“CUORE”

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Come in quasi tutti i paesi poveri, anche qui prospera un florido business di lustrascarpe; ma Haiti si deve sempre distinguere e così accade che i principali clienti degli “sciucià”, qui, siano gli scolaretti. E la cosa ha senso, a pensarci bene. Cominciamo col ragionare sul fatto che non serve a molto lustrarsi le scarpe se poi devi andare in giro per strada: dopo dieci passi sono di nuovo piene di polvere, detriti, bucce di banana e piccoli animali morti. Tanto vale tenerle sporche!

Lustrarsi le scarpe conviene quindi solo quando a) hai delle scarpe belle o almeno belline, b) stai per entrare in un luogo chiuso e protetto  e c) è importante avere un aspetto decoroso.

Queste tre condizioni escludono tutte le possibili situazioni della vita haitiana tranne due: l’arrivare in ufficio e l’arrivare a scuola.

Ora, quanto all’ufficio: finché parliamo di Italia o Francia, il fatto di avere un lavoro di questo tipo accomuna una enorme quantità di persone; ma qui ad Haiti, dove la maggioranza della popolazione lavora nei campi e i mestieri più diffusi in città sono l’arrotino, il sicario, il selezionatore di immondizie, il friggitore di code di pesce e il tuttofare in canottiera e ciabatte, la cosiddetta “classe impiegatizia” ha dimensioni statisticamente trascurabili. E poi gli impiegati sono gli unici che possono permettersi di arrivare al lavoro in macchina, con le scarpe più o meno pulite.

Restano gli scolari. Che sono molti, perché pur nella sua miseria, Haiti all’istruzione ci tiene. E mentre nell’Occidente in piena decadenza gli studendi bivaccano nelle aule con i jeans stracciati che rivelano mezza riga di culo, qui siamo ai tempi di De Amicis, o anche oltre. Ogni scuola ha una sua divisa, un’uniforme da indossare in modo impeccabile: camicia ben stirata e inamidata, rigorosamente dentro i pantaloni con le pinces per lui; gonna sfarfallante, calzettini appena sotto il ginocchio e codini sulla testa per lei.

Le scuole comprano i tessuti e producono le uniformi, le famiglie (che spesso vivono in una baracca e nella maggior parte dei casi – lo dicono le statistiche – non hanno acqua corrente e fanno la cacca in un buco per terra) digiunano un mese per poterle comprare. Più sei povero, più ci tieni. Inutile porsi troppe domande.

E così la mattina, nei quaranta minuti di jeep per arrivare al lavoro, rischiamo di spalmare centinaia di bambini e bambine così agghindati. E tutti, qualunque sia il genere, l’età o il colore della divisa, portano scarpe di vernice: il fiore all’occhiello della loro uniforme.

Il problema è che per arrivare a scuola i pargoli marciano per centinaia di metri o chilometri per le strade sterrate, attraversano canali di scolo e scavalcano piccole discariche abusive, da soli o mano nella mano con un genitore che in confronto a loro sembra un senzatetto raccolto per strada. I più fortunati sono ammassati in carri-bestiame, spesso chiusi con le sbarre tipo i bovini sull’Autostrada del Sole. E quando arrivano a scuola, le scarpe sono conciate male. Che fare quindi, come diceva Lenin? Basta alzare il piedino sullo sgabello: di fronte alle entrate delle scuole di Port-au-Prince, centinaia di lustrascarpe rimettono a nuovo le scarpe di vernice di migliaia di scolaretti pronti a imparare la storia di Toussaint Louverture o Dessalines.

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Conversazioni a caso.

“Ma l’hai visitata la camera mortuaria dell’ospedale pubblico?”

“No, perché, è da visitare?”

“No, se non sei obbligato. Pensa che ci tengono in media cento cadaveri”.

“E qual è il problema?”

“Data la difficoltà con le identificazioni, un corpo resta nella morgue fino a quindici giorni”.

” ‘azz.”

“Hanno tre sale; solo una è climatizzata; nelle altre due, temperatura ambiente”.

“Ci sono trentacinque gradi oggi”.

“Lo so. Ti ho detto che è meglio non andarci. Quando devono entrare, gli impiegati aprono le porte e scappano, lasciano arieggiare e tornano dopo dieci minuti”.

“Così respirano?”

“Qualcosa fa… il problema è che in questo modo non c’è isolamento, si riempie ancora di più di mosche…”

“E quindi, con l’identificazione, come funziona?”

“Che una buona parte, nemmeno dopo quindici giorni è identificata”.

“Quindi?”

“All’ospedale di Mirabelais hanno un inceneritore”.

“Tipo cremazione?”

“No, tipo inceneritore industriale”.

“Ah”.

“Vai a yoga stasera?”

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