A CHE GIOCO GIOCHIAMO

Ieri sera ho fatto un passo falso. Ci sono cascato, che scemo! Ma un momento; vado troppo in fretta. Dopo un passo falso, ne faccio uno indietro. Ricomincio.

Allora, funziona così. Che all’inizio, quando parti per una missione, la prima missione, hai certe aspettative. Come descriverle? Ok, prendiamo questo un dettaglio collaterale: al mio arrivo, lo scorso aprile (minchia… aprile!), il mio predecessore nel ruolo è venuto a prendermi in aeroporto qui a Port-au-Prince. A me è sembrata una cosa perfettamente normale – io avrei fatto lo stesso – e non capivo perché, nel preannunciarmi che sarebbe venuto a prendermi, i colleghi di New York presentavano la cosa come un fatto eccezionale, un’accoglienza da Papa in visita in qualche paese molto pio del Sudamerica.

Poi mi sono reso conto che in effetti si trattava di una cosa eccezionale. Perché nei mesi seguenti, la mia attenta osservazione mi ha suggerito che la regola, quando arriva un nuovo espatriato in missione, è esibire una certa indifferenza, caso mai tendente alla leggera insofferenza. Far trasparire, in modo inequivocabile, che non te ne frega niente se qualcuno ha appena attraversato l’oceano per condividere con te pasti, cesso e ufficio per i prossimi mesi e che al limite la cosa ti provoca un lieve prurito all’attaccatura tra le chiappe e il retro-coscia. Perché?, mi sono chiesto. Beh, una prima ragione è che se quello lascia il cesso sporco? O la cucina? Spesso va così. Anzi, diciamolo, ci sono dei gran maiali in giro.

Ma secondo me c’è dell’altro. E io ho una teoria. Che è la seguente: nelle missioni umanitarie, l’umanità è scontata e quindi un po’ noiosa. Si risulta molto più interessanti, di conseguenza, se si esibisce il contrario. In qualunque ufficio di qualunque multinazionale in cui abbia lavorato, che “facessimo” petrolio, software o cioccolata, in genere la gente preferiva essere di buon umore, potendo; sorridere, piuttosto che bestemmiare (poi capitava chiaramente di fare entrambe le cose, spesso simultaneamente). Ma qui è preferibile una certa indifferenza blasée; che altrimenti, se ci entusiasmiamo per un nuovo collega che arriva, poi tocca lacrimare per i negretti che crepano mentre gli passi di fianco in jeep. E chi ha voglia di lacrimare?

E poi giustamente una collega nel frattempo partita per altre missioni mi ha appena scritto che bombardano il villaggio dove si trova una parte della sua missione; ma proprio bombe, non per modo di dire. Insomma, meglio non attaccarsi troppo.

A questo, amici francofoni non vogliatemene, va aggiunto quel cocktail di snobismo/arroganza/male di vivere (anzi, diciamolo alla loro maniera: l’ennui) che a Saint Germain e Belleville fa tanto figo. Insomma, c’è un piccolo Baudelaire in ciascuno dei miei colleghi, o almeno loro si adoperano per coltivarlo. E Baudelaire, francamente, te lo immagini che sorride e chiede “come è andato il viaggio?”

Ma in me c’è più Pippo Baudo che Baudelaire. Bonario, nazional-popolare, rassicurante. E così ieri sera, cazzo, mi sono distratto e ho chiesto alla nuova arrivata “come è andato il viaggio?”. Destando lo stupore generale e un pizzico d’ilarità. Damn! Sono subito andato in camera a rileggere qualche riga dei Fiori del male, augurandomi cielo grigio l’indomani.

Poi stamattina mi sveglio. Accidenti, c’è un sole che spacca le pietre. Sto giusto ripromettendomi di cercare online Meriggiare pallido e assorto, quando ricevo il solito sms collettivo di aggiornamento-sicurezza.

“Rapina con sparatoria stanotte nella casa della ong irlandese XXX, expatriate ferito/a da tre proiettili in terapia intensiva nella clinica XXX, abbiamo donato una delle nostre sacche di sangue, ecc ecc”.

E penso: dunque, la ong XXX… chi può essere? sarà la ragazza indiana che viene al corso di capoeira, quella che parla inglese con un forte accento americano? Dovrei fregarmene o posso chiedere se hanno più dettagli? Cosa direbbe Baudelaire? No perché in fondo è/era simpatica…

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