sole, pur annebbiati dai fumi dell’alcol, ci è apparso chiaro che la ruspa da poco arrivata non era buona a nulla, i più giovani senza perdersi d’animo hanno iniziato a giocare a pallavolo e a condividere frutta, noci, pane e acqua con chiunque – come noi – fosse stato meno previdente di loro. Insomma ci divertiamo come possiamo e speriamo in un miracolo.

pallavolo

(Italia/UK vs. Tajikistan: l’Europa si fa onore)

Ora però faccio una pausa, anzi, riavvolgo il nastro, perché se questo resta forse il momento che meglio definisce (nel bene e nel male) lo spirito di questo viaggio, tutto in realtà inizia – uh, sorpresa! – molto prima, in un altro paese, con un’altra situazione surreale. Fatemi ricominciare.

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