IL CASTING

Un racconto! Nell’attesa di capire come questo blog possa sopravvivere al ritorno in Europa, glaciale nel clima ma tiepida negli spunti di straniamento quotidiano che sembra offrire rispetto ad Haiti, ecco un racconto.

E non uno qualunque: ebbi l’onore di pubblicarlo (!) in una… (rullo di tamburi)… rivista letteraria (!!!) di Parma – i cui lettori probabilmente siamo io e il direttore. Ma senza ulteriori indugi, signore e signori, ecco a voi…

IL CASTING

Già il fatto di chiamarlo così non mi è piaciuto per niente. Cosa vuol dire poi, casting? Termine che evoca immagini inquietanti, roba forte; tipo cosce che vibrano, seni che guizzano e chiappe che ti balzano addosso come felini affamati nell’arido bush del Kalahari. Immagino veline e alfacretine, ex compagne di scuola (media inferiore) danzanti su pattini a rotelle negli studi low cost di qualche periferica emittente televisiva.

Oddio: quanto alla periferia, ci siamo. Gli studi di questa tv locale milanese, quelli in cui mi hanno invitato a presentarmi per il (devo proprio dirlo di nuovo?) casting, sono decisamente periferici. Per un urban cowboy come me, uno che si sente prudere dappertutto appena attraversa la cerchia dei Bastioni, uno che si avventurerebbe oltre la circonvallazione solo per fuggire l’olocausto nucleare, arrivare fin laggiù è stato un po’ come unirsi alla carovana del sale dei Touareg attraverso il Sahara, da Bamako fino al lago Ciad, in fila sulla cresta delle dune con milioni di cammelli.

Mi sono quindi sistemato sul lurido trenino alla stazione di Porta Garibaldi – il passante ferroviario, esperienza esotica ed inquietante! – come se prendessi posto in una cabina letto dell’Orient Express, chiedendomi cosa avrei trovato all’altro capo della ferrovia. Se tutto ciò suona ridicolo, vi prego di capirmi: non ero mai stato in Bovisa.

Quindi: passi per la periferia, quella ci sta. Ma tutto il resto, buon Dio, non c’entra niente con me. E che diamine. Sono un giornalista, per di più specializzato in Esteri e Cultura: guerre dimenticate e romanzi di anziani intellettuali israeliani. Non c’è niente di più importante, di meno frivolo. Cosa c’entro io con un’adolescente coatta che pratica la fellatio con un produttore televisivo allo scopo di essere rinchiusa per sei mesi in un appartamento dove oziare, svaccare e copulare con altri coatti, senz’altra ragion d’essere che quella di essere spiata giorno e notte da tele-maniaci che rubano ossigeno prezioso a rappresentanti ben più degni del genere umano?

Dicevamo di me: taccuino finto-Moleskine (avete presente quanto costano quelli veri, l’anima de ‘li mortacci di Chatwin?) sempre nella tasca interna della giacca, una biro anonima (molto più intellettuale di una vistosa stilografica Mont Blanc) nel taschino della camicia, una vita (sognata) a schivare pallottole a Mogadiscio con le scarpe impolverate e le suole consumate, in cerca delle ultime notizie dal fronte, tutto pane e colpi di Stato, dreaming il premio Pulizer.

Morale:

1. quando ho sentito che la tv locale in questione cercava giornalisti per il nuovo tg nazionale (nazionale!), ho mandato il curriculum senza esitare. Chi ha detto che la strada della Cnn non possa cominciare alla Bovisa?

2. quando poi è squillato il telefono e mi hanno informato che il direttore trova il mio curriculum «interessante», ho pensato: bene, molto bene.

3. quando infine mi hanno convocato nei loro studi per «un casting», mi sono detto: what the fuck?!?

Ma la job description era chiara: niente nudo, né stacchi danzanti tra tele-conduttori falliti. Parlava di un telegiornale. Nazionale. Di figure professionali da inserire nella redazione. E quindi ho risposto: «Ma certo, grazie, vengo volentieri».

Eccomi, dunque. Gli studi si annidano in una sorta di slum padano, una stradina in cui non è difficile immaginare Pauli (vi ricordate il cognato di Rocky Balboa?) che cerca un debitore per rompergli il muso. Sto quasi pensando di voltarmi e tentare la fuga, ma la segretaria di produzione è più veloce dei miei neurotrasmettitori (facile): «Buongiorno, è qui per il casting?».

L’istinto dice «no». Ma sospiro malinconicamente, e (con lo sguardo che aveva Hemingway pochi istanti prima del suicidio) rispondo: «Sì».

Si presenta: Marika. Non più freschissima ma sempre avvenente, poche tette ma ben rinforzate, mèches ancora crepitanti, pelle così unta e bruciacchiata che mancano solo aglio e pomodoro per fare la bruschetta. La sua storia: Miss Sagra del Riso Carnaroli di Sant’Angelo Lodigiano nel 1991, dopo il prestigioso riconoscimento arriva qualche serata come ospite d’onore nei dancing della Lomellina, quindi un paio di comparsate nella pubblicità del vibro-cosce snellente, infine l’incontro con un produttore specializzato in emittenti locali, un po’ ingrigito ma sempre arrapato, che segna l’inizio di una carriera televisiva mediocre ma solida. Questa storia a dire il vero non me la racconta lei, ma a occhio e croce, se non è andata esattamente così, non deve essere andata molto diversamente.

Mi fa sistemare in una saletta d’attesa: tre poltrone sfondate e polverose. E se non fosse da qui, in questo spazio angusto tra il ferramenta e i mobili del mercatone, che parte la strada per la Cnn?

Poi, sarà un quarto d’ora che aspetto, arriva l’Assessore alle Espulsioni. Proprio lui: quello del Partito della Fratellanza Celtico-Valtellinese. Ex politico di scarso peso (salvo in senso fisico) di cui si ricorda giusto una proposta di legge per usare gli immigrati menomati nei crash test delle automobili, nel curriculum – scritto in bergamasco stretto – vanta un contatto tangenziale con la scena nazionale, quel tanto che basta per permettergli di dire agli amici in osteria: «a Roma hanno quattro mattoni vecchi del menga, noi a Orio al Serio abbiamo costruito un centro commerciale di livello mondiale». Attualmente incombe come una mina vagante su qualunque programma televisivo nel quale sia permesso usare le parole culattoniterroni.

L’Assessore arriva con la solita grinta, tuona coi passi lunghi nel corridoio finché l’enorme massa riempie il vano della porta; saluta tutti, si capisce subito che è di casa: fa l’ospite praticamente in tutti i programmi di questa tivù. Allunga il braccio per dare la mano al regista, le maniche della combinazione giacca pied de poul / camicia scozzese si ritirano fino a scoprire quasi il gomito. Rifila una pacca sulla spalla all’addetto al montaggio, una sul culo a Marika.

In quel momento una ragazza dall’aria spaurita e con troppa terra in viso esce dal camerino barcollando sui tacchi. È chiaro che l’Assessore non l’ha mai vista: la punta annusando come un setter, inumidendosi le labbra con un rapido guizzo della lingua che mi ricorda Jabba the Hutt. L’Assessore viene prontamente ragguagliato: è appena arrivata, fa da spalla al conduttore del programma che registreranno nello studio numero tre. Lei è talmente emozionata all’idea di debuttare sul piccolo (ma proprio piccolissimo) schermo che in mattinata le è scappata la mano con la depilazione delle sopracciglia e ora assomiglia a Bob Geldof in The Wall. L’Assessore si avvicina alla preda depilata, i radi capelli gli si drizzano come spilli sulla parte posteriore del cranio, le pieghe del grasso sulla nuca appaiono moltiplicate per tre. Le mette le mani sulle spalle e le alita in faccia la colazione dell’altro ieri (i pasti seguenti sono ancora in coda, nei dintorni delle tonsille): «Mi sembri agitata, amore mio. Rilassati».

La poveretta sorride come un talebano a Guantánamo mentre gli spiegano il waterboarding; lui, per metterla definitivamente a suo agio, le dà gli ultimi ritocchi al look, lasciandole le impronte digitali nell’incavo fra i seni e nella parte alta del perineo. Poi la molla e con due balzi entra nello studio numero uno, piazzandosi sulla poltrona del conduttore – il quale è costretto a sistemarsi in equilibrio precario su un arredo di scena a forma di tricheco padano.

«Non male la fighetta eh?», ride l’Assessore grattandosi il testicolo sinistro, preludio a un’esplorazione ben più approfondita e soddisfacente che porterà avanti durante tutta la registrazione.

La porta dello studio si chiude. Quella della sala di produzione invece resta aperta, così riesco a seguire il programma attraverso gli schermi di servizio. Non vedo bene l’Assessore, ma la sua voce arriva chiara: «… la soluzione è semplice, la castrazione chimica va fatta preventivamente, insieme alle normali procedure d’ingresso, quando si prendono le impronte e si pianta il chip del cranio dell’immigrato, senza aspettare l’eventuale stupro, altrimenti è come chiudere la stalla quando i cinghiali sono scappati, giusto?».

Sono interrotto da Marika: «Scusi? L’aspettano al trucco».

Il trucco? Di cosa parla…? ah, il casting! Ma allora non ci siamo capiti! Kapuscinski si è forse truccato per intervistare Khomeini? Woodward e Bernstein si sono truccati per raccontare il Watergate? Sono un giornalista vero io, il Pulitzer, una vita a schivare le pallottole a Mogadiscio, ultime notizie dal fronte, scarpe logore, finto-Moleskine impolverato, tutto pane e intelletto, eccetera, perché mi devo truccare?

Marika spiega paziente: le luci nello studio televisivo tendano a sbattere... sarà una cosa discreta, non abbia paura. E così sbuffando mi accomodo al trucco, adottando un’espressione di superiore indifferenza che riesco a mantenere per tutto il tempo; quando la truccatrice ha finito però, l’occhiata rapida e sdegnosa che mi ero promesso di gettare allo specchio finisce per durare un po’ troppo. Sto proprio bene, non c’è che dire. E il trucco è davvero nascosto: sembra che io sia veramente così.

«Dovrebbe compilare questi moduli».

Scatto come un criminale sorpreso in flagrante. Con un colpo di tosse prendo i moduli e mi siedo, stappando la penna con i denti per riguadagnare la mia ruvida mascolinità. Allibito, mi rendo conto che vogliono «altezza, taglia e numero di scarpe»: pensano che stia facendo un casting per una serie tv? Allora, di nuovo, beata vergine incoronata, non vogliono capire: giornalista! Kapuscinski, una vita a schivare il Pulitzer, ultime scarpe dal fronte, notizie logore, pane impolverato, tutto finto-Moleskine… ancora una volta, Marika mi rassicura: è il modulo giusto.

In questi moduli, si sa, non puoi mai contare sull’onestà altrui: si tende a dare per scontato che uno si «migliori» in altezza, peso, eccetera. Di sicuro chi legge questi moduli tende a fare delle correzioni automatiche rispetto a quanto dichiarato: due centimetri in meno di altezza, due chili in più di peso, eccetera. E gli onesti ci rimettono. Dunque perché pensino al tuo vero peso devi toglierti due chili, perché pensino alla tua vera altezza devi aggiungerti due centimetri. Anzi, tre. Non sai mai quanto è malfidente il prossimo: mettiamo 1 e 83. Scarpe? mmmhhh… 43. Tolgo giusto un numero perché non pensino che ho i piedi come due zattere. Cosa mi tocca fare!

La porta della sala di produzione è sempre aperta. Liberatomi dei moduli, torno a spiare la registrazione e mi accorgo che l’intervento dell’Assessore è terminato: la belva si alza dalla poltrona, si strappa il microfono dalla giacca e lo scaglia addosso al conduttore colpendolo sul bulbo oculare sinistro.

Nello stesso momento, alle mie spalle ricompare la giovane debuttante, quella che la donato le sopracciglia alla campagna per le pari opportunità delle donne stupide rispetto a quelle intelligenti. Muove pochi passi incerti, con le caviglie bloccate per la paura di inciampare sui tacchi alti mi ricorda una gazzella azzoppata.

Si spalanca la porta dello studio, esce l’Assessore gridando «sì, sì, ciao, ciao». Lui la vede di nuovo, deglutisce due litri di acquolina in bocca, con un balzo la chiude nell’angolo. La afferra per le braccia, le pianta il muso tra il collo e la zona subito dietro l’orecchio. Lei prova a fare l’Uomo Ragno arrampicandosi sui muri all’indietro per divincolarsi. Non ce la fa. Non si capisce, dalla mia posizione, se la baci sul collo, se la lecchi o se le stia succhiando il sangue. In studio, l’ignaro conduttore continua a sorridere alle telecamere, ma la sala di produzione è vuota, nessuno lo ascolta. Il regista e Marika osservano compiaciuti la scena di caccia, lei gli sorride in modo allusivo mentre l’Assessore si agita sempre di più, comincia a muovere freneticamente la testa. Non capisco cosa succede là sotto finché mi accorgo che tra i riccioli e le spalle della ragazza non c’è più nulla: la testa è scomparsa. Il collo della sventurata finisce dentro la bocca dell’Assessore, da cui spuntano ciocche tristi piene di mèches. Poi vedo il collo di lui ingrossarsi come quello dei serpenti quando mangiano un ornitorinco. Tra grugniti orribili, il bestione continua a muovere la testa avanti e indietro, come a buttare giù dei grossi bocconi. Marika incrocia le braccia al petto, il regista si gratta, la confusione ora ha richiamato anche il conduttore e l’addetto al montaggio che si reggono in piedi a fatica dalle risate. Io invece resto paralizzato dalla scena, anche perché mi accorgo che ormai dalle fauci dell’Assessore spunta solo la parte inferiore del corpo di lei, dalla vita in giù, il resto è stato ingoiato. Le gambe della donna hanno qualche sussulto, ma sempre meno, perché lentamente finiscono dentro anche loro, siamo già al ginocchio, siamo al polpaccio, alla caviglia, un piede… non c’è più niente. La lingua guizza ancora una volta tutto intorno alla bocca, gli occhi sono spiritati. L’Assessore produce un rutto lungo e profondo, come se avesse il sub-woofer nell’esofago.

In quell’istante, Marika mi si avvicina di nuovo.

«Ci siamo, tocca a lei».

La guardo istupidito, non so cosa dire. Il regista mi osserva, ora è serio. L’addetto al montaggio si infila silenzioso nella sala di produzione, il conduttore è sparito. Incrocio lo sguardo dell’Assessore. Si lecca le labbra, negli occhi arde ancora la fiamma del desiderio.

«Grazie, ho un impegno», bofonchio, correndo disperatamente verso l’uscita.

Annunci
Questa voce è stata pubblicata in Parigi Paris Francia Giornalismo Babs Mepu Segoni, Uncategorized e contrassegnata con , , , , , , , . Contrassegna il permalink.

Una risposta a IL CASTING

  1. Michi ha detto:

    Bentornato fra!!! Michi e fil

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...