ULTIMA NOTTE CREOLA

IMG_5530Alla fine i nove mesi sono passati davvero. A un certo punto ne abbiamo dubitato tutti, ammettetelo. Beh, io sì.

Domattina lotterò per l’ultima volta per avere il posto davanti nella jeep, metterò per l’ultima volta le cuffie mentre scendiamo lungo la  scarpata himalayana e se me ne ricordo comprerò per l’ultima volta al baracchino davanti all’ufficio il panzerotto di acciughe e cipolle piccanti che mangio ogni tanto a colazione.

Il momento è solenne; aspetto da ore che mi salgano alle labbra parole memorabili, che affiorino al cuore sentimenti intensi ma composti, scruto nello specchio per vedere se il mio sguardo esprime quell’emozione vestita di sobrietà che scolpirà questi attimi nella mia memoria.

Uhm. Niente.

Non affiora una mazza. Non mi viene in mente niente.

Che devo fare? Inventare? Altro che emozioni forti e atteggiamento sobrio, io mi sento tutto all’incontrario: nessuna particolare emozione ma una generica voglia di sparar cazzate, come al solito.

Eccone una. Pronti? Allora, per la serie “frasi che non voglio più sentire in vita mia”, la medaglia d’oro va al seguente scambio (tutto vero, come sempre):

“Mi prendi un’insalatiera?”

“Eccola”.

“Dalle una lavata, meglio”.

“Ma non è stata usata”.

“Sì ma quando la prendi dal mobile c’è sempre dentro un po’ di cacca di scarafaggio”.

E questo, francamente, dice un po’ tutto. Ecco, l’epitaffio di questa straordinaria, indimenticabile, unica avventura è: “Son stanco”.

Eppure, spinto dai sensi di colpa, proverò comunque a raccontare una storiella che dica qualcosa di più. Vi racconterò del fine settimana che ho passato in montagna.

IMG_5580Allora mi sono infiltrato in una sortita dei miei colleghi di MSF Olanda (nessuno dei quali è olandese) per fare questi famosi 32 chilometri di marcia (16 all’andata il primo giorno, 16 al ritorno il secondo) a 2 200 metri di altitudine nella zona del parco nazionale La Visite. Era l’inizio di dicembre. Figata pazzesca, per dirla col Petrarca.

Per scappare ai miasmi che appestano l’aria polverosa e infuocata di Port-au-Prince, alla folla di ragnetti che agli incroci saetta fra le lamiere attaccandosi al finestrino per dirti “bianco, dammi i soldi”, alla catasta di rovine e immondizia ai lati delle strade: insomma al nostro piccolo inferno personale quotidiano, non c’è niente di meglio dell’alta montagna.

Aria limpida e frizzante, sguardo che sorvola spazi immensi fino all’orizzonte lontano, profumo di verde e via discorrendo. La zona è inaccessibile a qualunque mezzo a motore, il che ti regala un inaspettato sollievo dal martellare quotidiano dei rumori della strada; si marcia affiancati da donne, vecchi e bambini che fanno avanti e indietro tutti i giorni per tutti quei chilometri, in salita e in discesa, con ciabatte distrutte o coi piedi nudi dotati di gommatura naturale, per andare a vendere o comprare i prodotti della terra, trasportandoli in equilibrio in una cesta sulla testa oppure in groppa a un asino.

Ogni dieci secondi tocca salutare qualcuno, che in campagna la gente non è alienata e ogni incontro merita un “Salve, come va?”. All’arrivo, un freddo barbino (non ci saranno più di diciotto gradi) e un picco da cui osservare il mare: ma non lo stesso che abbiamo noi a Port-au-Prince… è la costa a sud, dall’altra parte della catena montuosa. Immaginate di partire per una gita da Civitavecchia, scavalcare l’Appennino a piedi e vedere in lontananza l’Adriatico. Fichissimo, no?

Dormi in uno chalet in pietra senz’acqua calda, con due ore di elettricità la sera e un topo che ogni mattina sveglia un’ospite a caso (fra noi è toccato all’infermiera americana, che se lo è trovato fra i piedi, sotto le coperte).

Ma, ma.

Solo gli ultimi chilometri della camminata, quelli all’interno del Parco Nazionale, sono davvero nel bosco. Alberi, finalmente! Non mi ricordavo più come erano fatti.

La prima parte della marcia invece, tre ore e mezzo su cinque abbondanti, si svolge lungo la cresta o sulla fiancata dei monti: qui le vedute sono meravigliose, anche perché non c’è un albero che sia uno a ostruire lo sguardo. Fino all’orizzonte, in ogni direzione, è tutto pelato. Ad Haiti, ovunque trovino qualcosa di legnoso che sta ritto in piedi, lo tagliano. E’ più forte di loro. Disboscamento selvaggio, senza pietà. Se non ci credete guardate su Google Maps, modalità foto satellitare, la frontiera fra Haiti e la Repubblica Dominicana: verde scuro e rigoglioso da una parte, marroncino di terra pelata dall’altro.

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Anche all’interno del Parco, purtroppo, tagliano. Di brutto e alla luce del sole. Nel corso della nostra allegra passeggiata abbiamo incontrato decine di questi bracconieri del legname, a cui peraltro abbiamo pure sorriso carinamente visto che si scaccolano col machete. E quindi, a ben guardare, ecco che noti un moncherino di tronco qua, ecco che spunta una catasta di rami là. Il Parco sta sparendo, e con lui spariscono gli ultimi alberi di Haiti.

Il problema è che di questo legname vive la gente che abita questa zona – da molto prima che fosse istituita l’area protetta. Un giorno il governo arriva a casa tua e dice: “Ohibò, qui ci faccio un bel parco; non puoi più tagliare gli alberi”. Ma tu hai tagliato gli alberi fino al giorno prima, è casa tua. I tuoi genitori, nonni e bisnonni l’hanno fatto prima di te. E soprattutto: lasciamo pure stare i nonni, ma tu di qualcosa devi campare e qui non c’è altro che legno.

Eppure al tempo stesso il governo fa bene, perché anche se non te ne accorgi, tagliando gli alberi in questa maniera è un po’ come se ti stessi tagliando i coglioni per saltarli in padella e mangiarli con due patate: ok, hai risolto il problema della fame. Ora puoi dissanguare a stomaco pieno.

Insomma bisogna far capire a questa gente che non va bene disboscare, ma giustamente a loro delle frane di domani o del futuro del pianeta non frega una beata mazza perché forse non arrivano a stasera. Quindi?

Quindi, sentite cosa fa questo governo illuminato.

Siamo a fine luglio, io e gli olandesi stiamo già organizzando un weekend in zona; proprio in quei giorni però, un drappello della Polizia Nazionale scarpina fin quassù e sbarca nel villaggio di Seguin, dieci baracche in legno e fango in mezzo al Parco Nazionale. I poliziotti si sparpagliano. Bussano alla porta di ogni casa dicendo: “Oh montanaro! eccoti mille e cinquecento dollari americani per te e la tua famiglia se raccattate le vostre carabattole e portate le palle fuori di qui entro il mese prossimo”.

“Ma come”, fa il montanaro, “mi stai dicendo di lasciare la mia casa e tutto, e andare a cercarmi un altro posto dove vivere, con tutta la famiglia? E pensi che mille e cinquecento dollari mi convincano?”

“Sì”, risponde il poliziotto.

“Ah, ecco, avevo capito bene”, dice il montanaro. Poi aggiunge: “Ecco, ora ti faccio vedere cosa penso della tua proposta”. E, chiamati a raccolta gli altri montanari della casa, comincia a tirare sassi al poliziotto. Arrivano altri poliziotti, partono altri sassi.

A quel punto gli agenti si guardano un po’ sorpresi e dicono: “Ohibò, ci pigliano a sassate. Uhm, come possiamo far loro capire che non non va punto bene? Uhm, faremo così”.

E prontamente, i poliziotti pigliano quattro montanari a caso, li mettono in fila e gli sparano. “Ok”, dice uno, “fermiamoci qui, prima di esagerare”. E così ammazzano solo quattro montanari. Ma hanno ancora voglia di vendicarsi dei sassi. E così appiccano il fuoco a una manciata di case.

Le foto dei corpi, sia un versione coperti da lenzuola bianche che nature, finiscono sui giornali, su internet. Saggiamente, io e gli olandesi annulliamo la gita che era già prevista per quei primi di agosto. A parte le tensioni che rendono la zona poco sicura in quel periodo, a parte il cattivo gusto di arrivare con il Camambert e il vino rosso nello zaino là dove hanno appena fatto una specie di mini Marzabotto, è lo stesso proprietario del rifugio a consigliarci di rimandare: “Dovete capire”, dice, “che voi bianchi siete un po’ considerati i responsabili di tutto questo. I montanari qui non possono arrivare a capire l’interesse di salvare gli alberi, per loro è un capriccio da bianchi ricchi e viziati; quindi, dal loro punto di vista, la polizia viene a buttarli fuori di casa per permettere ai turisti di bearsi contemplando quattro frasche e un ruscello, mentre la gente qui crepa di fame. Non siete ben visti ora, meglio rimandare il weekend”.

Ci riproveremo, e ci andrà bene, a dicembre. Godendo, da bravi bianchi viziati, del passeggiare fra i pini e le frasche; ma dispiaciuti e un po’ incazzati quando passiamo accanto ai ragazzetti di tredici anni che buttano giù i tronchi a colpi di machete e sfoderano al nostro passaggio un sorriso strafottente, dando colpi con ancora più vigore. Ma hanno la pelle attaccata alle costole e una fame da lupi che non li lascia un momento.

Ecco, Haiti, sei fatta così. Sei difficile, porca miseria. Mo’ ti saluto.

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